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domenica 3 febbraio 2019

Un grazie può cambiare la vita



“Chi accoglie un beneficio con animo grato paga la prima rata del suo debito” disse l’immenso filosofo Seneca che catapulta nel nostro tempo una riflessione davvero importante. 
Ci ricorda che il vivere con animo grato e riconoscente per ogni avvenimento positivo che ci riguarda, è un passo importante per migliorare la qualità di vita propria e altrui. Sembra un concetto molto banale, quasi inutile da ricordare, ma non ai giorni nostri. Se ci si lamenta continuamente, di sicuro non si è ben disposti ad apprezzare ciò che la giornata o ancor meglio la vita ci ha regalato. 

Così facendo si fa in primo luogo un torto a sé stessi visto che diverse ricerche confermano come dimostrare gratitudine faccia bene alla salute. Diminuisce i livelli dell’ormone dello stress con effetti sullo stato di salute in generale, ovviamente anche quella psicologica, e a giovarne sono soprattutto le relazioni con il prossimo. Ed è questo il punto focale della questione ossia rivolgere un grazie alle persone che ci circondano per ciò che hanno fatto per noi o per ciò che realizzano continuamente e che forse noi diamo un po’ troppo per scontato. 

Al lavoro come in famiglia mostrare riconoscenza per un atto compiuto e dal quale traiamo beneficio non è un segnale di poco conto, migliora la qualità delle relazioni e a quanto pare anche la produttività. Sarebbe il caso che se ne rendesse conto chi è capo di una squadra di lavoro, lì dove ci sono persone meritevoli forse è il caso di far sapere quanto uno le apprezzi. Inciderebbe moltissimo sulla motivazione personale e quindi sul servizio reso.

Non ci resta che mettere in pratica tutte le buone intenzioni e verificare quanto ci si senta meglio dopo, mettendo in conto anche qualche sorpresa sul piano dei rapporti interpersonali. Magari qualche cuore duro si scioglie e lì dove vedevamo solo muri invalicabili ne ricaviamo uno spiraglio di luce. Cosa di cui avrebbe tanto bisogno questa società così proiettata su sé stessa. La medesima gentilezza e gratitudine per un atto cortese dovrebbe essere messa in campo proprio nel vivere quotidiano. Nei gesti compiuti con automaticità, fretta e poca attenzione. 

Pensando a quello che mi accade ogni giorno, l’autista del pullman che mi aspetta mentre corro per non perderlo merita di certo la mia riconoscenza, così come la persona che tiene la porta per farmi passare per prima o se la macchina rallenta anche in un punto non adibito al passaggio pedonale. Se in queste situazioni può bastare un semplice “grazie” visto che non abbiamo un livello di conoscenza con le persone che mettono in atto questi gesti gentili nei nostri confronti, diverso è il caso dei colleghi di lavoro o ancora di più per famigliari o amici. 

In questi casi esprimere la gratitudine spiegando in termini più dettagliati cosa di quanto loro fanno ci fa sentire riconoscenti è quantomeno doveroso e lo fa apparire un atto meno formale. In qualsiasi modo decidiamo di essere grati, dobbiamo renderci conto che se per alcuni può essere più facile aprirsi positivamente al mondo esterno, per altri è un’attitudine che va coltivata. 

Impegnarsi ad essere riconoscenti, può sembrare un’enorme forzatura e forse in molti casi lo è, ma i frutti che raccoglieremo successivamente meritano di gran lunga un tale sforzo. E poi non va sottovalutato l’effetto che il nostro cambiamento può avere sulla società intera, perché gesti di gratitudine come quelli citati, possono sembrare piuttosto insignificanti ma non è affatto così. 

Se un nostro comportamento viene apprezzato e ci viene dato atto di questa riconoscenza, ci sentiamo più ben disposti verso il genere umano. Quando pensiamo di vivere in un mondo cinico diventiamo diffidenti e non siamo a nostra volta inclini a compiere atti gentili. 

Un circolo vizioso che può diventare virtuoso se siamo i primi a mettere in atto un cambiamento. Prendiamolo come un atto di volontariato, perché spesso non è necessario compiere chissà quali imprese per sentirsi utili alla collettività e produrre qualcosa di concreto. Un “grazie” ha il potere di abbattere un muro, non mi pare poco per il nostro genere tanto propenso a costruirne. Il grazie può.

P.S.: Non posso quindi fare a meno di ringraziare coloro che mi hanno chiesto notizie del blog, visto che pubblico con molta meno frequenza rispetto al passato. Vi prometto che cercherò di essere più presente, mi fa piacere che continuiate a seguirmi. Spero di non deludervi e di nuovo…grazie!



domenica 12 agosto 2018

Se ami il tonno, odi la tartaruga



Pare proprio che il mondo abbia preso consapevolezza di un problema che nel tempo è diventato sempre più emergente, ma prima era solo nei pensieri dei ricercatori o di chi ha a cuore le sorti della natura. Non è lo smog, non è la deforestazione, non è lo scioglimento dei ghiacci artici, per quelli c’è ancora tempo o almeno così ci si augura. 

Lo scottante argomento di attualità è la plastica e la sua invadenza, la sua eterna durata che sfida il passare dei secoli, la sua pericolosa commistione con le creature marine, il suo albergare nei meandri più nascosti degli oceani. Ne avevo già parlato in un precedente post, preferendola ad una pietra preziosa semmai avessi deciso di mettermi al dito qualcosa che dura per sempre. 

Quella sì che sarebbe sopravvissuta non solo alla mia dipartita, ma avrebbe degnamente rappresentato la nostra epoca ad uno scienziato del futuro che, osservando l’anello, avrebbe sorriso pensando a quanto eravamo arretrati. Non solo perché non siamo in grado di riciclarla, se non in piccola parte, ma soprattuto perché siamo stati capaci di farla sbarcare dove non avrebbe dovuto, inquinando senza remore, pescando con metodi efficaci ma distruttivi. 

Persino il campione di Formula 1, Lewis Hamilton, ha allertato i suoi numerosi sostenitori su Instagram, con un video girato mentre è in vacanza in Grecia. Ho pensato che se un personaggio tanto famoso arriva a parlarne, allora è il momento di svolta. Quello in cui da una semplice chiacchiera, il problema passa ad una presa di coscienza e fa smuovere ossia cambiare i comportamenti. 

Questo è il passaggio cruciale, che si può solo sperare, ma sempre con una retrogusto di disillusione perché è noto quanto sia immensamente difficile far cambiare un modo di agire, soprattutto se non si è particolarmente motivati. Non basta dire che solo il 13% dei mari del mondo è incontaminato e solo perché sono troppo freddi, forse con il surriscaldamento ce la facciamo a raggiungere anche quelli. 

Può non essere sufficiente lanciare allarmi sulla microplastica, quella talmente piccola che può essere ingerita dai pesci e quindi entrare nella catena alimentare con effetti che gli scienziati stanno ancora studiando. Sono questioni che si considerando virtuali, non problemi reali, fino a quando non vanno ad incidere sul vivere quotidiano. Però se se entra in campo un personaggio famoso, allora la partita può ancora essere giocata, le chances di salvare l’ecosistema dalla distruzione aumentano. 

Hamilton si trovava in vacanza nella splendida Mykonos e la vista estasiata di tali bellezze naturali è stata rovinata dalla presenza invadente e fuori luogo della signora plastica. Il derivato che è diventato anche più famoso del suo progenitore, il petrolio, era lì a rovinare le vacanze di chi conta, ad occupare parte di una spiaggia che non ci si aspetterebbe interessata dalla questione. Non solo il luogo è stato pulito dall’illustre ospite, ma sono state date alcune raccomandazioni che magari raggiungeranno il cuore dei suoi milioni di followers. 

Dire di non comprare la plastica è certamente il consiglio migliore, ma anche quello meno applicabile o perlomeno non nel senso più letterale. Ci sono aziende che hanno fondato la loro attività sulla produzione di contenitori, involucri, buste, quando la legge è cambiata quest’ultime sono diventate biodegradabili. Dobbiamo aspettare che un legislatore si preoccupi di salvare l’ambiente? La risposta è no, il consumatore ha il potere di farlo. 

Ciò che viene prodotto è semplicemente quello che viene richiesto, anche se le aziende cercano costantemente di influenzare l’acquisto in modo da essere sempre le ultime a decidere. Se compriamo in grande quantità, più del bisogno reale, la produzione si allinea. Se non facciamo durare le cose, produciamo grandi quantità di rifiuti. 

Se mangiamo troppo, il cuore lentamente muore e con esso anche le risorse naturali. Se esageriamo con il consumo di tonno, mettendo in tavola ogni giorno scatolette, facciamo in modo che le grandi reti nella loro caccia selvaggia cattureranno anche la povera tartaruga e giorno dopo giorno la piccola, grande creatura resterà solo un bel personaggio da cartone animato. 

Come lei altre specie, che nel turbinio di una lotta spietata per la sopravvivenza, verranno trascinate via non per essere divorate. Sfortunati ospiti di un mare che non ce la fa più a saziare, triste teatro di innumerevoli intrecci di plastica abbandonati che continueranno a tessere la loro trama di sangue. 

Però io posso decidere di non rendermi colpevole di questa mattanza, se mangio il giusto, senza sprecare, se compro in minor quantità. Quando decido di non acquistare il tonno, sto dando una possibilità in più alla tartaruga. Non qualcun altro, ma proprio io. 
Sì, voglio decidere io in quale pianeta vivere.







domenica 4 febbraio 2018

Un uomo meno uguale degli altri


Quando ho terminato la visione di questo film, mi sono resa conto che se non l’avessi visto non avrei conosciuto la storia di un uomo che ha fatto la differenza, enormemente. Il film è The Imitation Game e prende corpo dalla biografia di Alan Turing, un geniale matematico che mette le proprie conoscenze a disposizione del governo britannico durante il secondo conflitto mondiale. 

E non solo il suo sapere, in questo caso infatti possiamo parlare di un vero e proprio genio creativo che sviluppa idee così nuove da precorrere i tempi e per questo piuttosto difficili da concretizzare. Ma la situazione durante quegli anni è talmente drammatica da riuscire a scalfire anche i dubbi dei più scettici. Fu così che nacque una macchina in grado di decriptare i codici utilizzati dalle forze armate tedesche, creati da un marchingegno in loro dotazione denominato Enigma. 

Non era un’operazione di poco conto rendere comprensibili quei codici, ma Alan Turing ci riuscì grazie all’uso dell’algoritmo e quindi del calcolo che preannunciava di parecchi anni quello del processore di un moderno pc. Ed è per questo che è considerato, senza il minimo dubbio, il padre della moderna informatica, l’antesignano dello sviluppo dell’intelligenza artificiale che ha permesso agli alleati di superare quella umana. La quale seppure per scopi di distruzione della stessa specie aveva utilizzato una macchina complessa e innovativa, ma fortunatamente non infallibile. 

Turing aveva capito l’importanza dell’uso del calcolo non solo in questioni vitali come può essere l’evitare la devastazione di un conflitto mondiale, ma nella pratica quotidiana. Non era difficile per lui credere che in futuro sarebbe stato possibile replicare la mente umana e proprio seguendo gli schemi del cervello fu possibile creare l’intelligenza artificiale. 

Erano però concetti fin troppo lungimiranti per l’epoca e anche se decifrare i messaggi dei nemici aveva salvato milioni di vite e contribuito all’esito finale, costruire la macchina che lo aveva permesso era stato tutt’altro che facile. Come non lo era mai stato nulla nella sua breve vita. Incompreso sin dai tempi del liceo, in cui pur brillando negli studi matematici era mal visto dai professori che prediligevano le materie classiche. 

Si laureò comunque con il massimo dei voti, dando inizio ad un percorso di studi e sperimentazione in diversi campi, arrivando ad analizzare il rapporto tra computer e natura, fino ad approcciarsi alla cibernetica e all’embriologia.

A quali traguardi sarebbe potuto giungere uno studioso con tali capacità e lungimiranza? Cose inimmaginabili. Grazie all’applicazione della scienza o della cibernetica in medicina e in fase embrionale, si sarebbe potuti arrivare a risolvere situazione di grave incapacità o addirittura curare malattie diagnosticate ancor prima di venire alla luce.

Peccato che queste incredibili chance le abbiamo sprecate perseguitando l’uomo che era in grado di offrircele, così come aveva già fatto con la decifrazione dei codici tedeschi cambiando le sorti della guerra. Impresa per la quale non ricevette mai un riconoscimento in quanto l’attività era segretissima, sia lui che i suoi collaboratori hanno dovuto tacere fino alla morte. 

In riconoscenza a quanto compiuto il governo britannico ha pensato bene di perseguitarlo per la sua omosessualità che era un reato negli anni ’50 persino nella civile Inghilterra e non stiamo parlando di secoli fa. Arrestato, barattò la sua condanna alla detenzione con quella a morte della castrazione chimica ossia l’assunzione forzata di estrogeni che oltre a diversi effetti sul fisico lo portarono lentamente in un baratro di depressione senza via di uscita. Si uccise assumendo del cianuro molto probabilmente messo all’interno di una mela, frutto che era solito consumare. 

Si è dovuto attendere fino al 2013 affinché il valoroso scienziato ricevesse la grazia postuma con tanto di scuse da parte del governo, il quale nella persona del Primo Ministro riconosce che Alan Turing avrebbe meritato di meglio.

Dal momento che non si può porre rimedio ad una tale perdita, si può solo riflettere sulla nostra incapacità di ragionare su larga scala, prendendo come riferimento la società umana nella sua interezza e non il nostro piccolo mondo costruito spesso su giudizi insensati e intolleranza rispetto a ciò che è diverso. Perché il prezzo da pagare per il pregiudizio e la meschinità è alto ed è a carico di tutti indistintamente.

La triste verità è che un uomo non ha lo stesso valore di un altro e uno come Alan Turing vale un salto evolutivo di parecchi anni e la possibilità di arrivare a scoperte eccezionali che in sua assenza potrebbero giungere troppo tardi o non realizzarsi affatto. Quando un genio della sua portata arriva a togliersi la vita, vuol dire che la società umana ha fallito gravemente e deve riconsiderare il modo di porsi nei confronti dei suoi simili.

Più di quanto io abbia tentato di fare attraverso questo post, riporto una frase ripetuta più volte nel film, che ci spiega questi concetti in poche parole:

“Penso che a volte le persone che nessuno immagina che possano fare certe cose, sono quelle che fanno cose che nessuno può immaginare.”


martedì 2 gennaio 2018

L'immenso potere di un consumatore


Durante i giorni dedicati alle festività natalizie, in particolare ma non solo, si tende ad eccedere nel consumo di beni di qualsiasi tipo, sia materiale che alimentare. Proprio quando ci si lascia andare all’eccesso, ci si dovrebbe fermare a riflettere su quello che possiamo fare nella veste di consumatori. 

In verità moltissimo sia per il pianeta che per cambiare un sistema mondiale basato sullo scambio di beni, merci o servizi ai quali viene attribuito un valore in denaro che è quello che determina l’andamento di tutte le cose, post-rivoluzione industriale. Maggiori quantità di questi vengono scambiate, più banconote verranno prodotte, l’economia mondiale va avanti in base a flussi di denaro che regolano la supremazia di uno Stato sull’altro. 

Su questi immensi patrimoni che si accumulano si basa la forza di alcuni colossi industriali, dietro ai quali non ci sono molte persone che contano, considerando il numero di abitanti mondiale. Questi ultimi però hanno un inconsapevole potere di far andare le cose diversamente da quanto accade oggi. 

Dal momento in cui ci si alza la mattina, ci si mette a tavola per fare colazione (non tutti al momento godono di questo privilegio), ci si reca al lavoro, si consuma un altro pasto, per poi spostarsi in un altro luogo, fino ad arrivare alla sera dove ci aspetta altro cibo che terminerà la sua funzione nel nostro canale digerente, fino al volgere di una giornata che a noi sembra trascorsa come le altre, ma non è esattamente così. 

Ogni volta che abbiamo mangiato del cibo, abbiamo fatto una scelta ben precisa, un alimento piuttosto che un altro fa un’enorme differenza in termini di inquinamento che il produrlo e trasportarlo ha generato. Il luogo dove è stato prodotto e la quantità che compreremo e che alla fine consumeremo è maggiormente rilevante ai fini dell’impatto ambientale e lo è ancor di più il fatto che realmente mangeremo quanto abbiamo acquistato, senza sprecare nulla. 

E qui si va ancora un po’ più indietro nel tempo, al momento in cui ci troviamo dentro al supermercato, pronti a riempire il carrello di ogni possibile leccornia, tanto per soddisfare i sensi o le smanie di chi ci circonda, allettati dalle tante offerte speciali, ma non muniti di un’utilissima lista della spesa e concentrati su quanto veramente necessario. 

La grande industria ha già deciso che dobbiamo alimentarci in un certo modo, comprare determinate quantità, il più delle volte al di sopra dei nostri reali bisogni, ha scelto il gusto e il colore al posto nostro. Noi potremmo anche dissentire, e in effetti quando questo succede come è stato il caso dell’olio di palma, loro fanno un passo indietro e giusto in tempo per evitare di distruggere tutte le foreste di qualche povero paese, orientiamo noi la produzione in altro senso, in questo caso palm oil free. 

Questo accade difficilmente perché se non c’è qualcuno più attento che ci fa aprire gli occhi su un problema reale e non frutto di una paranoia, nessuno si prende la briga di mettere in atto uno spirito critico, fa quello che deve fare ossia silenziosamente consuma, in grosse quantità. 

La mattina mangia, si spera senza gettare via, a pranzo consuma e scarta, a cena consuma e scarta ancora, ancora e di più. Ha comprato troppo al supermercato, ha ordinato smisuratamente al ristorante, si è spostato continuamente con il mezzo privato quando avrebbe potuto più spesso usare il mezzo pubblico. 

Si è reso complice, ancora una volta, di questo sistema divora risorse che non continuerà per sempre, per via del fatto che viaggia a ritmi troppo sostenuti e perché le risorse non sono eterne. Se ognuno di noi mettesse in atto dei cambiamenti nella dieta che assume giornalmente, sarebbe un passo in avanti enorme nel far procedere un diverso modo di coesistere con la natura che ci circonda. 

Ci sono molti approcci in questo senso, chi predilige un cibo piuttosto che un altro, chi lo elimina del tutto e va sempre bene chi si nutre pensando. È proprio questo il punto, bisogna riflettere quando si compiono gesti che possono sembrare banali, a cominciare dagli articoli che si mettono in un carrello. 

Dobbiamo decidere di ridurre le quantità, dovremo riappropriarci dei gusti, dei colori, del rispetto per l’ambiente che molti colossi non hanno dimostrato disboscando senza pietà, ma in realtà hanno seguito solo il nostro volere, quello che abbiamo dimostrato con le preferenze accordate. 

La Terra non è proprietà di nessuno in particolare, ma di tutti quelli che la abitano e si spera di tutti quelli che la abiteranno in futuro. In quale pianeta vogliamo vivere? 

Non sarà un presidente a deciderlo, né tantomeno una multinazionale, saremo sempre di nuovo ancora noi, o per dirla più precisamente deciderà qualcuno che avrà raccolto il volere della maggioranza senza neanche averlo chiesto. 

In realtà lo ha fatto nel momento che ci ha proposto un prodotto, un’idea, un progetto, uno stile di vita. 
Ogni momento è buono per cominciare a decidere diversamente.



domenica 6 agosto 2017

Salvare la natura costa la vita


Leggendo la cifra dell’attuale popolazione mondiale ossia 7,5 miliardi di persone mi sono chiesta se la Terra, già violentata senza pietà, potesse offrire a queste nuove vite, sufficienti risorse per la sopravvivenza. E soprattutto a quelle che verranno in un prossimo, vicinissimo futuro che andranno ad ingrossare questa cifra, visto che l’aumento è esponenziale. 

Non mi sembra passato così tanto tempo da quando lessi che gli occupanti del suolo terrestre erano “solo” 6 miliardi, e già avevo avuto il sospetto che questo pianeta stesse diventando sempre più piccolo. Ma se le risorse disponibili non saranno sufficienti a sfamare così tante bocche, qual è il futuro che ci aspetta?

Gli effetti di uno sfruttamento indiscriminato li stiamo già vedendo, sul clima, sulle porzioni di Terra ancora incontaminata che si stanno riducendo sempre di più fino a sparire. Cosa mangeranno 15 miliardi di persone quando la Terra non avrà più nulla da offrire? 

Diciamo che al momento si pensa a come affrontare il quotidiano e di quel domani non si preoccupa nessuno o quasi. In quel quasi sono compresi tutti coloro che cercano di salvare il salvabile, di evitare che altri alberi vengano abbattuti, che le acque oceaniche vengano depredate, che la purezza venga inquinata, che la deforestazione faccia spazio a terreni da adibire a pascoli. 

Chi legge penserà che forse non si può fare altrimenti visto che tutti devono pur sopravvivere, e lo sfruttamento è necessario affinché nessuno muoia di fame. Purtroppo mi duole dire che le cose non stanno in questi termini, e il sistema mondiale che l’uomo ha messo in piedi è a dir poco aberrante. 

Dietro la distruzione della Terra si celano interessi economici enormi, di persone che sono totalmente indifferenti rispetto alle conseguenze delle proprie azioni. L’unica cosa che conta è l’aumento degli introiti del loro business e se qualcuno si mette in mezzo per ostacolare questo obiettivo diventa un problema da eliminare. 

Sono in aumento i delitti di coloro che si potrebbe definire i “paladini della Terra”, chi pone come obiettivo della propria esistenza la difesa della natura, chi si espone in prima persona per dire no a quello sfruttamento indiscriminato che caccia gli ultimi aborigeni dalle loro terre. Nel 2016 è stata uccisa in Honduras Berta Càceres, attivista ambientale e leader dei movimenti indigeni. 

Si era battuta per frenare lo scempio del territorio da parte delle industrie minerarie e idroelettriche, che avrebbe tolto l’acqua a molti nativi della zona. Un gruppo armato è entrato nella sua abitazione sparandole ripetutamente, la sua morte doveva essere certissima. 

Il suo è un esempio eclatante ma nel 2017 già un centinaio di paladini sono stati ammazzati con motivazioni simili. Ma perché fanno tanta paura da arrivare addirittura alla loro eliminazione fisica? Quali sono gli interessi che si celano dietro queste brutali uccisioni? In Brasile l’industria del legname ha interesse che la foresta venga abbattuta albero dopo albero. 

In Africa l’obiettivo è di riuscire a  strappare l’ultima zanna ricca di avorio o una pelliccia che scaldi le giornate di un ricco, per il suo cuore non c’è più speranza. L’industria mineraria dal canto suo divora oro, cobalto e uranio per soddisfare i molteplici usi di una società consumistica senza freni. Comprare in maniera oculata può davvero salvare qualche vita. 

Quelle dei poveri che per qualche spiccio muoiono intossicati in una miniera e quella dell’attivista ambientale che cerca di conservare la bellezza. Non crediate che il povero veda questi paladini come salvatori, perché in una ben architettata lotta tra miserabili, loro sono quelli che tolgono il pane di bocca agli affamati, che senza quel misero lavoro non vivranno, che senza quelle briciole non possono pensare ad un domani.

In questo disegno perfetto, almeno per chi ci sguazza come zio Paperone, le uccisioni degli scomodi potrebbero essere legalizzate anche nei paesi cosiddetti “civili”. Nella super-avanzata America la costruzione di un oleodotto nel Nord Dakota venne strenuamente osteggiata da un gruppo di paladini che avevano a cuore le riserve indiane al centro dell’interesse economico. 

La protesta di Standing Rock , così denominata, diventò celebre e qualcuno si prese la briga di scrivere una legge che legalizzava l’apertura del fuoco nei loro confronti. Non è passata per poco, sono stati sgombrati da vivi. Almeno per questa volta. 

In Italia stiamo vivendo un’estate infuocata grazie ai vari incendi che devastano paesaggi meravigliosi, non c’è traccia di veri e propri paladini che ostacolino la bramosa ricerca di suolo da cementificare. 
Quando poi addirittura lo Stato mostra indifferenza di fronte a tali scempi, la speranza di sopravvivere è debole.

L’ennesimo anello che si lega agli altri, nel perfetto disegno di creare situazioni in cui il povero ci vede l’illusione di un riscatto dalla propria condizione e magari il ricco passa pure da benefattore. 
Intanto la Terra langue e il divario cresce. Per i dolci sogni di pochi. 




domenica 28 maggio 2017

Le parole vanno dosate come il sale


Qualche tempo fa mi ero imbattuta su Facebook in un post che mi aveva molto colpita, tanto che decisi di condividerlo. Parlava di un ragazzo il cui vicino di casa aveva messo in giro la voce che fosse un ladro. 

Un’accusa già grave di per sé ma non così tanto, almeno fino a quando la calunnia, passando di bocca in bocca aveva raggiunto a pieno titolo il livello di un’indelebile infamia. Tanto che il ragazzo fu arrestato, ma vista l’infondatezza delle accuse venne rilasciato qualche giorno dopo. L’anziano vicino fu poi giustamente citato per diffamazione e di fronte al giudice affermò che erano solo dei commenti, privi di intenzione a nuocere.

Il giudice prima della sentenza, ordinò all’accusatore di scrivere tutte le accuse fatte in precedenza su dei pezzi di carta per poi gettarli dal finestrino della macchina in corsa. Il giorno successivo gli disse di raccoglierli tutti. Il vecchio rispose che era impossibile visto che il vento li aveva trascinati via. Il giudice rispose che nello stesso modo, quanto si dice sul conto di una persona ne può distruggere l’onore con effetti irreparabili. 

I pettegolezzi sono i ladri peggiori perché rubano la dignità, l’onore, la reputazione e la credibilità di un’altra persona ed è impossibile tornare indietro. La raccomandazione era quella di guardare alla lingua come uno strumento che può diventare estremamente pericoloso, al pari di un’arma. 

Non so se questa storia sia reale o meno. Ho voluta condividerla comunque perché mi capita spesso di ascoltare parole non necessarie e in alcuni casi decisamente dannose. Lo diventano davvero quando incidono sulla reputazione di una persona. Mi sembra impressionante la facilità con cui si parla di un fatto o di una persona, soprattutto quando non ci si basa su esperienze dirette o una reale conoscenza, ma su un “sentito dire” tutto da verificare. 

Spesso accade che la realtà superi la fantasia creata da un bravo sceneggiatore e ci si ritrova a leggere un fatto di cronaca che lascia senza parole anche i più incalliti logorroici.

Qualche giorno fa, infatti, mi è stato segnalato un articolo che riguardava una vicenda che nasce nel lontano 2014 e arriva fino ai nostri giorni, trascinata da una cronaca giudiziaria a dir poco allucinante.

La vittima è un professore di arte che insegna in una scuola media milanese che viene macchiato con una delle accuse più infamanti, soprattutto per chi lavora accanto a minori e che in teoria dovrebbe essere la loro guida. Violenza sessuale e una reputazione, oltre che una professione, rovinate per sempre. A questo punto non ci sarebbe molto da scrivere, se non qualche riga di sincera vicinanza alle ragazze vittime di tale ignominioso reato.

Ed invece le righe toccherà spenderle per descrivere un clima di condizionamento psicologico tale per cui le presunte vittime erano “legate da relazioni psicologiche complesse”. Si passava dalla capogruppo o capobranco, alla sua migliore amica, psicologicamente succube, alla vittima di bullismo, fedele per necessità. 

Questi legami affettivi patologici avevano attribuito agli atteggiamenti fisici del professore una connotazione sessuale, del tutto inventata. La quale era passata di bocca in bocca, trasformando il professore in un ragazzino abusato, violentatore a sua volta, per di più gay, il che aggiunge sempre una nota di infamia a qualsiasi vicenda.

Verifiche sul campo che si sono avvalse anche dell’uso di telecamere, hanno smentito in maniera inequivocabile tali accuse, portando i giudici a formulare una sentenza che dovrebbe far vergognare gli untori di menzogne. Il professore è stato vittima di una suggestione collettiva, di “voci incontrollate e destituite di ogni fondamento”.

La storia si conclude bene nel senso che l’ingiustamente accusato è stato assolto. Ma ci sono cose che si portano dietro un pesante carico di vergogna ed umiliazione che diventa pressoché impossibile restituire alla persona una normalità come se nulla fosse mai accaduto. 

E diciamo anche che ci sarà sempre qualcuno che rimarrà con il dubbio ed il sospetto, tanto che sarà portato a prendere le distanze da quella persona, da quell’insegnante. Non si sa mai che i giudici si fossero sbagliati. Ha tutti i presupposti per diventare un’onta incancellabile. E ricostruire una reputazione necessita un’altra vita, ma noi umani non disponiamo di questo lusso. 

Ricordiamocelo la prossima volta che stiamo parlando di una persona o di un fatto. Quando facciamo delle affermazioni o muoviamo delle accuse, stiamo dando vita ad un’azione pesante. Non sono solo semplici, banali parole. Le quali sono il sale del nostro vivere in comunità. Dosiamole con estrema attenzione. 

E visto che le linee guida per mangiare sano dicono che il sale è già presente in molti alimenti per cui la sua aggiunta si rivela dannosa, regoliamoci di conseguenza.  Allo stesso modo il silenzio può salvare molte vite.



lunedì 1 maggio 2017

Se questo è un bambino


Oggi la giornata è dedicata al lavoro, ed in particolare ai diritti di tutti coloro che un lavoro lo svolgono. Il ricordo ci dovrebbe riportare indietro di più di un secolo, ai primi di maggio del 1886 a Chicago dove una manifestazione operaia finì in un massacro. La protesta era scaturita dall’assenza totale di diritti, si arrivava anche a 16 ore di lavoro al giorno, in pessime condizioni, portando le persone alla morte nelle stesse fabbriche. La rivolta denominata di Haymarket, dal nome della piazza che ospitava il mercato delle macchine agricole, durò tre giorni e finì il 4 maggio in un massacro, con undici morti negli scontri tra polizia e manifestanti.

Se oggi non abbiamo dimenticato cosa successe quei giorni di tanti anni fa, dobbiamo fare altrettanto ricordando che in quel periodo era normale trovare persone in giovanissima età che passavano la loro infanzia nelle fabbriche. Molto spesso i danni fisici che riportavano non consentivano loro di avere una vita normale, sempre che avevano la fortuna di arrivare all’età adulta. 

Dovremmo guardarci indietro inorriditi con la certezza che se andiamo avanti nel tempo, siamo in grado di superare situazioni noncuranti della dignità umana.
Purtroppo la condizione che ne è responsabile ossia la povertà, non è stata eliminata ed in alcuni paesi nel mondo, i bambini continuano ad essere vittime di contesti a dir poco sfortunati. Costretti a diventare grandi, per tentare di far sopravvivere una famiglia intera.

Con l’avvento della rivoluzione industriale venivano impiegati soprattutto nell’industria tessile, le mani molto piccole permettevano, infatti, di infilare agevolmente il filo e lavorarlo. In Inghilterra o in America era possibile trovare situazioni del genere e se la rivoluzione si fosse diffusa a tutto il globo oggi sarebbe diverso. Negli anni a venire però, le cose non andarono per tutti allo stesso modo ed il mondo si è diviso in paesi sviluppati, ricchi, progrediti e paesi che forse un giorno lo diventeranno, sempre che i primi abbiano lasciato ancora qualcosa da poter sfruttare.

Del resto i bambini fortunati devono vestirsi, mangiare merendine, possedere un cellulare e poterlo cambiare quando esce un modello più nuovo. Per creare questi prodotti è necessario che qualcun altro dedichi ore della sua giornata per contribuire a questa produzione. 

Il problema ed anche pesante, sorge quando queste ore sono sottratte al gioco e allo studio, privando la persona dell’istruzione che sarebbe necessaria per cambiare la sua condizione. La quale non si modificherà nel futuro, condannando chi ne è vittima ad una vita miserabile. Le ore di lavoro occupano intere giornate, il salario non è scaturito da una contrattazione e se il piccolo è estremamente fortunato si ritrova a cucire tappeti o scarpe. Che il bambino che le indosserà pagherà molti soldi, nonostante il bambino che le ha cucite verrà pagato molto, molto poco. 

Fin qui molte cose non tornano, ancor meno quando ci spostiamo in luoghi dove si produce non la scarpa famosa, ma l’ingrediente di una merendina o un minerale essenziale per assemblare un cellulare o un tablet. Una miniera non è un bel posto per nessuno, figurarci un essere in via di sviluppo.  Nel Congo si produce molto del cobalto utilizzato per le batterie al litio di diversi dispositivi, e c’è bisogno di qualcuno che lo estragga rovinando per sempre i suoi polmoni, sempre che riesca a sopravvivere. 

In Indonesia viene prodotto gran parte dell’olio di palma che si trova in molti alimenti confezionati. Molte persone devono lavorare nelle piantagioni per mantenere una elevata produzione, in mezzo a pesticidi tossici, trasportando carichi di frutta anche di 25 chili. Trattandosi di luoghi ricchi di povertà, la possibilità che a vivere in queste condizioni sia una persona minore di 18 anni, è molto elevata, senza la benché minima tutela, con un rischio esponenziale di morte o danni fisici gravi. 

Ora però la produzione di olio di palma è etichettata come sostenibile, tanto per sentirsi a posto con la coscienza. Io mi sento a posto solo se consumo poco, mangio con morigeratezza, faccio durare il più a lungo possibile il cellulare o la scarpa di marca famosa. È l’unica arma che ho per rallentare quella produzione, abbassare la soglia di voracità di un consumismo divenuto ormai insostenibile per la Terra e per i suoi abitanti. 

Questo articolo lo dedico ad un bambino pakistano, divenuto il simbolo della lotta al lavoro minorile. Il suo nome è Iqbal Masih, venduto dal padre ad un venditore di tappeti per un debito di soli 12 dollari e costretto a lavorare anche 12 ore, incatenato e denutrito, minato per sempre nel suo fisico. Riuscito a fuggire, partecipò ad una manifestazione per la liberazione dalla schiavitù del lavoro e da allora cominciò a viaggiare per far conoscere al mondo queste orribili situazioni. 

All’età di 12 anni, nel 1995, fu assassinato in circostanze tutt’oggi non chiarite, ma grazie al suo impegno molte condizioni di schiavitù minorile sono venute alla luce portando alla chiusura molte fabbriche di tappeti in Pakistan. Fino a quando la povertà sarà una realtà del pianeta, tutto questo può ancora succedere. Anche in paesi insospettabili, considerati industrializzati, nelle sue realtà più arretrate, dove la ricchezza non è arrivata. 

Quando sono i bambini a pagare personalmente le conseguenze dell’ingiustizia, ho idea che manchi ancora molto, troppo tempo per definirci una razza evoluta.


sabato 22 aprile 2017

Nella giornata a Lei dedicata, un sincero pentimento


Si celebra dal 1970, ma ogni anno diventa sempre più importante capirne il senso ed il vero significato. Perché dedicare una giornata al pianeta che ci ospita è un po’ riduttivo. È veramente necessario capire l’importanza dei nostri comportamenti, di quanto il nostro modo di agire abbia effetto in primo luogo su noi stessi. 

La Terra ci ha concesso un luogo dove vivere, continuare la nostra specie, seppur in un modo altamente discutibile, e noi nel corso della nostra lunga evoluzione l’abbiamo sfruttata ogni oltre limite, depredandola di ricchezze che in alcuni casi sono perse per sempre. 

Siamo stati e continuiamo ad essere degli ospiti ingrati e maleducati, irrispettosi e pretenziosi. L’abbiamo spesso macchiata con le sue stesse risorse, versando in limpide acque petrolio e composti più o meno sintetizzati. Abbiamo versato sulla sua superficie miliardi di sostanze chimiche, prodotti nei nostri laboratori, avvelenandola senza pietà. 

Si dice che le cattive azioni tornino, seppur sotto altre vesti, al mittente e in termini di salute lo stiamo già constatando. Non è invenzione il dato sui morti causati dalle particelle sottili dello smog. Quei micron in polvere che entrano infidamente dentro i polmoni, senza troppa difficoltà, e ci fanno respirare male, aumentando di gran lunga il rischio di problemi al cuore. 

I bambini sono spesso le vittime più indifese di fronte a questi micro-killer. In molte parti del globo si usano ancora prodotti chimici pericolosi che causano seri danni alla salute, al fisico, allo sviluppo. Ancora una volta sono loro, i bambini, a pagare le peggiori conseguenze, perché li maneggiano senza cautele, magari ci lavorano, anche se dovrebbero fare altro.

Sfruttiamo sempre di più quanto ancora rimane, per indossare piume, pietre, gustare prelibatezze, costruire in luoghi fino a quel momento incantati. Abbiamo a tali scopi, portato all’estinzione alcune specie e da questo non si torna indietro.Tutto per sollazzare il nostro ego. 

Stiamo divorando risorse, macinando calorie avidamente e il prodotto di questo processo perverso e inarrestabile sono loro, lo scarto del progresso: i rifiuti. Che dobbiamo affrettarci a far scomparire, bruciandoli, seppellendoli, far finta che non siano mai esistiti. 

Ma nulla scompare e se li bruciamo ci tornano nei polmoni, nell’aria creando riscaldamento superfluo; se li sotterriamo tornano nell’acqua e nel cibo che piantiamo. Se abbiamo fortuna alcuni rimarranno inerti, attraverso i secoli, a testimonianza del nostro passaggio su questo pianeta, per le generazioni future o per qualche visitatore extraTerra inorridito. 

Lei nei secoli ha cercato di difendersi, di trovare modi diversi di sopravvivere a tanta avidità, ma lo sfruttamento è durato troppo. Abbiamo esagerato in ogni senso possibile ed ora paghiamo il prezzo di ritorno. I mari che si alzano, i venti impetuosi e distruttivi, i cibi avvelenati, le tempeste senza quiete, il caldo opprimente. 

Mangiamo, respiriamo, e riproduciamo il nostro veleno, la Terra ora non ce la fa più a salvarci. L’abbiamo esaurita e ora dobbiamo cavarcela da soli.
Dobbiamo iniziare a considerarci degli ospiti sempre grati per quanto potrà e vorrà concederci, ma sarà bene cominciare a ridimensionare la nostra istintiva natura di predatori. 

Altrimenti soccomberemo sotto l’enorme peso della nostra invadente presenza, soffocati dall’aria impura, smog, rifiuti, scarti alimentari, acqua inquinata e con sempre meno ossigeno da respirare vista la progressiva diminuzione di alberi in circolazione.
Non le stiamo dedicando una giornata, stiamo solo concedendo a noi stessi un’altra possibilità. 

Magari c’è ancora tempo per dimostrare di non essere dei pessimi abitanti. Potremmo allora cominciare con un buon proposito. Del tipo impegnarsi a diventare dei consumatori morigerati. Mangiamo meno, sprechiamo quindi meno, non compriamo se non necessario, facciamo vivere più a lungo ciò che ci appartiene. 
Abbiamo bisogno di poco per vivere bene, il resto è superfluo ed inquinante. 

Alla prossima giornata della Terra, sperando di poter essere un po’ più fieri di noi.


lunedì 17 aprile 2017

Sarin, affido a te l'atto finale


Mai come questi giorni mi sto rendendo conto di quanto la società si stia evolvendo e l’evoluzione di per sé rappresenta un elemento essenziale per raggiungere un ottimale livello di civiltà. Per lo più le religioni, o meglio le loro diverse interpretazioni, hanno deciso quanto l’uomo potesse progredire, pagando sempre un prezzo altissimo in termini di vite e distruzione.

La cruda verità è che nella storia della Terra le guerre hanno rappresentato passaggi fondamentali nel lungo processo di cambiamento dei singoli paesi. La fase preparatoria di un conflitto, il suo inizio, quanto durerà, la sua fine, segnano inevitabilmente la vita futura di una nazione e i sentimenti di chi la abita. 

Ma ciò che ha condizionato e influenzato più di ogni altra cosa il progresso della società nella sua interezza, è stato lo studio, la ricerca in ambito militare. Molti degli strumenti tecnologicamente più avanzati che sono diventati di uso comune hanno avuto origine e motivo del loro sviluppo per scopi non proprio pacifici. Bisogna ammetterlo, l’umanità è progredita attraverso i secoli di pari passo con i conflitti che l’hanno devastata, anche se parlare di progresso sembra un paradosso. 

Non ci siamo mai staccati dalle guerre, grandi e piccole, anzi sono sempre state il motore del nostro sviluppo. E se la frase può risultare troppo forte, si può dirla in altro modo: la natura prevaricatrice dell’uomo ha determinato la sua storia futura. 

Quella attuale racconta di un eccidio avvenuto in un paese di nome Siria. Un luogo intriso di storia, influenzata da diverse civiltà, tra cui Egiziani e Babilonesi, e terra natia di alcuni tra i più illustri letterati e uomini di cultura. Questo posto incantevole, per quanto povero di risorse naturali, si trova in una posizione strategica, di comodo passaggio verso il mare e il petrolio rappresenta un ottimo alibi per dare luogo ad un conflitto. 

Se poi il petrolio si mischia alla religione, il prodotto che ne consegue è una miscela esplosiva che dà vita ad un conflitto che dura ormai da sei anni, devastanti e distruttivi. Scenario di per sé già terrificante, fino a quando qualcuno, che ovviamente ora sta molto attento a non mostrare la mano, decide di ricorrere a uno strumento inventato dai tedeschi. E il contesto assume contorni da horror. 

Il gas Sarin, infatti, uccide in modo orribile: attacca il sistema nervoso, fa perdere il controllo di ogni funzione del corpo, blocca di conseguenza anche la respirazione, causando così la morte per soffocamento. Molti di quei morti, 90 circa, erano bambini, rendendo, se possibile, l’azione ancor più crudele. 

E per rimanere in tema di evoluzione, si può certamente citare l’origine di questo strumento che è divenuto di morte, ossia il lontano 1938 in cui scienziati dell’esercito tedesco lo sintetizzarono per creare un pesticida, e la cosa si fermò lì. 

Non oso pensare cosa sarebbe potuto accadere se Hitler avesse vinto la guerra, forse i vecchi forni crematori avrebbero lasciato il posto a ben più sofisticati modi di eliminazione di massa. Esattamente come Philip Dick l’aveva immaginato nel libro “La svastica sul sole”. 

Ma anche senza di lui, l’uomo ha pensato bene di creare svariate dittature in giro per il mondo e con loro un valido motivo per l’uso di mezzi estremi. Vale sempre il motto “se non sei con me, sei contro di me” e se il me in questione ha pure l’esercito dalla sua parte, il gioco è presto fatto. A quel punto tutto è lecito, anche uccidere persone inermi, nei modi più atroci possibili. 

Affidarsi a Sarin, non è però l’ultimo atto di una corsa alla peggior distruzione, anche se di certo lo è per l’esistenza di un qualsiasi mammifero. Notizia di questi giorni è quella riguardante l’utilizzo da parte degli Stati Uniti di una super bomba che, pur non essendo nucleare, distrugge tutto nel raggio di centinaia di metri. 

L’obiettivo era quello di indebolire l’organizzazione terroristica Isis in un suo luogo strategico in Afghanistan. Gli Stati Uniti, per ora, stanno dimostrando di essere avanti a tutti nel percorso evolutivo di cui parlavamo, e sicuramente la tecnologia di cui è capace questa super bomba, la ritroveremo applicata in molti settori diversi da quello militare. 

Se da una parte si colpiscono i terroristi, dall’altro ci guadagniamo in modernità, e se la Corea del Nord minaccia di sferrare un attacco nucleare, si dimostra un po’ anacronistica nel contributo al progresso che ogni nazione nel suo piccolo sta offrendo al mondo.

La svolta per l’umanità avrà luogo il giorno in cui abbandonerà definitivamente l’istintiva prevaricazione su altri esseri. A quel punto non saranno le guerre a guidare il progresso, ma la necessità di creare un mondo evoluto in egual misura per tutti, alla Star Trek per chi conosce il genere. 

Ma stravolgere la propria natura, è un processo lungo e difficile. Quindi, per il momento, dovremo accontentarci di raccogliere le briciole di umanità che i cattivi decideranno di concedere. 
Progrediremo così, conflitto dopo conflitto.






domenica 26 febbraio 2017

Sono felice se me ne frego


La foto mi ritrae in uno dei momenti in cui non sono intenta a preoccuparmi di cosa possono pensare gli altri. Ed è per questo che l’espressione risulta particolarmente rilassata. 

Le volte che ho fatto emergere quanto di buono c’è in me, a ruota libera e senza arrovellarmi sul giudizio altrui, sono state le più memorabili. Sotto diversi aspetti. E sono stati anche i momenti più felici, in quanto è emersa la mia vera natura. 

A quanto pare non era solo una sensazione priva di fondamento, stando alle parole dell’articolo di cui metto il link. Il quale prende spunto da un libro scritto da un famoso blogger, Mark Manson che tradotto più formalmente equivarrebbe a: “La sottile arte del fregarsene”. (lui usa un’espressione più forte)

La società decide cosa è giusto, opportuno e rispondente a determinate regole. Chi non si conforma inevitabilmente si espone a giudizi negativi e critiche, spesso tutt’altro che benevole. E noi sappiamo quanto sia importante cosa pensano gli altri di noi, anche se facciamo fatica ad ammetterlo.

L’essere accettati è un fattore di enorme importanza che influisce sull’autostima e la sicurezza. Nessuno vorrebbe risultare sgradito al prossimo o considerato un diverso. Il nodo di tutta la questione è proprio questo. La misura in cui riusciamo a svincolarci dalle influenze esterne che vorrebbero decidere, e il più delle volte ci riescono, cosa dobbiamo essere. 

Anche solo con uno sguardo di disapprovazione, senza neanche troppo sforzo. Mettiamo il caso che stabiliamo di fregarcene, rientrando in una percentuale veramente esigua di persone che non si conformano. 

Abbiamo realmente in mano il nostro destino, scegliendo di seguire l’istinto. L’articolo ci ricorda che le persone seguono tutte un medesimo iter, rispondente a determinati canoni. Una linea regolare nel normale andamento delle cose. Cosa altera quella linearità? 

Un fatto diverso, una situazione al di fuori della norma, un comportamento inaspettato. Quando si comincia a pensare oltre gli schemi, emerge quanto di creativo sopisce in noi, estri inesplorati che potrebbero rivelarsi veri e propri tesori. 

Sia per chi lo scopre, poter dare sfogo a quanto siamo in grado di realizzare in ambiti diversi da quelli attesi, è del tutto appagante. Che per la società, la quale si ritroverebbe arricchita di una persona più felice e già questo sarebbe sufficiente. 

Oltretutto a volte accade che chi non ha seguito la solita routine, ha dato luogo ad una scoperta eccezionale, o ha fornito un contributo notevole alla crescita di tutti, costituendo un esempio che rimane scolpito nel tempo. 

Quindi una volta presa in mano un’abbondante dose di coraggio, decidendo di lasciarsi scivolare addosso ogni eventuale critica da parte del prossimo, dobbiamo solo far uscire quanto è in noi innato e sepolto sotto strati di conformismo.

Ho sempre attirato i giudizi negativi per via del mio scarso adeguamento all’andamento prevalente. Non vesto alla moda, non mi piacciono le cose che solitamente la maggior parte della gente adora, non mi allineo al comportamento predominante se non risponde a ciò in cui credo fermamente. 

Tutto ciò sembrerebbe di facile attuazione, ma all’atto pratico comporta enorme sforzo a schivare le continue disapprovazioni che la società mi rimanda. Feedback negativi, dichiarati e non, che non accrescono l’autostima di nessuno ed io non sono diversa dagli altri. Il culmine dello sforzo messo in atto per remare contro, l’ho raggiunto quando ho dato pienamente sfogo alla mia vena creativa. 

Cioè quando ho realizzato questo blog, un’esposizione estrema al pubblico ludibrio di cui temevo seriamente le conseguenze. In realtà l’unica cosa che ne è conseguita è stato il mio benessere, proprio perché ho manifestato liberamente ciò che mi piace fare. 

La scrittura è stata per me terapeutica, e per ognuno di noi c’è un punto di forza da sfruttare, una capacità inesplorata che aspetta solo di essere scoperta. Magari oggi la società ci critica, un indomani potrebbe ricordarci per aver fatto la differenza. Se avremo imparato come funziona, per noi non cambierà assolutamente niente. 

Gli altri, storceranno il naso o ci apprezzeranno, noi ne avremo guadagnato in felicità.





domenica 11 dicembre 2016

68 anni non sono bastati


68 anni sono quelli passati da quando fu adottata la Dichiarazione Universale dei diritti dell’uomo e ogni anno, il 10 di dicembre, viene dedicata una giornata a ricordarci quest’importante traguardo. Se pensiamo che ciò avvenne immediatamente dopo la fine della seconda guerra mondiale, viene quasi automatico riflettere sul fatto che successivamente ad una tragedia di proporzioni così vaste, l’uomo ha sentito la necessità di mettere nero su bianco un’intenzione, quella di non ripeterla una terza volta. 

Una guerra mondiale non era riuscita a far prevalere l’autocontrollo sull’umano istinto di prevaricazione, sopraffazione, crudele annientamento dell’altrui dignità al solo scopo di affermazione personale e dei propri principi. Ne è giunta una seconda che, in termini di crudeltà e abominio, ha superato di gran lunga ogni più atroce previsione. 

Credo che in quegli anni l’uomo ha potuto realizzare di cosa è capace, nel senso più negativo del termine. Del male che può produrre su esseri appartenenti alla stessa specie, di quanto il diavolo non sia una pura invenzione religiosa, ma un commensale che spesso invitiamo al banchetto per nutrirsi della nostra stessa carne. Le immagini che rimangono scolpite nella mia mente sono quelle di individui privati del tutto della loro dignità, ridotti a carcasse, involucri la cui anima spera di trovare al più presto un po’ di pace, fuori da un immeritato inferno.

Forse neanche l’essere umano aveva consapevolezza di essere in grado di arrivare a tanto e, quando si rende conto di aver sfiorato una tragedia ancora più grande, riflette lucidamente e butta giù inchiostro. Sembra quasi che sia la paura a far liberare parole incancellabili, una precauzione fin troppo ragionata in vista della prossima, temuta follia. 

Non si è fortunatamente verificata una terza volta, anche se il rischio si è corso ripetutamente. L’orrore era stato evidentemente tanto e tale, che ci si è fermati ad una, seppur ferma e dura, contrapposizione ideologica.

Un mondo che scampa un conflitto senza confini, sembrerebbe capace di arrivare ad un grado di civiltà e di evoluzione dove al centro di tutto è posta la persona e i suoi imprescindibili diritti. Un contesto dove la Dichiarazione stilata con tanta cura e dovizia, sembra esserne il giusto testamento.

In questo nobile atto di fede verso la natura umana, abbiamo deciso che gli esseri appartenenti alla nostra specie non possono fare a meno di diritti, di cui i più importanti sono quelli di libertà ed uguaglianza. 

Non a caso sono sanciti nei primi due articoli e scaturiscono dopo una Rivoluzione, la più famosa di tutte, quella francese, dopo la quale fu chiaro che l’uomo non aveva nessuna intenzione di essere uguale ad un altro. Infatti voleva essere più ricco, più potente, più fortunato e se possibile assomigliare ad un dio.

Ma se dopo una Rivoluzione e due guerre, immischiamo le emozioni e dichiariamo che l’essere umano non può non essere rispettato, anche se la pensa diversamente, prega in orari diversi, o non si scotta al sole, perché stiamo ancora a questo punto? 

Al punto in cui un bambino è costretto a vivere in un contesto di guerra o a lavorare perché troppo povero e per questi motivi non può ricevere un’istruzione.  

Se una generazione in erba non evolve, tutti gli altri diritti perdono di senso. Pare che non ce ne rendiamo conto, fino a quando arriva qualcuno che con le parole giuste grida la soluzione a tutti i problemi e prende il sopravvento. 

Vorrei non essere ancora in vita per raccontarlo.


domenica 27 novembre 2016

Hasta la muerte e oltre


Rivoluzione è conoscenza del momento storico,
è cambiare tutto quello che deve essere cambiato,
è uguaglianza e libertà piena,
è essere trattato e trattare gli altri come esseri umani,
è emancipare noi stessi e con i nostri propri sforzi,
è sfidare poderose forze dominanti dentro e fuori l’ambito sociale e nazionale,
è difendere i valori in cui si crede a qualsiasi prezzo,
è modestia, disinteresse, altruismo, solidarietà ed eroismo,
è non mentire mai né violare principi etici,
è convinzione profonda che non esiste forza al mondo capace di schiacciare  la forza della verità e delle idee,
Rivoluzione è unità, è indipendenza, è lottare per i nostri sogni di giustizia, per Cuba e per il mondo,
che è la base del nostro patriottismo, del nostro socialismo e del nostro internazionalismo.

Fidel Castro pronunciò questo discorso in un comizio davanti al suo popolo, diffondendo nell’etere parole veramente importanti sia dal punto di vista dell’impegno personale da profondere per non disattenderle che per la seria dichiarazione di principi che le ispirano.

Difficile tenere fede a tanta virtù, ancor meno quando dopo essere usciti vittoriosi da una rivoluzione si decide di tenere il potere nonostante i buoni propositi iniziali. 
Il Condottiero Supremo, figlio di una famiglia benestante, decise di aderire alla politica antimperialista sin dagli anni dell’ateneo, scuole per ricchi che però non influenzano la sua vena di rivoluzionario. 

Capace di ribaltare un governo messo in piedi da un dittatore ed entrare trionfante sul carro insieme a contadini, umili, nullatenenti e tutti quelli che non accettavano l’imposizione di un dittatore, Fulgencio Batista, che privilegiava i pochi ricchi proprietari terrieri. 

Nel momento del trionfo, il lontano capodanno del 1959, dichiara: “Non sono interessato al potere, né prevedo di assumerlo. Tutto ciò che farò è essere sicuro che i sacrifici di così tanti compatrioti non rimarranno invano, qualunque cosa il futuro mi riserverà.”

Ed invece il potere lo assumerà e lo manterrà per tutta la sua esistenza, mettendo in atto politiche atte a diffondere il più possibile la ricchezza, l’istruzione, il livello di sanità,  dando i suoi frutti se si considerano i dati che dicono, per esempio, che il grado di istruzione a Cuba è tra i più alti dell’America Latina o che il tasso di mortalità infantile è tra i più bassi delle Americhe.

E fedele ai principi dichiarati difende i valori in cui crede a qualsiasi prezzo, sia esso l’incarceramento di un dissidente, il suo obbligato abbandono di beni e familiari, la persecuzione di chi non incontra i suoi gusti in fatto di preferenze sessuali, salvo poi rendersi conto di aver esagerato e ammettere un ufficiale dietro front rispetto ai diritti dei gay. 

L’ascesa a quel potere inizialmente snobbato, avviene in un contesto storico di aspra contrapposizione tra Stati Uniti e Russia e lo schieramento filo sovietico pone il popolo cubano in una posizione pericolosa. L’America cerca di eliminarlo fisicamente e non riuscendoci affama il suo popolo con un embargo economico che è una mera violazione dei diritti umani, Fidel però deve tenere fede ai suoi ideali oltre che far sopravvivere una nazione e fa posizionare dei missili nucleari sul suo territorio. 

In questo deprimente teatrino ideologico il popolo cubano sembra non essere più al centro del suo pensiero egualitario ed in una posizione di estrema debolezza fa gravemente le spese di un potere che annebbia la lucidità di pensiero.

Afferma che la rivoluzione è conoscenza del momento storico ed in un controverso, parziale, cambio di rotta, consente, molti anni dopo la rivoluzione, la nascita di alcune imprese private o di migrare da Cuba seppur con alcune limitazioni, trovando il tempo, pur ateo, di incontrare tre papi.

Sono circolate contraddittorie affermazioni circa le sue personali ricchezze, che lui ha puntualmente smentito. Certo, non è che un rivoluzionario debba per forza svestirsi dei suo beni come San Francesco, ma se lo facesse per sentirsi più vicino alla sua gente, si approprierebbe di una unicità che poche persone nella storia possono vantare.

Se la rivoluzione è modestia, disinteresse, altruismo, solidarietà ed eroismo, non capisco perché dopo anni di governo, non abbia deciso di lasciare il posto a qualcun altro scelto da un popolo forgiato da anni di sacrifici e rinunce, quindi pienamente meritevole della sua fiducia. 

E in un estremo, generoso ultimo gesto di amore verso il suo amato popolo, avrebbe dovuto indire libere elezioni, privando suo fratello del potere, tanto per screditare almeno in parte affermazioni come quella di Trump che lo definisce: “Dittatore brutale.”

Mi permetto di aggiungere qualche capoverso a quel mirabile discorso: 

Rivoluzione è farsi da parte, far camminare da solo il popolo cresciuto con i sani principi di solidarietà, altruismo ed uguaglianza, 
Rivoluzione è rinunciare,
Rivoluzione è essere coerente con le proprie affermazioni, sempre.