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domenica 22 ottobre 2017

Se è un bene che ci sia il male


Nella escalation terroristica dell’Isis più di una persona si è domandata come mai l’Italia sia rimasta fuori dagli obiettivi prioritari di un’organizzazione che si prefigge di punire gli infedeli, tutti coloro che non accettano un’interpretazione rigida e piuttosto estrema dell’Islam. Secondo questa religione Allah è l’unico Dio e Maometto ne è il messaggero. 

Partendo da queste scarne e semplici considerazioni è piuttosto logico pensare che un paese simbolo della cristianità e sede di colui che è considerato il successore di Pietro, il capo della Chiesa di Roma, debba essere visto, da coloro che professano il rigido precetto islamico, come un luogo di perdizione. 

Al pari di ciò che la Santa Inquisizione cattolica metteva in atto contro gli eretici, i sovversivi, streghe e stregoni, accusati di essere servi del demonio, contrari ai dogmi dell’ortodossia. Ad ogni eretico bruciato vivo, la religione era messa in salvo, purificata dai tentativi di sacrilegio di chi non rispondeva ai rigorosi canoni cattolici.

I secoli passano e oggi tocca a noi che viviamo nei luoghi con professione di fede cristiana ad essere considerati degli infedeli. Una macchia nella religione altrui che va eliminata per permettere quella purificazione, sempre attuale. Il fatto che ciò non si stia verificando su territorio italiano, pone degli interrogativi. Si potrebbe pensare che i sistemi investigativi e di spionaggio siano talmente efficaci che ogni tentativo viene sventato ancor prima di essere realizzato. 

Poco probabile visto che in giro per il mondo di certo saranno stati evitati alcuni attentati, ma per altri non è stato possibile, data l’intrinseca imprevedibilità dei singoli componenti. Insomma in questi casi non si è in grado di anticipare tutto soprattutto se la rete di contatti dell’organizzazione sa come muoversi sul territorio dove vive abitualmente. Ovvietà a parte, allora qual’è il motivo per cui un paese così a rischio come l’Italia sembra essere stato volutamente lasciato fuori dall’azione globale contro gli infedeli?

Leggo una notizia sul Corriere e questo amletico dubbio si scioglie come i ghiacciai di alta montagna. L’ex procuratore antimafia Macrì ci rivela che l’Isis è scesa a patti con la mafia nazionale o sarebbe il caso di dire che quest’ultima ha fiutato un’alleanza plurimilionaria e non se l’è fatta scappare. Una come si rende utile all’altra? Presto detto, la mafia controlla il traffico dei migranti verso l’Europa, perlomeno di quelli che riescono a raggiungere la terraferma dopo aver pagato il loro passaggio a miglior vita. Le due si dividono i proventi. 

A questo punto ho la sensazione di essermi persa qualche passaggio, in primo luogo dove è finita la parte religiosa di tutta la faccenda? Anche in questo caso mi viene in mente di nuovo la Santa Inquisizione che confiscava i beni degli eretici, i quali possedimenti non venivano considerati inquinati o impuri, potenza del denaro che sconfigge tutte le diversità. 

Nello stesso articolo viene annunciato come Milano sia la nuova capitale della droga, dove si fa il prezzo e qui mi domando cosa ne è stato invece dell’evoluzione culturale di un paese, il nostro, dove persino l’Isis riesce a trovare motivo per frenare la sua azione. 

Alla fine di tutte le considerazioni possibili, l’unica che sfida ogni opinione contraria è quella per cui la sola in grado di stare al passo con i tempi è la mafia stessa. Evolve nel modo in cui non ci si aspetterebbe, infrange barriere politiche, religiose, di razza, rivede le sue strategie se necessario. 

Da rumorosa attentatrice di macchine, palazzi e vite di ligi uomini di legge, diventa sempre più insondabile, silenziosa e si eleva di livello. Gioca a poker sulle nostre teste senza che ce ne accorgiamo, e mentre il popolo si affanna a nascondere il suo velato razzismo, lei con i “diversi” ci fa affari da nababbi. 

Non avrei voluto mai dirlo, ma credo che dovremmo imparare questo vedere oltre, tutto e tutti. Questo opportunismo al servizio dell’illegalità si bea di un progresso culturale che stenta a decollare e dove regna l’ignoranza il più scaltro dei commercianti si arricchisce e molto. 

Mi chiedo tra qualche centinaio d’anni quando il denaro potrebbe non farla più da padrone, in una società alla Star Trek, come riuscirebbe a sopravvivere una realtà così camaleontica come la mafia. A quel punto potrebbe essere talmente cambiato il contesto che la circonda che non esisterebbe più alcun appiglio per la sua evoluzione. 

A meno che non sfrutti i viaggi spaziali verso pianeti diversi dalla Terra, ormai inabitabile. Ma non è così che va a finire in Star Trek. 


domenica 14 maggio 2017

Anche il frivolo è indispensabile



Qualche lettore mi ha fatto notare l’importanza dei temi che sono trattati in questo blog, e quanto il tutto fosse estremamente serioso. Ho risposto che alcuni argomenti necessitano di uno stile poco incline all’ironia. E comunque se si vuole strappare un sorriso a chi legge, lo si deve fare in maniera molto oculata. Per non risultare offensivo o superficiale. 

Lo scopo di molti articoli qui postati è quello di provocare una riflessione più che una risata, anche se chi mi parlava si riferiva proprio a quello. O più precisamente al fatto che chi non mi conosce, si può fare un’idea non proprio esatta di me. Di una persona estremamente seriosa, poco incline all’umorismo o a parlare di cose futili. 

Come scrissi in un precedente post, sulla scia di una recente ricerca, decisi di iniziare a staccarmi dal giudizio altrui. Questo non vuol dire che se gli altri mi fanno notare qualcosa, debba ignorarlo. Ho pensato che in effetti sto rimandando la scrittura di alcuni articoli che trattano argomenti leggeri, che rasentano la frivolezza. 

Cose di cui mi capita di parlare con colleghi o amici, che mi incuriosiscono ma che inserisco sempre alla fine di una lista di argomenti che non riesco ad ignorare. Che reputo più importanti e che in effetti lo sono. La vita di tutti i giorni però corre anche su questioni di poco conto, cose che, se nessuno ne parla, non cambia molto nel destino di noi tutti. 

Magari scegliendo qualcosa che stimola la curiosità si può arrivare ad essere profondi anche parlando di moda, se alla fine non si rimane disinteressati rispetto alla necessità di non comprare voracemente. C’è da chiedersi se si può vivere senza pensare a nulla, senza considerare la realtà che ci circonda. Veramente in tutte le nostre scelte dovremmo considerare cosa e chi è intorno a noi, valicando il confine del nostro, esclusivo universo. 

Se pensiamo che questo cambierebbe in primo luogo la nostra qualità di vita, metteremmo in atto un cambiamento più a cuor leggero. Se viviamo in un contesto dove ogni persona prima di agire comincia a pensare di non essere sola, che ciò che farà avrà un effetto su altre persone e sul luogo in cui vive, e più in grande sullo stesso pianeta che la ospita, le cose cambierebbero nel profondo. 

A quel punto potremmo permetterci di essere frivoli, ogni tanto, di non pensare a nulla, nel momento in cui ci sdraiamo su un comodo sofà e sorseggiamo una bevanda in totale relax. 

È decisamente liberatorio ritagliarsi un spazio del tempo che scorre, per dedicarlo solo al nostro benessere. Volersi bene è importante e se lo accompagniamo anche con una sana risata lo è molto di più. 

Una volta appurato che si può essere seri, impegnati, divertenti, frivoli e coscienziosi, valutando opportunamente cosa sia meglio mettere in campo in una determinata occasione, affrontiamo la superficialità con serietà. Ridiamo pure del nulla se non rappresenta una caratteristica fissa della nostra giornata, così come il parlare del futile può essere accettabile se non ci dimentichiamo degli altri nel normale agire. 

Per essere coerente devo, a questo punto, dare risalto ad una notizia riguardante una cosa piuttosto leggera, ossia l’emissione di particolari francobolli da parte dell’amministrazione postale delle Nazioni Unite.

Dodici francobolli che raffigurano una specie di animali o piante, a rischio di estinzione. Lo squalo volpe o il baobab di Grandidier potrebbero essere prossime alla definitiva sparizione da questo pianeta e sembra che l’Onu metta in atto questo mix di utile e dilettevole da oltre 20 anni. 

Lo trovo veramente interessante, sempre che non diventi agli occhi della gente solo un’espressione artistica, priva di ogni riflessione su ciò che stiamo causando all’ecosistema. Qualcuno si chiederà pure cosa c’entra lui personalmente con la scomparsa della rana verde escavatrice. 

In realtà anche lui ne è responsabile dal momento che compra quando non necessario, consuma eccessivamente rispetto alle sue necessità, rilascia nell’aria e nell’acqua sostanze dannose conseguenti a questi consumi.

Nell’ordine mondiale delle cose sembra che non cambi nulla senza la rana verde escavatrice. Ma un pezzo in meno in una scacchiera ben organizzata quel’è l’ecosistema, è l’ennesimo danno da riparare. 

In definitiva un francobollo può portare al cambiamento.



domenica 28 febbraio 2016

Due facce della stessa medaglia


Ho sempre pensato che nell’essere umano coesistano due nature del tutto contrapposte, due istinti che predispongono al bene o al male; insomma a quest’umanità divisa tra buoni e cattivi non c’ho mai creduto. In ognuno di noi albergano sentimenti diversi, che possono manifestarsi in maniera prevalente a seconda della diversa educazione, delle esperienze di vita o semplicemente dal contesto in cui ci si trova. 

La natura umana è molto complessa e mi è sempre sembrato un po’ riduttivo etichettarla in maniera lapidaria, collocandoci nel settore degli aspiranti al Paradiso piuttosto che ai cattivi da guardare dall’alto della posizione di presunto buono. Non mi risulta che nessuna divinità si sia materializzata tra di noi, per cui ne deduco che siamo difettosi, fallibili e corruttibili. Ognuno di noi nell’interezza dell’umanità. 

Siamo quindi in grado di commettere azioni non proprio da puri di cuore se le condizioni ambientali si rivelassero particolarmente sfavorevoli. Però questa è una semplice opinione, anche se basata sulle mie personali esperienze, ma visto che sono difettosa c’è la concreta possibilità che dica una cosa non corrispondente al vero. 

Qualche giorno fa mi sono imbattuta in un articolo scritto su Le Scienze che mi ha fatto riflettere su quanto, invece, la malvagità sia una normale inclinazione dell’essere umano così come l’essere generosi, sin dalla preistoria. La storia fornisce esempi chiari di questa dualità, e se siamo giunti fino ad oggi ci spiega che la coesistenza di entrambi ci ha salvato dall’estinzione. 

In quest’articolo viene descritto un efferato massacro perpetrato su un gruppo di uomini, donne e bambini per opera di un gruppo rivale, allo scopo di appropriarsi dei loro raccolti o della loro posizione nella zona. Ci troviamo a Nataruk in Kenia, 10.000 anni or sono. Al di là delle motivazioni dietro la strage, che comunque hanno a che fare con la sopravvivenza, la modalità con cui sono state uccise queste persone, fa pensare che la malvagità è antica quanto l’uomo. 

Ogni giorno le cronache registrano atti di una ferocia tale da farci supporre che chi li compie sia in preda a chissà quale condizionamento o disturbo della personalità. Il più delle volte si sente dire “Chi l’avrebbe mai detto, sembrava una persona normale.” Difficile poter dire “la natura malvagia ha prevalso su quella buona.” 

O come spiega Robert Foley, il coautore dello studio sui resti del massacro: ciò che accadde a Nataruk è l'eco di una violenza forse altrettanto antica di quell'altruismo che ci ha portato a essere una delle specie più cooperative del pianeta. 

"Non ho dubbi che essere aggressivi e letali sia inscritto nella nostra biologia, così come lo è saper essere profondamente premurosi e amorevoli. 
Molto di ciò che abbiamo capito sulla biologia evolutiva umana suggerisce si tratti di due facce di una stessa medaglia".



martedì 22 dicembre 2015

Il senzatetto più famoso del web


Ieri ho visto un’intervista di Fabio Fazio a Richard Gere, andata in onda domenica scorsa. Parliamo di un attore famosissimo che quasi alla soglia dei settant’anni ha fascino da vendere a molti altri. Ma non è di questo che voglio parlare. Mi interessava sentire ciò che aveva da dire un uomo che pratica buddismo da molti anni, particolarmente vicino al Dali Lama e, cosa che non sapevo, sostiene da molti anni Survival International. Si tratta di un’organizzazione che difende i diritti umani dei popoli indigeni e tribali nonché il loro habitat da qualsiasi forma di persecuzione o razzismo. Mi sembrano ottimi motivi per rimanere ad ascoltare quanto ha da rispondere alle domande di Fazio.

Rispetto agli attentati di Parigi dice che i cattivi sono pur sempre persone e che si possono redimere, e che noi, ipoteticamente buoni, dovremmo saperli perdonare. A questo punto cita concetti di un certo peso quali la compassione e l'empatia. La prima è un sentimento di sofferta partecipazione ai mali altrui, mentre la seconda è il processo psicologico per cui ci si identifica con un'altra persona riuscendo a condividerne le emozioni. Qui metto in pausa il video e mi fermo a riflettere. 

Penso che se ogni essere umano possedesse queste che hanno tutta l'aria di essere delle virtù degne di santificazione, beh allora vivremmo su un pianeta che non è l'attuale. Se parliamo di perdono allora diventa ancor più difficile quando si devono fare i conti con un amico o un familiare perso a causa di una furia omicida all'apparenza senza spiegazione. Però penso che se un buddista praticante come lui, parla in questi termini probabilmente si tratta solo di esercizio, meditazione, concentrazione e alla fine si può arrivare ad essere, se non all'apice della perfezione, almeno degno di continuare ad occupare un posto su questa terra. 

A questo punto avrei voglia di togliermi tanti dubbi ed invece mi tocca subire l'accostamento di due fotografie, il Dalai Lama e il Papa, e la necessaria domanda di Fazio su cosa possano avere in comune i due.  

Richard, costretto a rispondere, dice che senz'altro vogliono entrambi la felicità degli altri prima che la propria, anzi in realtà non parlano per loro stessi perché non sono degli egocentrici. Alla voce egocentrismo il dizionario mi risponde: "Tendenza a porre se stessi al centro di tutto, subordinando ogni cosa al proprio interesse personale, alla propria volontà e ambizione" praticamente i cardini su cui è fondata l'esistenza di gran parte dell'umanità. 

Forse qualcuno penserà che esagero, però subito dopo Fazio diffonde la foto di Richard acconciato da barbone per un film e lui ammette che in 45 minuti in cui era circondato da tantissime persone, nessuno lo ha riconosciuto, neanche degnato di uno sguardo più approfondito. Insomma ce n'è da fare tra meditazione, riflessione, lavoro su noi stessi per migliorarci e rendere questo un posto migliore dove vivere. 

Però su web l'abbiamo degnato ben più che di qualche occhiata visto che la foto ha ottenuto 85 milioni di visualizzazioni. Forse su in rete la bontà per esprimersi non ha bisogno di laboriosi processi mentali, scorre veloce e senza intoppi. Qualche click e siamo tutti assolti, almeno secondo la nostra personale coscienza, perché il buon Dio potrebbe non essere del tutto d'accordo. 

Ma Gere, l'affascinante Richard, dice che lui i social non li frequenta ed io mi chiedo perché un uomo di tali vedute si debba tenere tutto questo sapere per sé. Forse ancora non sa che i click sono più miracolosi di qualsiasi insegnamento parlato. 

Alla fine di tutto penso che è una bella persona, in tutti i sensi e con un click stoppo il video.


domenica 22 novembre 2015

The Lady: Aung San Suu Kyi


Nel 2011 Luc Besson le aveva dedicato un film e lei oggi, all’età di 70 anni, vince le elezioni nel suo paese, la Birmania. La sua è stata una vita spesa a rivendicare la democrazia attraverso la lotta non violenta, in un paese governato dalla dittatura militare. Il padre, un importante esponente politico, venne ucciso dai suoi avversari, lasciandola orfana all’età di due anni. 

La madre divenne altrettanto importante con il ruolo di ambasciatrice in India nel 1960 e la piccola Aung San Suu Kyi la seguì ovunque, fino a quando si ammalò gravemente, costringendola, ormai adulta e sposata, a tornare nel suo paese per accudirla. Fu allora che il regime militare prese il potere in Birmania o Myanmar, e da quel momento Aung San Suu Kyi non lo abbandonò più, trascorrendo quindici anni agli arresti domiciliari, a capo di un partito dai grandi intenti: la Lega Nazionale per la Democrazia. 

I militanti, strenui oppositori della dittatura militare, come accade sempre in questi casi, vennero puniti duramente, torturati, con imponenti rivolte studentesche che si trasformarono in autentici omicidi di massa. Ma lei che aveva deciso di lottare per la pace e la democrazia, perseguì il suo obiettivo senza usare neanche un proiettile, guidata dagli insegnamenti di Mahatma Gandhi e dai principi del buddismo. 

In tutti quegli anni fu detenuta agli arresti domiciliari, poi in stato di semi libertà senza comunque poter lasciare il suo paese e far visita al marito morente; solo per un’intuizione dell’autista di un convoglio sfuggì ad un massacro in cui morirono molti suoi sostenitori; cominciò ad ammalarsi subendo interventi e ricoveri; condannata a tre anni di lavori forzati per violazione della normativa della sicurezza dopo che un componente delle Chiesa mormone statunitense, aveva raggiunto la sua casa a nuoto, attraversando il lago Inya. 

Tutto ciò avrebbe annientato la tempra di chiunque, ma lei, Aung San Suu Kyi, ha proseguito il suo drammatico, eccezionale cammino per guidare il suo popolo verso la libertà. 
Il 13 novembre 2010 è stata liberata e due anni dopo ritira finalmente il Premio Nobel per la pace assegnatole nel lontano 1991. Oggi, a 70 anni ha vinto le prime elezioni libere della Birmania dopo 25 anni, avviandosi a diventare il primo ministro di Myanmar. 

Io mi inchino davanti alla grandezza di alcune persone e spero che vivano per sempre. E lo faranno perché saremo noi a permetterlo, con il loro esempio a farci da guida. Proprio come lei ha fatto con Gandhi. In tempi pregni di violenza in cui le azioni belligeranti vengono dettate dalla sete di potere/denaro, noi dobbiamo essere illuminati dal modello di queste grandi menti, le cui coraggiose gesta sono state ispirate da ideali di fratellanza, pace, commovente umanità.

Pur dall’alto della sua storica vittoria, costatale anni di terribile, quasi letale sacrificio, Aung San Suu Kyi, rivolta ai suoi sostenitori ha dichiarato:
“Dobbiamo procedere con cautela. Stiamo sereni e calmi. Il vincitore deve rimanere umile ed evitare di offendere gli altri. La vera vittoria è del Paese, non di un gruppo o di singoli”.

Non c’è nulla da aggiungere a tali parole e posso solo dire di essere onorata di vivere lo stesso tempo di una persona in grado di esprimere una tale nobiltà d’animo.


venerdì 6 novembre 2015

Se la celebrità è postuma

Vincent Van Gogh - Self-Portrait, August 1889, Oil on canvas, National Gallery of Art, Washington D.C.

Google gli dedica un doodle ed io gli dedico questo piccolo spazio del mio blog, sempre gentile concessione di Google. Il suo nome è Adolphe Sax ed è ovviamente lui, l’inventore del sassofono. Brevettato e presentato ufficialmente nel 1846 Inizialmente concepito per bande ed orchestre, divenne famosissimo dopo la sua morte come strumento caratteristico della musica jazz, negli Stati Uniti, per poi divenire usatissimo in tantissime applicazioni di musica pop e rock.

Ed è proprio questo il punto, Sax divenne celebre in tutto il mondo solo quando non era più in vita. Come tanti altri artisti. La sua vita fu invece molto travagliata, boicottato duramente da altri fabbricanti di strumenti. Portato alla bancarotta per ben due volte, aggredito fisicamente e trascinato in tribunale svariate volte. I suoi dipendenti minacciati o intimoriti per costringerli a licenziarsi. Tutto ciò ebbe ovvie ripercussioni sulla sua salute, arrivando a sviluppare un tumore, fino a quando non morì in assoluta miseria. 

Non è la prima volta che un talento non venga riconosciuto quando può riscuotere i meriti delle sue creazioni; c’è una certa tendenza ad emarginare le menti lungimiranti. Menti che magari valorizzate a dovere potrebbero dar vita ad altre mirabolanti espressioni del proprio genio creativo, anticipando magari di moltissimi anni l’intuizione di qualche altra mente illuminata. O semplicemente dando luogo ad una creazione alla quale nessuno arriverà mai. Potrebbe succedere anche questo, purtroppo. 

In ogni caso non si può affermare con certezza, dal momento che non abbiamo la possibilità di vivere un’altra dimensione, quella in cui tutte le menti brillanti, eccelse, raccolgono i frutti dei loro meriti mentre sono ancora in vita, dando libero sfogo al loro estro, senza doversi confrontare con le beghe degli invidiosi o l’ostruzionismo delle piccole menti, peccato. Credo che saremmo avanti di molti, molti anni nell’evoluzione della specie e chissà, tante umane nefandezze sarebbero superate da tempo.

Ce lo dovremmo ricordare la prossima volta che ci sembra di scorgere uno sguardo che si illumina, un ragionamento al di fuori del comune, un’idea che ci sembra davvero fuori tempo. Potremmo avere la fortuna di scambiare due chiacchiere con un futuro Gregor Johann Mendel o Edgar Allan Poe. 

Scusate se è poco.

domenica 25 ottobre 2015

Ritorno al futuro passato


Mi sembra ieri che andavo al cinema con le mie amichette e la madre di una di loro ci portò a vedere Ritorno al Futuro. Mi ricordo ancora il cinema che si trovava alla fine di Via Nazionale a Roma. Beh devo proprio ringraziarla quella mamma così accorta che ha fatto sì che prendesse vita il mio primissimo approccio con la fantascienza. E che approccio. 

Da quella volta non sono più riuscita a smettere. Dopo quattro anni arriva Ritorno al Futuro II e sono in prima fila a vederlo. Eh sì, ebbi la conferma. Ero totalmente affascinata da Michael J. Fox e ancor di più da tutti quegli attrezzi futuristici che poteva maneggiare visto che ebbe la fortuna di fare un salto nel lontanissimo (per allora, siamo nel 1989) 21 ottobre 2015. Tempo per noi ormai passato. 

Il mio flirt con lui ancora dura tutt’oggi e si è fortificato negli anni, quando le sue vicende personali hanno fatto emergere un uomo di carattere, capace di fare della sua pesante esperienza un’occasione per aiutare le prossime generazioni. A trent’anni gli è stata diagnosticata una grave forma di malattia di Parkinson e lui di tutta risposta ha istituito la Fondazione Michael J. Fox che fa ricerca sulle cellule staminali. Non può che meritare tutta la mia ammirazione. In effetti ci avevo visto giusto ad invaghirmi di lui nel lontano 1989. 

Ma cosa ne è stato delle futuristiche previsioni di quel piccolo capolavoro cinematografico?

Ne prendo atto in un articolo del National Geographic in cui si parla di hoverboard, il mitico skate volante, così come le stesse automobili che viaggiavano ben lontane dall’asfalto, le stazioni di servizio intelligenti ed ultima ma non meno importante, anzi, la spazzatura che si trasformava magicamente in carburante.

Per ciò che riguarda gli hoverboard sembra che in California una compagnia di nome Arx Pax stia lavorando ad un prototipo che si muove grazie ai campi magnetici, il suo nome è Hendo. Lo sceneggiatore Bob Gale, padre dell’idea dell’hoverboard come lo abbiamo visto nel film, ha già provato l’ultima versione di quello reale. “È stata un’esperienza allucinante salire sull’Hendo, è proprio quello a cui pensavamo nel 1989”, racconta. Ma siamo un po’ in ritardo da quella previsione.

Rispetto alle automobili, siamo ancora più lontani. Nel film Doc parlava di un tempo futuro in cui non c’era bisogno di strade ed invece l’auto volante è ancora oggi un sogno. Certo ci si arriverà, ma dovremo aspettare un bel po’. Secondo Jack Langelaan, professore associato di ingegneria aerospaziale alla Pennsylvania State University, non c’è da stupirsi che la tecnologia delle auto volanti ci metta così tanto ad arrivare sul mercato. “Il pericolo maggiore è che, essendo l’auto volante un ibrido, si finisca per creare qualcosa che è la via di mezzo tra un’automobile scadente e un aereo che funziona male”, commenta.

Le stazioni di servizio intelligenti come si vedevano nel film, sono ben distanti dall’essere realizzabili. Nel Midwest americano entro l’anno arriverà sul mercato una pompa per il carburante che non è ancora dotata di intelligenza a quei livelli, però grazie ad un erogatore estensibile apre autonomamente l’ingresso al serbatoio e fa rifornimento senza bisogno di un essere umano. Non mi sembra una banalità.

Una delle scene che comunque destarono maggiormente la mia curiosità era quella in cui Doc butta dentro la mitica macchina del tempo di nome DeLorean, ogni genere di immondizia per alimentarla.  Lì si parla di una reazione nucleare all’interno del motore, però se pensiamo al concetto di trasformazione dell’immondizia in energia, ci sono già diversi esempi nel mondo. Per citarne uno: la discarica Altamont in California che produce quasi 50.000 litri di gas naturale liquefatto, grazie ai quali alimenta i 300 camion della spazzatura che lavorano nella regione. Utilissimo ma ancora troppo costoso per diffonderlo su larga scala.

Sembra proprio che gli sceneggiatori del film si siano tenuti un po’ troppo stretti con i tempi. La maggior parte delle previsioni sono rimaste irrealizzate. Azzardando due conti la data andava spostata di un centinaio d’annetti, quanto meno per il motore trincia immondizia!

Le uniche due cose che non hanno deluso sono l’uso del fax, è così che viene annunciato a Marty il suo licenziamento, e la mia cotta per Michael. 

Ha dimostrato di essere un grand’uomo. 

sabato 10 ottobre 2015

Fuori dai binari di una vita ordinaria


"Voglio che le altre persone prendano ispirazione da questa mia decisione e inizino a farsi domande su ciò che giudicano normale - ha spiegato Leonie Müller al Washington Post -. Non c'è mai una sola strada da prendere, ma sempre diverse. La prossima avventura magari ti sta aspettando ed è proprio dietro l'angolo. Assicurati solo che tu voglia davvero provarla".

Leonie Müller è una studentessa che ha fatto notizia per la bizzarra decisione di passare la sua momentanea esistenza su un treno o più precisamente su svariati treni, sbarazzandosi di una fissa dimora. Ammette di non voler vivere più da nessuna parte e di sentirsi sempre in vacanza, distratta dalle mille attrazioni che la vita in un vagone può nascondere. Leggere, scrivere, parlare con tante persone o semplicemente guardare fuori dal finestrino. 

Mi sono ricordata dei miei anni di pendolarismo in cui queste attività rappresentavano un piacevole passatempo per supplire alla lentezza e all’inefficienza dei mezzi di trasporto. A volte la stanchezza prendeva il sopravvento, offuscando la bellezza di queste semplici cose. 

Mi incuriosisce il fatto che ci sia qualche giovane cuore che decide di riempire con quelli che io chiamo passatempi, il suo vivere quotidiano. Arrivo a pensare di non averli apprezzati abbastanza, focalizzando troppo spesso la mia attenzione sugli aspetti negativi del viaggio. Con uno spirito più leggero, avrei letto qualche libro in più, avrei cominciato a pensare di scrivere un blog molto tempo prima. 

Non so se Leonie Müller deciderà di continuare a vivere in questo modo i suoi prossimi anni, è improbabile che lo faccia per tutta la vita. Di certo può vantare nella sua storia personale, un’esperienza fuori dall’ordinario. Le strade diverse di cui parlava nell’intervista, per essere percorse necessitano di una buona dose di coraggio, ma possono davvero portare dei risultati ordinariamente irraggiungibili. Magari un incontro sul treno potrebbe modificarle per sempre la vita. Magari un libro che altrimenti non avrebbe mai letto, potrebbe farle vedere le cose da un’altra prospettiva. 

Piccoli e grandi avvenimenti che in un modo e nell’altro portano ad un cambiamento. Un’opportunità di crescita enorme.

Lei, al contrario dei treni su cui viaggia, ha intrapreso un percorso diverso da quello stabilito. 

Dalla consuetudine, dalla norma, dai nostri insindacabili giudizi.

domenica 27 settembre 2015

L'inventario delle cose belle


Come promesso annoto qualche riflessione sui compiti assegnati dal Prof. Catà  per l’estate appena passata. Sono degni di approfondimento proprio perché non riguardano materie scolastiche in particolare, ma più semplicemente il vivere. Suggerimenti su come affrontare la vita, beneficiando di tutte le cose belle che abbiamo a disposizione. Cose semplici che ci aiutano a raggiungere una dimensione più umana, che perdiamo di vista per inseguire gioie effimere, beni materiali che promettono felicità illusorie. 

“Al mattino, qualche volta, andate a camminare sulla riva del mare in totale solitudine: guardate come vi si riflette il sole e, pensando alle cose che più amate nella vita, sentitevi felici.”

Il 1° compito assegnato recita proprio così e non potrebbe esserci persona più felice di me nell’accogliere pienamente un suggerimento così allettante. Già nelle mie precedenti riflessioni ho sottolineato l’importanza di vivere appieno la natura. Stare in sua contemplazione ci riporta in una dimensione lontana dalla vita frenetica e superficiale. 

Ci spogliamo della nostra veste quotidiana e restiamo in ascolto del silenzio o di quanto la natura ha da offrirci in quel preciso momento: un cinguettio, l’infrangersi delle onde sulla battigia o il fruscio delle foglie mosse dal vento.
Troppo poco per renderci felici? Secondo me abbastanza per focalizzare la mente su pensieri positivi, sulle piccole cose che scaldano il cuore. 

Ognuno di noi ha qualcosa di cui gioire, ce ne dobbiamo convincere. Magari quel qualcosa con gli anni ha perso valore ai nostri occhi e allora perché non sfruttiamo il momento magico per fare di nuovo l’inventario delle cose belle della nostra vita? Sepolte dalla polvere, improvvisamente riacquisteranno valore e ci sentiremo gioiosi di essere in grado di apprezzarle, proprio come auspicava il Prof.  

Il sole caldo e avvolgente del mattino farà il resto. 

domenica 6 settembre 2015

È un paese per vecchi


Rimaneggiando il titolo di un famoso film dei fratelli Coen, ottengo l’istantanea di un paese che sta invecchiando sia demograficamente che concettualmente. 
Parlo dell’Italia ovviamente e non sono io a dire che i decessi superano le nascite e l’età media della popolazione continua salire. È l’Istat che attraverso i suoi dati ci fotografa un paese in progressivo invecchiamento e io aggiungo in continuo deterioramento.
Sì perché leggendo il dato secondo cui diminuisce il numero degli immigrati e aumenta quello degli emigrati, mi vien da riflettere che se anche i pochi giovani che popolano questa nazione decidono di andare via, allora la situazione è complessa ed ancor più deprimente di quanto potessi pensare.

La verità è che questo paese langue, nel suo modo di pensare, statico e conservatore. Le idee nuove, giovani e scalpitanti, non vengono sostenute e muoiono ancor prima di esprimere tutto il loro incredibile potenziale. Si spengono quando invece dovrebbero rappresentare il carburante che permette ad un paese di avanzare, procedere rapidamente verso il futuro. Ma qui no, non si scommette, non si osa. Si preferisce percorrere strade già conosciute, sentieri usurati dal tempo e certo, maledettamente comodi. Non si sa mai che cambiando qualcosa nell’ordine delle cose, qualcuno ci rimetta e allora meglio continuare nello stesso identico, malsano modo e così facendo ci guadagna bene il singolo e ci perde la collettività, pesantemente. 

E così l’idea giovane, la rivoluzionaria scoperta scientifica o semplicemente un inconsueto modo di pensare, vengono sepolti da una macchina organizzativa, imponente e mal oleata, con passaggi farraginosi, lunghi e costosi. E mi sembra davvero incomprensibile che tutto ciò che per altri paesi costituirebbe una ricchezza da preservare con cura, qui venga considerato un bene da tassare oltre misura.

E un bel giorno accade che il giovane dalle mille idee si senta un incompreso e molli i suoi esaltanti progetti, l’altrettanto giovane ricercatore prossimo ad una scoperta sensazionale decida di far dono di questo tesoro ad un altra ospitale nazione che possa restituirgli la dignità perduta e il coraggioso rivoluzionario del pensiero dopo ore di attese per costosi dazi, arrivi alla conclusione che non è in grado di cambiare un sistema che rema contro di lui in ogni modo possibile e con smisurata forza. 

Oggi non è proprio il giorno giusto per innovare e rimanda a domani ogni buon proposito.
Intanto la macchina procede, lenta, costosa e vecchia, sempre più vecchia.

domenica 23 agosto 2015

Carpe diem



Era dai tempi del professor Keating, interpretato meravigliosamente dal compianto Robin Williams, che non si parlava di una scuola che insegnasse a vivere nel senso più profondo del termine, lasciando da parte regole e teoremi. Perché siamo abituati a vederla e viverla in altro modo. Come un dovere al quale non ci si può sottrarre, un rituale esercizio il cui fine è quello di colmare sterilmente vasi vuoti e inanimati, che invece sono circondati di carne ed ossa e si chiamano adolescenti, ragazzi. Sì insomma giovani umani che si avviano, euforici e timorosi, verso l’età adulta che si schiude di fronte ai loro occhi inesperti. 

La scuola, nei loro scoppiettanti pensieri, ha tutta l’aria di rappresentare un dovere noioso e senza scopo, perché non sono abbastanza maturi da essere altrettanto lungimiranti e capire quanto sia prezioso e di incommensurabile valore la cultura: apprendere per capire, imparare per padroneggiare il pensiero come l’azione. 
Ma loro no, non sono in grado di afferrarlo dal momento che sono proiettati a vivere frettolosamente il presente, maledetto e senza futuro. 

E allora sarebbe bellissimo se chi è preposto all’insegnamento di tante intriganti materie scolastiche, coinvolgesse non solo le aree cerebrali deputate all’apprendimento, ma anche quelle a stretto contatto con la parte più profonda di un animo in pieno tumulto. E chissà, magari partendo dal percorso inverso, i risultati ottenuti potrebbero essere di gran lunga superiori a quelli attesi.

In tempi nebulosi e consumistici, ed in un contesto ancor più conservatore come quello italiano, fanno notizia i compiti per le vacanze estive assegnati dal professor Cesare Catà del Liceo delle Scienze Umane "Don Bosco" di Fermo. 
Hanno destato l’interesse e la curiosità di moltissime persone perché non si tratta di verifiche dell’apprendimento di centinaia di nozioni o un aiuto per fissare meglio una regola o una teoria.

È un elenco di suggerimenti, consigli, inviti a fare o non fare qualcosa. Ed il professore, come per magia, diventa una presenza impalpabile che accompagna i suoi studenti, li supporta nella verifica più difficile ed importante: affrontare la vita, crescere per diventare esseri veramente umani.

Prossimamente dedicherò un post ad ognuno di questi suggerimenti. Mi sembra un’ottima occasione per riflettere su aspetti importanti e crescere. D’altronde non si dovrebbe far altro per tutta la vita.

mercoledì 15 luglio 2015

Tutti uguali, no tutti diversi


26 giugno 2015. Corte Suprema degli Stati Uniti. La sentenza è di quelle storiche: i matrimoni gay sono stati resi legali in tutti gli stati americani.
Non è una notizia che passa inosservata o che può lasciare indifferenti. Anche solo per il fatto che interessa un paese dalle vaste proporzioni. E quindi il passo verso un’estensione a tutto il pianeta potrebbe o dovrebbe essere breve.
Ogni paese, però, ha degli ostacoli da superare dettati dalle tradizioni, dalla cultura e soprattutto dalla religione. 

L’evoluzione di un popolo presuppone che vengano accettati pienamente fattori che non rientrano negli usi, nelle consuetudini, nei precetti generali a cui ci si deve uniformare ossia a quanto viene considerato nella “norma”. E dal momento che questa deviazione dalla “regola generale” interessa strettamente la relazione affettiva di un individuo e quindi la sua naturale aspirazione ad essere felice, se un popolo fa di tutto per ostacolarla o non si prodiga abbastanza per agevolarla, effettua un percorso inverso rispetto a quello che dovrebbe intraprendere verso il progresso.

Molto si è scritto sulle cause, le origini dell’omosessualità. Si è parlato di condizionamenti dovuti all’ambiente familiare, passando per svariate teorie biologiche, sociali e comportamentali. 
Secondo Freud l’identificazione del bambino con la figura materna come contrapposizione a quella paterna e viceversa, determinerebbe la scelta di un oggetto d’amore maschile piuttosto che femminile.
Un articolo su Le Scienze del 2012 parla di fattori epigenetici cioè che non riguardano i geni ma la loro modalità di espressione. Questi marcatori sesso-specifici prodotti nelle prime fasi di sviluppo dell’embrione regolerebbero la sensibilità delle cellule alle variazioni dei livelli degli ormoni sessuali.

In ogni caso a tutt’oggi la scienza non è riuscita a dare una riposta definitiva ed a proposito cito un passaggio di Wikipedia alla voce “Teorie sulla differenziazione dell’orientamento sessuale”.
Esaminando le teorie proposte per spiegare le cause dell'omosessualità, è evidente l'assenza di un nucleo minimo di dati che riesca ad ottenere il consenso di una maggioranza dei ricercatori. Da questo punto di vista, quindi, è lecito affermare che al momento attuale la "causa" dell'omosessualità non è nota, e che a proposito abbiamo, per ora, unicamente ipotesi.
Questo non vuol dire che sia filosoficamente impossibile arrivare a dare una risposta a questa domanda. Significa solo che, al momento attuale, nessuna teoria eziologica è riuscita a raggiungere il livello minimo di verificabilità richiesto dalla scienza per definire "vera" una teoria.

Forse quando la scienza emetterà un verdetto definitivo sulle cause dell’omosessualità, allora si potrà argomentare più serenamente in merito, in fondo si ha meno paura di ciò che si conosce meglio.
E comunque anche conoscerne le cause non cambia la realtà dei fatti cioè che l’omosessualità fa parte del genere umano e continuerà a farne parte in futuro. 

A questo punto tutti quelli che ancora non riescono a contemplarla come “normale” dovrebbero tirare un sospiro di sollievo. 
Sarebbe come combattere contro chi ha gli occhi verdi, assurdo vero? Nel corso della storia già qualcuno ha fatto di tutto per eliminare presunte deviazioni da quella che considerava la normalità. Il resto è scritto sui libri.

domenica 31 maggio 2015

Un viaggio durato una vita o quasi

Gunther Holtorf è stato definito il più grande viaggiatore dei nostri tempi e dando una rapida occhiata alle foto scattate nei diversi luoghi sparsi sul globo, non si può che essere d'accordo.
Ha attraversato 215 paesi in 26 anni percorrendo quasi 900 mila chilometri con una sola auto, una Mercedes 300GD  che ha chiamato "Otto". Cominciato nel 1988, il viaggio si è concluso nell'ottobre 2014 e si prepara, insieme ai suoi protagonisti Gunther e la sua compagna cercata tramite un'inserzione su un giornale, ad essere annoverato nel libro dei record.

La notizia è già di per sé particolare, ma gli aspetti che più mi hanno fatto fantasticare non riguardano la magia dell'avventura che ogni viaggio porta con sé.
Gunther Holtorf ha intrapreso il suo viaggio all'età di 51 anni, lasciando il suo lavoro di manager alla Lufthansa per dedicarsi saltuariamente alla cartografia; la sua casa in Baviera per la meno comoda vita "on the road"; definitivamente la sua terza moglie per una compagna scelta tramite un annuncio su un giornale.

Sarà davvero questo ciò che si definisce "mordere la vita?"

Molti risponderanno che non tutti possono permettersi di mollare ogni cosa in piena serenità, ma io ho cominciato a pensare che quando si parla di azioni coraggiose o eroiche, ci si riferisce anche a quelle in cui il protagonista decide di rompere il percorso senza uscita delle abitudini conformiste, per diventare l'autore assoluto della sua esistenza.

Per giocarsi le certezze che contano, guadagnandosi l'unica possibilità di esprimere sé stessi.
Senza rimpianti.


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