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domenica 3 giugno 2018

Un caffè con il Maestro



La storia scrive nel suo lento ma anche veloce trascorrere, brutte pagine di violenza e sopraffazione che dovrebbero indicarci una diversa strada per il futuro progredire della specie. Ci troviamo nell’anno 2018 ed è ancora lontano un punto di svolta, quello che ci porterà ad una concezione del vivere insieme sullo stesso pianeta del tutto differente da quella odierna. 

Nell’altra faccia della stessa medaglia, quelle pagine ci mostrano la parte luminosa dell’essere umano, incredibilmente ingegnosa, che sfida le leggi del tempo. Ed eccoci che noi stessi rimaniamo estasiati ad ammirare i frutti di un così grande intelletto, nella speranza che prenda il sopravvento sulla parte oscura, quella che non vorremmo ci appartenesse. 

Impossibile non cedere alla tentazione di una beata contemplazione di quanto è stato prodotto in campo artistico soprattutto per chi vive in un paese quale è l’Italia che ha dato i natali a uomini di ingegno e talento superiori, ineguagliabili. 

Decido che è giunta l’ora che torni in quel di Firenze, culla d’arte e sapere, luogo privilegiato dove speri di perderti in solitudine circondata da tanta bellezza, per la quale non sono ancora stati coniati i giusti termini per descriverla. Ma rimango delusa, perché quella solitudine è una chimera. 

Come biasimare migliaia e migliaia di persone che come me desiderano bearsi di tale magnificenza, interrogandosi sul come sia possibile che l’essere umano sia in grado di creare così tanta bellezza e macchiarsi di orrendi crimini. Quando decido di concentrarmi su ciò che vedo distogliendo il pensiero dal lato oscuro, ha inizio un’esperienza totalizzante. 

Immersa in un luogo reso eccelso dai suoi artisti, il cui talento fu alimentato fino a raggiungere livelli impensabili da grandi estimatori delle arti e della cultura quali erano i Medici. Fino all’ultimo atto di generosità verso le generazioni future, Il Patto di Famiglia firmato dall’ultima rimasta della casata, Anna Maria Luisa de’ Medici che di certo la fa ricordare per la sua saggia lungimiranza. Grazie a lei, chi è venuto dopo, il casato asburgico dei Lorena non ha potuto portare via nulla, tutte le opere d’arte dovevano rimanere per ornamento dello Stato, utilità del Pubblico e per attirare la curiosità dei Forestieri

Ed è così che entrando a Palazzo Pitti, ogni stanza pullula di tale meraviglia firmata da nomi quali Tiziano, Tintoretto, Botticelli, che non si sa dove posare lo sguardo che inquieto continua il suo vagare fino a quando si ferma perché non riesce a staccarsi dalla celeberrima creazione del David alla Galleria dell’Accademia. Giorgio Vasari artista e storico contemporaneo di Michelangelo scrisse “…E certo chi vede questa non dee curarsi di vedere altra opera di scultura fatta nei nostri tempi o negli altri da qual si voglia artefice…”

Parla delle opere altrui ma il Vasari è coautore di un Giudizio Universale dipinto all’interno della cupola della Cattedrale che mi tiene con il collo piegato in totale e devota ammirazione, la stessa che mi fa dimenticare del rumore delle voci e del susseguirsi delle braccia che si sovrappongono a fermare l’immagine della sublime, incantata Venere del Botticelli agli Uffizi. 

Dopo un’altra giornata che mi rimette in pace con il mondo e mi fa ancora avere fiducia nel genere umano, mi fermo ad un caffè per riposare il fisico provato da tanto girovagare.
Il luogo è particolare, caldo e sofisticato, sento che potrei passarci interi pomeriggi a scrivere.

Nel lento calare della sera, non riesco ancora ad elaborare tanta bellezza assorbita tutta d’un fiato e mentre aspetto che la cioccolata si freddi, mi giro verso lo specchio che riflette l’immagine di un uomo che non ho visto entrare, vestito in abiti di altra epoca, nella qual barba lunga e non curata ho creduto di riconoscere il maestro Michelangelo Buonarroti.

Si siede davanti a me, sistema le sue vesti come se non fosse la prima volta in quel luogo. 
“Quando lascerà la città?” 
Non so se faccio parte di una fortunata casualità o se sono l’ennesima turista con cui decide di scambiare qualche parola, potrebbe anche essere la terribile stanchezza a giocarmi un brutto tiro.
Lui non si fa scoraggiare dal mio silenzio.
“Capisco quanto possa essere difficile, io quando ho dovuto partire per Roma, lasciando alcune opere non ancora compiute, non ho dormito le notti seguenti.”
E se fosse tutto vero per quanto terribilmente assurdo? Non posso perdere quest’opportunità. Mi faccio forza e comincio a pensare a tutto quello che vorrei domandargli.
“Maestro è un onore per me, stare qui con lei. Le sue opere la rendono eterno.”
Scoppia in una risata benevola. “Sono qui a dimostrarlo! In verità sono solo un’artista che ha saputo fare bene il suo lavoro.”
“Come può essere così modesto? Lei ha creato dei capolavori!”
“Così son stati giudicati e ne sono felice, ma ricordi… la bellezza è negli occhi di chi guarda e ammirare un’opera d’arte è un viaggio del tutto personale.”
“Ciò che oggettivamente è bello non può essere giudicato altrimenti, chiunque non può affermare il contrario” dissi con decisione.
“L’uomo è capace di distruggere il bello, e le macerie sono tutte uguali.”
“Ma è stato anche capace di salvare molte opere dai danni dell’Arno o del tempo che passa.”
“La crudeltà o la beatitudine son delle scelte. Quando tutti decideranno di cercare solo la bellezza, quella spirituale, allora cesseranno le meschinità.”
A quel punto non potei fare a meno di chiedergli: “Maestro, esiste Dio?”
Lui sorrise toccandosi la lunga barba: “La fede è nel cuore di chi crede…”

Rimasi qualche secondo attonita. Sono sicura che non mi avrebbe fatto la scortesia di non rispondere alle altre domande che avevo in serbo, ma commisi l’ingenuità di abbassare lo sguardo verso la tazza di cioccolata fumante che man mano disperdeva il suo calore.

Quando lo rialzai lui non c’era più. Svanito come il vapore che lentamente si disperdeva davanti ai miei occhi. 

Con un po’ di dispiacere mi voltai verso la cupola del Brunelleschi, immersa nell’oscurità del cielo, in sospeso tra pioggia e tramonto. Non avevo parole per descrivere la bellezza di ciò che stavo osservando. Anzi sì. Sublime.




domenica 18 marzo 2018

Quelli che... non muoiono mai



Ci sono delle persone, il cui nome riesce a sfidare le leggi del tempo riuscendo a rimanere scolpito attraverso i secoli. Nobili rappresentanti di una disciplina, autori di un’ardua impresa, ma ancor di più esseri umani con qualità al di fuori del comune. 

Alcuni di questi talmente al di là di ogni possibile statistica sulle caratteristiche della nostra razza, che non è ben chiaro se per loro il termine morte terrena abbia realmente il senso che ha per tutti noi. Probabilmente no visto che continuano ad esistere, influenzare, incidere, nonostante i secoli, i tanti differenti contesti storici, nonostante il loro fisico sia estinto da lungo tempo. 

Nel suo caso potrebbe essere ancora diverso, visto che lui è realmente anche un fisico, una condizione che non si può estinguere. Lui questa battuta di spirito sulla sua dipartita l’avrebbe fatta, perché oltre ad essere grande scienziato era anche un uomo di spirito e osservazioni acute. L’essere in questione porta il nome di Stephen Hawking, il fisico il cui fisico ci ha lasciato qualche giorno fa, ma questa è una questione di secondaria importanza. 

Anche se potremmo considerarla una perdita enorme per la comunità intera pensando al contributo che avrebbe continuato a dare in ambito scientifico, in realtà dobbiamo riflettere su quanto la sua forza di vivere l’abbia portato ad un età impensabile per la degenerazione neuronale che lo costringeva all’immobilità fin dalla giovane età. Solo corporea perché ha girato il mondo su una carrozzina ultra tecnologica che gli consentiva di parlare attraverso un computer e poter diffondere le sue teorie, dando un esempio di quanto le barriere siano spesso solo nella nostra mente. 

Nel suo caso nessuno avrebbe avuto da ridire se nelle sue condizioni avesse deciso di ricorrere al suicidio assistito, mettendo fine ad un’esistenza di sofferenza. Invece, oltre ad enunciare modelli e teorie in grado di rivoluzionare l’astrofisica, con la sua caparbietà ci sbatte davanti agli occhi la verità. Quella secondo cui solo il cervello può fare la differenza, se vuoi cambiare le cose, puoi, anche costretto su una sedia. 

La quale diventa un palco dal quale puoi annunciare al mondo tante scoperte, ricordando quanto la mente umana sia potente, in grado di superare ostacoli invalicabili sulla carta, rendendo ingiustificabile tanto, diffuso immobilismo da parte di chi si reputa “normale”. Molti di noi potrebbero fare moltissimo per la società, contribuire ad un miglioramento globale, invece di rimanere circoscritto alla sola considerazione di sé e del proprio ambito familiare. 

Hawking ci ricorda quanto sia importante guardare le stelle e qui dovrebbe essere racchiuso il senso di una vita improntata al futuro, di tutti e per tutti.
“ Anche se non posso muovermi e devo parlare attraverso un computer, nella mia mente sono libero.”

La sua concezione del cosmo poteva prescindere dall’esistenza di un’entità divina. Sarebbe quindi possibile spiegare la nascita dell’Universo senza un Dio e non è un concetto di serena accettazione per tutti. In realtà dovremmo considerare che un mondo abitato da cervelli di un tale calibro sarebbe un luogo che ogni Dio desidererebbe per i suoi devoti. 

Pacifico, equilibrato, desideroso di conoscenza, con un occhio sempre puntato al futuro, mosso da una spinta evolutiva rispettosa della natura e di ogni rappresentante del genere umano. 

Lui stesso afferma che nell’Universo nulla è perfetto e nel nostro caso non ci potrebbe essere nulla di più imperfetto, con la prevalenza di sentimenti di prevaricazione, competizione come espressione di uno sfrenato individualismo, perseverante distruzione dell’ecosistema nel quale siamo immersi. 

E questo accade perché i cervelli che possono fare la differenza in senso positivo per il genere umano sono troppo pochi, quelli che ne guidano le sorti ancor meno. Perché coloro che non muoiono mai sono delle preziosissime rarità. Purtroppo.

Per i miei colleghi sono semplicemente un fisico come un altro, ma per il pubblico più vasto sono forse diventato lo scienziato più famoso del mondo. Ciò è dovuto in parte al fatto che io corrispondo allo stereotipo del genio disabile. Non posso camuffarmi con una parrucca e degli occhiali scuri: la sedia a rotelle mi tradisce”. (da Breve storia della mia vita, Autobiografia di Stephen Hawking.)



domenica 4 febbraio 2018

Un uomo meno uguale degli altri


Quando ho terminato la visione di questo film, mi sono resa conto che se non l’avessi visto non avrei conosciuto la storia di un uomo che ha fatto la differenza, enormemente. Il film è The Imitation Game e prende corpo dalla biografia di Alan Turing, un geniale matematico che mette le proprie conoscenze a disposizione del governo britannico durante il secondo conflitto mondiale. 

E non solo il suo sapere, in questo caso infatti possiamo parlare di un vero e proprio genio creativo che sviluppa idee così nuove da precorrere i tempi e per questo piuttosto difficili da concretizzare. Ma la situazione durante quegli anni è talmente drammatica da riuscire a scalfire anche i dubbi dei più scettici. Fu così che nacque una macchina in grado di decriptare i codici utilizzati dalle forze armate tedesche, creati da un marchingegno in loro dotazione denominato Enigma. 

Non era un’operazione di poco conto rendere comprensibili quei codici, ma Alan Turing ci riuscì grazie all’uso dell’algoritmo e quindi del calcolo che preannunciava di parecchi anni quello del processore di un moderno pc. Ed è per questo che è considerato, senza il minimo dubbio, il padre della moderna informatica, l’antesignano dello sviluppo dell’intelligenza artificiale che ha permesso agli alleati di superare quella umana. La quale seppure per scopi di distruzione della stessa specie aveva utilizzato una macchina complessa e innovativa, ma fortunatamente non infallibile. 

Turing aveva capito l’importanza dell’uso del calcolo non solo in questioni vitali come può essere l’evitare la devastazione di un conflitto mondiale, ma nella pratica quotidiana. Non era difficile per lui credere che in futuro sarebbe stato possibile replicare la mente umana e proprio seguendo gli schemi del cervello fu possibile creare l’intelligenza artificiale. 

Erano però concetti fin troppo lungimiranti per l’epoca e anche se decifrare i messaggi dei nemici aveva salvato milioni di vite e contribuito all’esito finale, costruire la macchina che lo aveva permesso era stato tutt’altro che facile. Come non lo era mai stato nulla nella sua breve vita. Incompreso sin dai tempi del liceo, in cui pur brillando negli studi matematici era mal visto dai professori che prediligevano le materie classiche. 

Si laureò comunque con il massimo dei voti, dando inizio ad un percorso di studi e sperimentazione in diversi campi, arrivando ad analizzare il rapporto tra computer e natura, fino ad approcciarsi alla cibernetica e all’embriologia.

A quali traguardi sarebbe potuto giungere uno studioso con tali capacità e lungimiranza? Cose inimmaginabili. Grazie all’applicazione della scienza o della cibernetica in medicina e in fase embrionale, si sarebbe potuti arrivare a risolvere situazione di grave incapacità o addirittura curare malattie diagnosticate ancor prima di venire alla luce.

Peccato che queste incredibili chance le abbiamo sprecate perseguitando l’uomo che era in grado di offrircele, così come aveva già fatto con la decifrazione dei codici tedeschi cambiando le sorti della guerra. Impresa per la quale non ricevette mai un riconoscimento in quanto l’attività era segretissima, sia lui che i suoi collaboratori hanno dovuto tacere fino alla morte. 

In riconoscenza a quanto compiuto il governo britannico ha pensato bene di perseguitarlo per la sua omosessualità che era un reato negli anni ’50 persino nella civile Inghilterra e non stiamo parlando di secoli fa. Arrestato, barattò la sua condanna alla detenzione con quella a morte della castrazione chimica ossia l’assunzione forzata di estrogeni che oltre a diversi effetti sul fisico lo portarono lentamente in un baratro di depressione senza via di uscita. Si uccise assumendo del cianuro molto probabilmente messo all’interno di una mela, frutto che era solito consumare. 

Si è dovuto attendere fino al 2013 affinché il valoroso scienziato ricevesse la grazia postuma con tanto di scuse da parte del governo, il quale nella persona del Primo Ministro riconosce che Alan Turing avrebbe meritato di meglio.

Dal momento che non si può porre rimedio ad una tale perdita, si può solo riflettere sulla nostra incapacità di ragionare su larga scala, prendendo come riferimento la società umana nella sua interezza e non il nostro piccolo mondo costruito spesso su giudizi insensati e intolleranza rispetto a ciò che è diverso. Perché il prezzo da pagare per il pregiudizio e la meschinità è alto ed è a carico di tutti indistintamente.

La triste verità è che un uomo non ha lo stesso valore di un altro e uno come Alan Turing vale un salto evolutivo di parecchi anni e la possibilità di arrivare a scoperte eccezionali che in sua assenza potrebbero giungere troppo tardi o non realizzarsi affatto. Quando un genio della sua portata arriva a togliersi la vita, vuol dire che la società umana ha fallito gravemente e deve riconsiderare il modo di porsi nei confronti dei suoi simili.

Più di quanto io abbia tentato di fare attraverso questo post, riporto una frase ripetuta più volte nel film, che ci spiega questi concetti in poche parole:

“Penso che a volte le persone che nessuno immagina che possano fare certe cose, sono quelle che fanno cose che nessuno può immaginare.”


domenica 21 gennaio 2018

Una femmina si lamenta di qualcosa, una donna cerca di cambiarlo


A volte la differenza tra un termine ed un altro che sembra essere il suo simile, non è poi così sottile e nasconde due mondi inavvicinabili. 
Me ne sono resa conto quando ho sentito una persona che conosco fare delle precisazioni al momento dell’utilizzo della parola donna piuttosto che femmina.

La mia curiosità mi ha portato ad approfondire il perché di questa puntualizzazione, il che ha dato luogo ad una conversazione tra il serio e l’ironico.

In base a quanto affermava il mio interlocutore ci sono differenze non di poco conto tra i due termini e a quanto pare tra due modi di affrontare il prossimo e la vita, essenzialmente diversi.

La femmina parla eccessivamente e a voce alta, principalmente per criticare o formulare giudizi su situazioni o altre persone, diffonde notizie che appartengono alla sfera privata di altri, dà molta importanza alla sua immagine fino a spendere molto del suo tempo per curarla o migliorarla, così come considera fondamentali aspetti che riguardano l’immagine che si dà agli altri, non ascolta né osserva il contesto che la circonda.

La donna si muove con grazia, il suo tono è calmo e pacato, la voce mai stridula, discreta, possiede un acuto senso di osservazione rispetto alla realtà circostante, educata, emotivamente intelligente, mentalmente aperta al punto da diventare lungimirante, ha le carte in regola per diventare una leader. 

E siamo ad un altro punto fondamentale della questione femmina-donna. Si è lottato per anni e non solo ideologicamente, per riuscire ad aprire un varco nella granitica predominanza maschile nei luoghi del potere. 

Quando la fatidica e agognata posizione viene raggiunta da una rappresentante del gentil sesso, sono soprattutto le sue sottoposte che non ne sono felici, lamentando caratteristiche ben diverse da quelle descritte. Opinioni scambiate in giro lo dicono chiaramente, i sondaggi ufficiali lo confermano.

Vittima di umori altalenanti, parziale nei giudizi, incapace di gestire i conflitti, in continua competizione con persone del suo stesso sesso, sembra poter intessere rapporti più costruttivi solo con colleghi del sesso opposto, ai quali, però, deve sempre dimostrare di essere all’altezza, se rivestono posizioni di potere.

Al di là della piega ironica che aveva preso l’intera conversazione e ben lungi dal categorizzare le persone, la questione che è importante sottolineare riguarda le intrinseche potenzialità della donna, quando emergono possono davvero fare la differenza nel bene e nel male.

Leggevo un articolo che parlava del ruolo delle donne nella criminalità organizzata, dominante e strategico, di fine organizzazione e di particolare efficienza. Insomma a dirla tutta, perlomeno stando alle dichiarazioni dei pentiti pare che gli uomini eseguissero solo quanto “comandato” dalle loro mogli o comunque da coloro che avevano dimostrato un’innegabile superiorità nell’amministrare gli affari di “famiglia”. 

L’articolo intitolava “Quando la mafia è donna”, il mio collega non avrebbe avuto da ridire perché erano sì donne, ma tanta magnificenza è purtroppo al servizio di scopi distruttivi.

Tutto cambia quando una donna si muove per fare ciò che le riesce alla perfezione: sedurre, incantare, ipnotizzare l’attenzione per poi condurre al cambiamento con un’eleganza che neanche i migliori maghi sarebbero in grado di mettere in campo. 

Le donne, di fronte alle quali non riesci a far altro che inchinarti, per la grazia che riescono a sprigionare, il coraggio che disarma, il fascino che posseggono e tu sei lì che osservi incantato le loro mosse o meglio i loro movimenti, verso il futuro, l’evoluzione.

Un esempio su tutte Aung San Suu Kyi che per anni fino ad oggi ha messo in campo una lotta pacifica per condurre il proprio paese, la Birmania, verso la democrazia. Ha fatto e continua ad essere la storia di una parte di mondo.

Vorrei anche citare Julia Hill nota come la ragazza che visse sull’albero. Lo ha fatto per ben due anni allo scopo di salvare una sequoia millenaria che nel lontano 1997 in California rischiava di essere abbattuta. Attirò l’attenzione mondiale sul problema del disboscamento a scopi commerciali, all’epoca ancora poco sentito.

Cosa aggiungere su Rosa Parks? Si rifiutò di cedere il suo posto ad un passeggero bianco, dando il via al movimento dei diritti civili in America. Siamo negli anni ’50.

Il pianeta ha bisogno di loro, di persone che abbiano a cuore ciò che le circonda, di donne che sconvolgano ciò che è già deciso, che facciano cambiare le cattive idee agli uomini. Loro possono.

domenica 17 dicembre 2017

Fate di me ciò che io voglio


In un clima di euforia mista a commozione è stato accolto il testo di legge sul biotestamento che con decenni di ritardo regola il fine vita ossia quel lasso di tempo che separa un individuo dal termine della sua esistenza. Quando invece di essere bruscamente sollevato dal dubbio se continuare a vivere o meno grazie ad una morte improvvisa, la sua presenza su questa Terra viene prolungata fino a data da destinarsi attraverso il supporto di cure mediche. 

Insomma il fatto di essere sopravvissuto ad un incidente, ad una malattia invalidante o a qualsiasi altro grave accadimento sulla salute fisica peserà come un macigno sulla vita futura di questo essere. Il quale a volte o anche spesso può decidere che in quelle condizioni non vuole continuare a vivere e chiede il benestare della società che lo circonda, della comunità della quale fino a quel momento è stato un individuo attivo e magari anche prezioso. 

Sempre che le sue capacità mentali glielo permettano, sia in grado di intendere o di volere, altrimenti sarà un’altra persona a lui vicina a dover decidere cosa è giusto. Cosa tra l’altro già difficile in condizioni di maggior leggerezza, ancor più quando c’è da scegliere se qualcuno che non siamo noi debba annullare la sua presenza che in quel caso sarebbe solo fisica. 

In realtà quanto è stato legiferato riguarda il consenso o il rifiuto in merito a determinati trattamenti sanitari tra cui la nutrizione o idratazione artificiale il che equivale certamente ad andare incontro alla fine. Della buona morte, l’eutanasia che tanta divisione nel dibattito politico e pubblico ha creato, non si è parlato in maniera specifica. 

Il procurare intenzionalmente la morte ad una persona la cui qualità di vita è seriamente compromessa da una malattia o condizione psichica è un atto evidentemente troppo audace e prematuro in un paese che ci ha messo decenni per arrivare anche solo a parlare di scelta individuale sulle cure mediche. 

Influenze politiche e religiose non hanno permesso un libero dibattimento sul tema del fine vita, tanto che al momento in cui si sono verificati fatti privati che sono diventati pubblici come quello di Eluana Englaro o Piergiorgio Welby argomenti che prima erano dei tabù sono stati necessariamente sviscerati per cercare di capire quale fosse la decisione migliore. Che probabilmente non è scritta da nessuna parte, perché siamo tutti individui diversi con capacità di reagire alle situazioni del tutto differenti, potenzialità disuguali, ma non solo. 

Non tutti abbiamo una fede, ci sono individui che non hanno un credo religioso, quindi per loro non c’è un dio che ha donato loro la vita. Conseguentemente possono scegliere di non soffrire ulteriormente e tornare ad essere parte della terra senza dover subire alcuna punizione. Chi ha ragione? Tutti, sia il credente che l’ateo, ad ognuno la conclusione che reputa più idonea per la sua permanenza tra noi vivi. Sempre che questa possibilità di decidere gli o le venga concessa.

E come la mettiamo quando la capacità di intendere della persona è intatta e quindi si tratta di un individuo che potenzialmente potrebbe ancora dare molto alla comunità? Magari il loro grado di sofferenza è tale per cui non sono capaci di uscire fuori dalla terribile condizione di menomazione fisica in cui la malattia o l’evento traumatico li ha condotti, nonostante le cure psicologiche.

Anche in questo caso credo che nessun altro possa arrogarsi il diritto di decidere che quella persona debba continuare a vivere in quello stato di estrema sofferenza, è la nostra natura umana che ce lo vieta. 

Il mio pensiero va al grandissimo scienziato Stephen Hawking, il quale nonostante la malattia degenerativa neuronale che lo ha colpito in giovane età, ha enunciato teorie, insegnato modelli matematici e studiato moltissimo sui buchi neri, un’eredità preziosissima che lascia ad altri scienziati. 

Non ancora però, perché nonostante le gravi menomazioni fisiche che lo costringono su una sedia a rotelle ultrasofisticata sulla quale comunica attraverso un computer, continua ad essere un membro indispensabile alla comunità internazionale, riuscendo anche ad ironizzare sulla sua condizione. 

Sono seriamente onorata come appartante a questa comunità che non abbia mai pensato di interrompere la sua esistenza, ne avrebbe avuto motivo. Saremmo veramente diventati tutti più poveri. 

Capisco anche che un cervello come il suo è quasi fuori la norma, però lui ci riporta con i piedi per terra e ci ricorda una grande verità, forse se ci riflettiamo un po’ arriviamo alla conclusione che ci sono molti vivi e vegeti che hanno deciso di morire da tempo con il loro immobilismo culturale, di azione, di pensiero, in poche parole hanno scelto di non essere, ma solo di esistere.

« Ricordatevi di guardare le stelle e non i vostri piedi... Per quanto difficile possa essere la vita, c'è sempre qualcosa che è possibile fare, e in cui si può riuscire. » Stephen Hawking

domenica 1 gennaio 2017

Ricomincio da Gandhi


Tanti fatti sono accaduti in questo 2016 ormai alle spalle. Il mese di Febbraio contava 29 giorni anziché 28 e questo, in base alla credenza popolare, sembrerebbe essere foriero di grandi disavventure. 

Le quali si potrebbero tradurre in diversi attacchi terroristici, una strage ferroviaria, sismi più o meno potenti, voluti dalla natura o creati dall’uomo come quello scaturito dall’esperimento nucleare della Corea del Nord avvenuto a gennaio, l’uscita dall’Unione Europea decisa dagli stessi cittadini del Regno Unito.

Se si aggiunge anche la grave crisi umanitaria in Siria, oltre ad una situazione economica disastrosa in Venezuela, si potrebbe pensare che la leggenda popolare ha sempre una base realistica e non ci rimarrebbe altro che piangere e lamentarci di quanta sfortuna si abbatta su questo nostro pianeta.

Ma in ogni analisi oggettiva che si rispetti, bisogna osservare tutti gli aspetti di una questione ed ecco che spuntano notizie che migliorano la prospettiva dalla quale si osserva il futuro del pianeta e della nostra specie.

L’Iran ha smantellato il suo arsenale nucleare tanto da meritarsi la rimozione delle sanzioni delle Nazioni Unite; Radovan Karadzic viene condannato a 40 anni di reclusione per i crimini commessi nel conflitto in Bosnia ed Erzegovina; Barack Obama visita Cuba dopo che l’ultimo Presidente americano a farlo fu nel lontano 1928; all’incirca nello stesso periodo veniva completato il primo tratto dell’autostrada Salerno-Reggio Calabria, definitivamente terminata proprio in questo anno funesto, ci sono voluti circa 88 anni. C’è di che rallegrarsi. 

Un altro importante evento potrebbe ancora far pendere la bilancia in un senso o nell’altro: si tratta dell’elezione di Trump alla Presidenza degli Stati Uniti. La sua recente nomina di un petroliere a capo dell’agenzia che protegge l’ambiente, mi fa seriamente propendere per una collocazione tra gli eventi infelici.

Non ho ancora nominato il lancio su smartphone del gioco Pokémon Go, in seguito al quale si è scatenata una caccia ai vari personaggi nei luoghi pubblici, che ha visto giovani e non armarsi di cellulari usati alla stregua di retini per farfalle. Lo colloco per ultimo in quanto potremmo considerarlo un evento effimero, ma è pur sempre indicativo di un contesto che cambia, velocemente e in maniera significativa.

Qual’è il mutamento di cui avrebbe davvero bisogno il contesto planetario dove avvengono fatti di tale inaudita violenza che non possono in alcun modo essere compensati da qualsiasi altro fatto lieto?

Abbiamo un esempio terribilmente significativo da cui imparare: Gandhi, un uomo la cui nobiltà d’animo, il coraggio, la tenacia, hanno già fatto una parte di storia e sono lì, pronti a farci riflettere su un nuovo epocale inizio.

Il 2017 è l’anno ideale per ricominciare dai suoi insegnamenti, ma qui non parliamo di teoria, perlomeno non solo, la sua stessa vita è scuola.
Nella sua lotta non violenta per l’indipendenza dell’India dal governo inglese prima e nel conflitto con il Pakistan poi, ci dà una chiara dimostrazione che si può essere incisivi non utilizzando una sola arma. 

Ci sono cose per cui sono disposto a morire, ma non ce n’è nessuna per cui sarei disposto ad uccidere.

Non professa la pace solo a parole, digiuna severamente e marcia con il suo popolo, prega, veste poveri panni, accetta con coraggio le scelte della disobbedienza civile. 

Nel mondo attuale ancora si ragiona in termini di violenza che chiama altra violenza; nel suo pensiero pacifista mai la guerra viene contemplata come risoluzione di conflitti. 

“Bisogna combattere la violenza. Il bene che pare derivarne è solo apparente; il male che ne deriva rimane per sempre….L'esperienza infatti mi insegna che dalla falsità e dalla violenza non possono scaturire risultati positivi duraturi.”

Costruire una società evoluta, in cui gli individui si confrontano, utilizzando solo le parole è possibile se si comincia ora. 

Non c'è strada che porti alla pace che non sia la pace, l'intelligenza e la verità.”

Una società giusta, evoluta, progredita, passa prima per uno stile di vita individuale improntato sulla semplicità, il distacco dai beni materiali, il disinteresse per il superfluo, un’alimentazione senza eccessi, in modo da esercitare la minore violenza possibile verso la natura, il rispetto verso gli animali, l’autodisciplina.

“Chi non controlla i propri sensi è come chi naviga su un vascello senza timone e che quindi è destinato a infrangersi in mille pezzi non appena incontrerà il primo scoglio.”

In un mondo dove tutto è gridato, anche quelle che non sono verità, ma vengono fatte passare come tali, il silenzio assume un significato altissimo, un bene di rara importanza.

Gandhi riservava un giorno della settimana ad esso, lo considerava fondamentale per purificare la sua anima, per trovare la pace. Dovremmo noi tutti scoprirne i meravigliosi effetti sullo stato mentale, e non di meno si eviterebbero grandi quantità di informazioni inutili dannosamente disperse nell’etere.

Gandhi rappresenta l’icona di un mondo che riflette sui propri terribili errori, fa marcia indietro, decide di voler finalmente essere in armonia con la natura e tutti gli esseri che la abitano, bandire gli eccessi, incentrare la propria esistenza non su sé stessi, ma con uno sguardo verso il futuro per donare alle generazioni successive un mondo sempre più evoluto, progredito in modo equo, senza ingiustizie.

Ogni icona ha un messaggio che la rappresenta, io scelgo questo:

Il mio obiettivo è l'amicizia con il mondo intero, e io posso conciliare il massimo amore con la più severa opposizione all'ingiustizia.”

giovedì 10 dicembre 2015

Signora, se non cederà il suo posto, sarò costretto a chiamare la polizia...

Il bus continua la sua corsa, lenta ma regolare, verso le abitazioni dei suoi passeggeri. Una di loro, Rosa Parks, torna dal suo lavoro di sarta; i piedi stanchi e doloranti le ricordano impietosi la pesantezza della giornata. Le sembra di trovare un certo conforto nell’abbandonare senza remore il suo corpo su quel sedile. Il paesaggio continua a scorrere al di fuori del finestrino, mentre la stanchezza si attenua lentamente.  Sembra una serata come tutte le altre, ma quello che accadde di lì a breve, deviò grandemente l’andamento degli eventi futuri. 

L’autista ferma il pullman, si alza e si avvicina alla signora Rosa Parks: “Signora, non può occupare questo posto. Deve alzarsi, sono posti riservati…” indicando un signore che attendeva per prendere il suo posto. Siamo nell’anno 1955 e in Alabama vige la segregazione razziale. Rosa Parks, cittadina di colore deve cedere il proprio posto, ad un cittadino bianco, nel settore comune, quando sono terminati in quello a loro riservato. 

L’autista sta aspettando che lei si attenga alla legge, ma Rosa con un cenno del capo, breve ma deciso, si rifiuta, per poi voltarsi nuovamente verso il finestrino.
“Signora, non glielo chiederò una seconda volta, deve alzarsi subito. Se non lo farà, sono costretto a chiamare la polizia!”. Potrebbero essere stati proprio questi i dialoghi di quel 1° dicembre 1955, a Montgomery, perlomeno dalle fotografie scattate io li ho immaginati così. 

Come era prevedibile, Rosa da quel sedile non si alzerà, fino a quando i poliziotti non la preleveranno dall’autobus per portarla in carcere. La storia era già cambiata. Le proteste dei giorni successivi furono così pesanti ed estese che nel 1956 la Corte Suprema dichiarerà incostituzionale la segregazione sui pullman pubblici dell’Alabama. 

Il pastore Martin Luther King impegnato a decidere con la comunità afroamericana le azioni da intraprendere dopo il suo arresto, disse di lei: “l'espressione individuale di una bramosia infinita di dignità umana e libertà”.

Sono passati 60 anni da quel giorno e 10 da quando Rosa Parks ha lasciato questa Terra, e tutti noi continueremo a parlarne e a ricordare. Perché lei fa parte della categoria delle persone senza tempo, di coloro che mettono in gioco sé stessi quando la posta in gioco è altissima, di quelli che l’unica arma che imbracciano è il loro infinito, dignitoso, disarmante coraggio. 

Grazie Rosa Parks a nome di tutti quelli che come te credono nell’uguaglianza dei diritti, perché come disse Martin Luther King tu hai agito in nome di una “sconfinata aspirazione delle generazioni future.” 


domenica 22 novembre 2015

The Lady: Aung San Suu Kyi


Nel 2011 Luc Besson le aveva dedicato un film e lei oggi, all’età di 70 anni, vince le elezioni nel suo paese, la Birmania. La sua è stata una vita spesa a rivendicare la democrazia attraverso la lotta non violenta, in un paese governato dalla dittatura militare. Il padre, un importante esponente politico, venne ucciso dai suoi avversari, lasciandola orfana all’età di due anni. 

La madre divenne altrettanto importante con il ruolo di ambasciatrice in India nel 1960 e la piccola Aung San Suu Kyi la seguì ovunque, fino a quando si ammalò gravemente, costringendola, ormai adulta e sposata, a tornare nel suo paese per accudirla. Fu allora che il regime militare prese il potere in Birmania o Myanmar, e da quel momento Aung San Suu Kyi non lo abbandonò più, trascorrendo quindici anni agli arresti domiciliari, a capo di un partito dai grandi intenti: la Lega Nazionale per la Democrazia. 

I militanti, strenui oppositori della dittatura militare, come accade sempre in questi casi, vennero puniti duramente, torturati, con imponenti rivolte studentesche che si trasformarono in autentici omicidi di massa. Ma lei che aveva deciso di lottare per la pace e la democrazia, perseguì il suo obiettivo senza usare neanche un proiettile, guidata dagli insegnamenti di Mahatma Gandhi e dai principi del buddismo. 

In tutti quegli anni fu detenuta agli arresti domiciliari, poi in stato di semi libertà senza comunque poter lasciare il suo paese e far visita al marito morente; solo per un’intuizione dell’autista di un convoglio sfuggì ad un massacro in cui morirono molti suoi sostenitori; cominciò ad ammalarsi subendo interventi e ricoveri; condannata a tre anni di lavori forzati per violazione della normativa della sicurezza dopo che un componente delle Chiesa mormone statunitense, aveva raggiunto la sua casa a nuoto, attraversando il lago Inya. 

Tutto ciò avrebbe annientato la tempra di chiunque, ma lei, Aung San Suu Kyi, ha proseguito il suo drammatico, eccezionale cammino per guidare il suo popolo verso la libertà. 
Il 13 novembre 2010 è stata liberata e due anni dopo ritira finalmente il Premio Nobel per la pace assegnatole nel lontano 1991. Oggi, a 70 anni ha vinto le prime elezioni libere della Birmania dopo 25 anni, avviandosi a diventare il primo ministro di Myanmar. 

Io mi inchino davanti alla grandezza di alcune persone e spero che vivano per sempre. E lo faranno perché saremo noi a permetterlo, con il loro esempio a farci da guida. Proprio come lei ha fatto con Gandhi. In tempi pregni di violenza in cui le azioni belligeranti vengono dettate dalla sete di potere/denaro, noi dobbiamo essere illuminati dal modello di queste grandi menti, le cui coraggiose gesta sono state ispirate da ideali di fratellanza, pace, commovente umanità.

Pur dall’alto della sua storica vittoria, costatale anni di terribile, quasi letale sacrificio, Aung San Suu Kyi, rivolta ai suoi sostenitori ha dichiarato:
“Dobbiamo procedere con cautela. Stiamo sereni e calmi. Il vincitore deve rimanere umile ed evitare di offendere gli altri. La vera vittoria è del Paese, non di un gruppo o di singoli”.

Non c’è nulla da aggiungere a tali parole e posso solo dire di essere onorata di vivere lo stesso tempo di una persona in grado di esprimere una tale nobiltà d’animo.