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domenica 8 dicembre 2019

Che l'anno è nuovo lo capisci dal numero

Immagine di Tom Hill da Pixabay


Avevo lasciato i miei cari lettori con una promessa più che altro dettata dai dogmi della società moderna, rendermi visibile su una grande vetrina quale è quella di Amazon. Fare in modo di farsi riconoscere anche da un pubblico che non parla l’italiano o almeno non solo. 

Gli estimatori dell’editoria vecchio stile non amano molto queste luccicanti vetrine dove chiunque può attingere per cercare di accaparrare più monetine o più fama che spesso vogliono dire la stessa cosa. Come se la cosa più importante di tutte ossia la lettura, lo studio, l’intellettualità si perdesse in questo gran mare di offerte di dubbia qualità. 

Capisco che l’editore come siamo abituati a vederlo nel nostro immaginario è impersonato da un signore un pò su d’età, magari con grandi possibilità economiche che è spinto a dare vita alla sua idea di attività imprenditoriale solo dalla passione, enorme, irresistibile per le parole, la lettura, per questo incredibile mondo parallelo in cui ognuno di noi che ha capito il suo enorme potere si rifugia appena può. 

Però il mondo grazie alla spinta dei canali sociali tipo Facebook è cambiato e si è proiettati verso un rapido consumo delle necessità, desideri o tutto ciò di cui si ha bisogno, sempre che queste esigenze siano effettivamente reali e non create ad arte da chi ce le deve soddisfare a pagamento. 

In ogni caso si spegne lentamente l’idea del luogo dove vai e con saggia riflessione decidi cosa vuoi acquistare sia esso un libro o un film, ora tutto si muove alla velocità di rete e se non ti adegui sei necessariamente tagliato fuori. Il che non è per forza un male, lo diventa se vuoi essere parte se non addirittura il fautore di un cambiamento. Obiettivo difficilissimo se non sei piuttosto estroverso da balzare da un posto all’altro munito della tua inseparabile fotocamera che immortala ogni memorabile momento. 

Così la piccola Greta saltella da una barca ad una conferenza mondiale con la leggiadria di chi ha compreso cosa deve fare per catturare l’attenzione, se è solo un gioco di esibizione di sé o reale interesse per la questione ambientale non è poi così importante. Nell’imbarazzante scelta di questo panorama multimediale se riesce a catturare più like di una superstar con annessa riflessione sul ghiaccio che è sempre meno esteso è già una grande conquista. 

E se decidesse di tornare a scuola chi prenderebbe il suo posto? Questo lo deciderà il grande mondo che frequenta Internet che non dovrebbe essere tanto diverso dal mondo che frequentiamo nella nostra quotidianità. Vero fino ad un certo punto, perché quella realtà è costituita da tutti coloro che tra le fitte trame di una rete senza confini tirano fuori la loro natura più nascosta e diventano massimi esperti, giudici inflessibili, sentono insomma di avere un potere tra le mani, impossibile anche solo da desiderare nella concreta vita. 

Le recensioni creano punteggi, i like danno vita ad un mito, il numero di visualizzazioni rendono l’idea di chi è influente e, piaccia o meno, di chi conta. Insomma Internet con annessi e connessi è così potente che può spodestare un presidente, creare notizie falsissime, forgiare star di tutti i tipi, far diventare il buono cattivo e viceversa. 

Ma se la rete è così veloce perché il cambiamento non lo è altrettanto? Alla fine non mi sembra che si sia trasformata questa società proiettata verso il distruttivo consumismo, che anzi è diventato ancora più vorace. Il denaro non ha perso la sua importanza, e si è esacerbata l’innata esibizione di sé che ci rende piuttosto cechi rispetto al mondo circostante, quello oltre i confini della propria realtà.  

E allora se si vuole veramente fare la differenza, se si ha un gran desiderio che i prossimi anni siano l’inizio di un rapporto del tutto diverso tra le persone, tra l’uomo e la natura, tra l’uomo e sé stesso, si deve fare i conti con tutte queste realtà veloci. Io che amo la scrittura e la natura devo affrontare il grande colosso commerciale che è Amazon, chi vuole rallentare questa estenuante corsa alla notorietà dovrà diventare importante, che sembra un controsenso e in effetti lo è. 

Perché non sei in grado di destare nessuna coscienza dal basso del tuo divano di casa, ma solo dall’alto di un podio di milioni di fan. La cosa difficile è non restare impigliato nella rete del proprio narcisismo. Altrimenti i buoni propositi si perdono e con loro anche le possibilità di modificare le cose che non vanno. 

A quel punto ogni anno cambia solo di numero e rappresenta solo l’ennesima occasione mancata.



domenica 19 maggio 2019

Cuori di ghiaccio e ghiacci che si sciolgono



Correvo per andare a prendere la metropolitana e nel mio frenetico percorso non c’era nessuno che mi facesse passare, qualcuno pur vedendomi affannata volutamente si metteva di traverso o non facilitava il mio passaggio. Ovviamente sono arrivata troppo tardi e le porte mi si sono chiuse davanti agli occhi, proprio quello che non volevo, rimanere lì con tutti quegli sguardi malevoli a bearsi dell’accaduto. 

Quando sono riuscita ad arrivare nel luogo prestabilito, era buio e ho dovuto cercare le chiavi che pensavo di non avere. Alla fine riesco ad aprire e nella casa tutti devono ancora rientrare, mi sembra il momento perfetto per dedicarmi ad una cosa che non faccio mai: guardare la televisione. Comincio a scorrere i canali e mi si presenta subito davanti la faccia compiaciuta di un uomo che porta i capelli in uno strano modo, sembra quasi indossi un parrucchino sgargiante e non so se potrò credere ad ogni singola parola che pronuncerà da quel momento. 

La mia curiosità mi spinge a non cambiare canale e ciò che mi toccherà ascoltare sembra il copione di un disastro annunciato. Veramente è quello che arrivo a pensare sentendo il tipo che parla senza interruzioni, le sue parole mi sembrano prive di senso logico e volutamente forzate. Dice che non c’è nulla di cui preoccuparsi perché i ghiacci non si stanno sciogliendo. Pura fantasia di scienziati in cerca di un po’ di notorietà, possiamo tranquillamente mantenere lo stile di vita attuale, nessun pericolo. 

Aggiunge che le parole di una bambina non sono ovviamente da prendere sul serio. Credo si riferisse a quel volto che avevo visto su un cartellone pubblicitario la mattina in metro. Non so a chi dare ragione, non so chi ci stia realmente prendendo in giro. Per principio voglio credere alle parole di un bambino, sempre che non sia stato troppo accanto agli adulti. Tutti quei milioni che ora seguono le sue parole come se fosse un profeta a pronunciarle. 

Mi chiedo se quelle persone sappiano che recitare uno slogan in piazza non serve a nessuno, l’unica cosa che non tradisce mai, che non riempie l’etere di inutilità è l’azione. Se credi fai, se parli e non agisci sei l’ennesimo perditempo di cui la società pullula. Sei disposto a modificare il tuo stile di vita? Mentre il tizio continua a inveire contro il cambiamento, a sbraitare contro quelli che boicottano la bistecca, contro gli ostruzionisti del consumismo sfrenato, la bimba fa proseliti, veri o presunti. 

All’improvviso mi ritrovo di nuovo in metro e non ricordo di esserci tornata. Ritrovo quelle facce ostili e a questo punto vorrei incontrare qualcuno di quei manifestanti, perché se sono le stesse persone ho idea che ci sia bisogno dell’intervento di un bravo analista. Non so cosa fare e quando seguo l’unica luce che forse mi riporta in superficie, mi sveglio di colpo. Dopo un sogno di portata mondiale, ti senti quasi importante ma di fatto non ne trai una morale. Non sempre almeno. 

Questa volta era diverso, quei personaggi esistono davvero e la situazione ha motivo di essere discussa, nel bene o nel male. Come mi pongo in questo spartiacque ideologico? Scelgo di seguire la scienza, l’unica che porta dei dati, che sperimenta sul campo, che non strumentalizza, non quella seria. Quindi decido di essere uno di quei manifestanti concreti, voglio essere meno parole e più fatti. 

Chissà se questo blog alla fine non sia contro ciò che aspirerei a  diventare, sono mie riflessioni, ma non vorrei che mi distogliessero dal portare a frutto un obiettivo. In fondo è pieno il mondo di opinionisti, c’è davvero bisogno di un ennesimo punto di vista? Sì se questo proviene da uno scrittore serio, uno che cerca di creare un prodotto da diffondere, per molti motivi, uno di questi potrebbe essere portare il pensiero ad un livello più concreto. 

La società di oggi si basa su prodotti, quindi bisogna stare al passo coi tempi. Un moderno sognatore con un occhio vigile ai repentini cambiamenti, che si avvale degli strumenti che la tecnologia ci propone. È solo un arrivederci, fino alla realizzazione del prossimo obiettivo concreto. 

Sto lavorando sull’uscita di Quando le foglie scadono su Amazon sia come e-book che come libro tradizionale per i nostalgici che amano sfogliare la cara, preziosa carta. Obiettivo successivo è l’uscita di alcuni racconti di supereroi, non i soliti però. Alla mia maniera, come siete abituati a conoscermi, senza spegnere il cervello tra una risata e l’altra. 

Se nel frattempo dovesse capitare qualche articolo interessante, lo porterò alla vostra attenzione, tanto per solleticare l’innata curiosità di ognuno. Perché alla fine se si crede fortemente in qualcosa di sano e costruttivo, è necessario portarlo avanti, la collettività abbonda di perditempo, ha invece dannatamente bisogno di fautori dell’evoluzione, di esseri pragmatici che riportino la società ad un livello vivibile da tutti, umana appunto. Che ognuno dia il suo contributo.


domenica 4 novembre 2018

Anche il più forte se ne va



Scorrendo le pagine di un giornale poco prima di girare la successiva, la mia attenzione è stata rapita dall’immagine sublime e maestosa del re della foresta. L’animale che più di tutti è in grado di carpire i pensieri dei bambini e non solo, il protagonista per eccellenza, senza il quale la storia non si può scrivere o se manca è quella la storia. 

Il sovrano di una foresta sempre più in pericolo è ad un passo dal lasciare lo scettro, dall’abbandonare la scena di un mondo al quale non appartiene più. La sua sparizione lenta e costante rappresenta la cronaca di un pianeta che deve rallentare, necessariamente. E riflettere profondamente. 

Perché se non decidiamo di farlo volontariamente, non avverrà in maniera naturale. Ciò che siamo in grado di fare è procedere in maniera veloce, frenetica, senza voltarsi a guardare. Ma lui questo non lo merita. Lui è il leone, il fedele compagno di un’infanzia, temuto e adorato. Le notizie che lo riguardano sono allarmanti. 

Ormai scomparso dal Nord Africa, nelle altre porzioni di territorio africano dove sopravvive è in estremo pericolo  e la notizia più triste è la quantità di esemplari persi in poche decine di anni. La tendenza continua ad essere in negativo e se non si agisce in qualche modo, tra qualche decennio i bambini di future generazioni dovranno accontentarsi di vederne raccontate le gloriose gesta da una casa di produzione americana. 

In fondo nulla di diverso da quello che potrebbe accadere con altre specie, più o meno imponenti, più o meno famose. Ma questa volta è diverso proprio perché lui è notoriamente il più forte. Che succede quando quelli che hanno una resistenza più elevata, coloro che tendono ad avere la meglio nelle situazioni, temuti ma apprezzati, soccombono? Vuol dire che le cose non stanno più seguendo il loro andamento fisiologico, significa che è l’uomo stesso a decidere sulla selezione naturale e non più la natura. 

L’uomo sta definendo i confini di un mondo che ha scelto in base alle sue regole, di sviluppo basato sul profitto, sull’egemonia di uno stato su un altro più debole, di una specie rispetto ad un’altra. E quando è il leone ad avere la peggio, qualcosa mi dice che la situazione sta realmente cambiando. Per tornare ai tempi dell’infanzia, quelli scolastici in cui cominci a farti le ossa per prepararti a quello che sarà il duro teatro della vita, se sei fragile, sei anche una facile preda del più spietato che non è il più forte, ma solo quello più popolare. 

Il più forte è quello che mette in campo la sua superiorità fisica e morale per sovrastare il sopruso, per difendere chi non ce la fa da solo, per un nobile scopo. Anche la sopravvivenza della specie lo è, e risponde ad altre leggi che per quanto implacabili possano sembrare hanno un fine ultimo, ben preciso. Che succede se questi valorosi esempi di audacia cominciano ad essere sempre meno presenti? 

Non certo perché non c’è più bisogno di loro, la situazione attuale dimostra il contrario. Piuttosto hanno preso il sopravvento sentimenti quali l’individualismo, il prevalere a scapito di qualcosa o qualcuno, l’apparenza come identificativo di sè. 

Ed ecco che il forte che si mette davanti al bullo per difendere un principio, non ha abbastanza followers e il leone viene cacciato dalla foresta per far posto ad una piantagione, ad una moda, ad un insaziabile appetito. 

Qualcosa è pericolosamente cambiato, qualcuno più forte di tutto dovrà necessariamente ribaltare la situazione. A chi spetterà questo oneroso compito? 


domenica 12 agosto 2018

Se ami il tonno, odi la tartaruga



Pare proprio che il mondo abbia preso consapevolezza di un problema che nel tempo è diventato sempre più emergente, ma prima era solo nei pensieri dei ricercatori o di chi ha a cuore le sorti della natura. Non è lo smog, non è la deforestazione, non è lo scioglimento dei ghiacci artici, per quelli c’è ancora tempo o almeno così ci si augura. 

Lo scottante argomento di attualità è la plastica e la sua invadenza, la sua eterna durata che sfida il passare dei secoli, la sua pericolosa commistione con le creature marine, il suo albergare nei meandri più nascosti degli oceani. Ne avevo già parlato in un precedente post, preferendola ad una pietra preziosa semmai avessi deciso di mettermi al dito qualcosa che dura per sempre. 

Quella sì che sarebbe sopravvissuta non solo alla mia dipartita, ma avrebbe degnamente rappresentato la nostra epoca ad uno scienziato del futuro che, osservando l’anello, avrebbe sorriso pensando a quanto eravamo arretrati. Non solo perché non siamo in grado di riciclarla, se non in piccola parte, ma soprattuto perché siamo stati capaci di farla sbarcare dove non avrebbe dovuto, inquinando senza remore, pescando con metodi efficaci ma distruttivi. 

Persino il campione di Formula 1, Lewis Hamilton, ha allertato i suoi numerosi sostenitori su Instagram, con un video girato mentre è in vacanza in Grecia. Ho pensato che se un personaggio tanto famoso arriva a parlarne, allora è il momento di svolta. Quello in cui da una semplice chiacchiera, il problema passa ad una presa di coscienza e fa smuovere ossia cambiare i comportamenti. 

Questo è il passaggio cruciale, che si può solo sperare, ma sempre con una retrogusto di disillusione perché è noto quanto sia immensamente difficile far cambiare un modo di agire, soprattutto se non si è particolarmente motivati. Non basta dire che solo il 13% dei mari del mondo è incontaminato e solo perché sono troppo freddi, forse con il surriscaldamento ce la facciamo a raggiungere anche quelli. 

Può non essere sufficiente lanciare allarmi sulla microplastica, quella talmente piccola che può essere ingerita dai pesci e quindi entrare nella catena alimentare con effetti che gli scienziati stanno ancora studiando. Sono questioni che si considerando virtuali, non problemi reali, fino a quando non vanno ad incidere sul vivere quotidiano. Però se se entra in campo un personaggio famoso, allora la partita può ancora essere giocata, le chances di salvare l’ecosistema dalla distruzione aumentano. 

Hamilton si trovava in vacanza nella splendida Mykonos e la vista estasiata di tali bellezze naturali è stata rovinata dalla presenza invadente e fuori luogo della signora plastica. Il derivato che è diventato anche più famoso del suo progenitore, il petrolio, era lì a rovinare le vacanze di chi conta, ad occupare parte di una spiaggia che non ci si aspetterebbe interessata dalla questione. Non solo il luogo è stato pulito dall’illustre ospite, ma sono state date alcune raccomandazioni che magari raggiungeranno il cuore dei suoi milioni di followers. 

Dire di non comprare la plastica è certamente il consiglio migliore, ma anche quello meno applicabile o perlomeno non nel senso più letterale. Ci sono aziende che hanno fondato la loro attività sulla produzione di contenitori, involucri, buste, quando la legge è cambiata quest’ultime sono diventate biodegradabili. Dobbiamo aspettare che un legislatore si preoccupi di salvare l’ambiente? La risposta è no, il consumatore ha il potere di farlo. 

Ciò che viene prodotto è semplicemente quello che viene richiesto, anche se le aziende cercano costantemente di influenzare l’acquisto in modo da essere sempre le ultime a decidere. Se compriamo in grande quantità, più del bisogno reale, la produzione si allinea. Se non facciamo durare le cose, produciamo grandi quantità di rifiuti. 

Se mangiamo troppo, il cuore lentamente muore e con esso anche le risorse naturali. Se esageriamo con il consumo di tonno, mettendo in tavola ogni giorno scatolette, facciamo in modo che le grandi reti nella loro caccia selvaggia cattureranno anche la povera tartaruga e giorno dopo giorno la piccola, grande creatura resterà solo un bel personaggio da cartone animato. 

Come lei altre specie, che nel turbinio di una lotta spietata per la sopravvivenza, verranno trascinate via non per essere divorate. Sfortunati ospiti di un mare che non ce la fa più a saziare, triste teatro di innumerevoli intrecci di plastica abbandonati che continueranno a tessere la loro trama di sangue. 

Però io posso decidere di non rendermi colpevole di questa mattanza, se mangio il giusto, senza sprecare, se compro in minor quantità. Quando decido di non acquistare il tonno, sto dando una possibilità in più alla tartaruga. Non qualcun altro, ma proprio io. 
Sì, voglio decidere io in quale pianeta vivere.







martedì 26 giugno 2018

Le false notizie che confondono



Se addirittura la Commissione Europea si è mossa per porre rimedio urgente e significativo vuol dire proprio che la questione oltre che seria è anche grave. Per dirla tutta e quindi renderla ancora più preoccupante è stata definita “una vera minaccia per la coesione e la stabilità delle nostre società e per le istituzioni democratiche”. 

Insomma da starci seriamente attenti o come si dice familiarmente stare sul chi va là senza mai abbassare la guardia. Le false notizie, le bufale o per essere internazionali le fake news si annidano come vespe nei meandri più insoliti e senza preavviso irrompono spargendo veleno, inquinando il vivere sereno.

Tocca farci i conti giornalmente e quando meno te l’aspetti a proporti le bufale sono persone che conosci molto bene, che stimi e che non immagineresti mai come vittime di un qualsiasi raggiro. Invece circa una settimana fa tramite whatsapp mi arriva una notifica che riguardava un eventuale avvistamento di cane abbandonato da segnalare ad un numero verde o ad un cellulare. 

Inizialmente non lo avevo letto con attenzione, l’ho fatto solo in un secondo momento quando la stessa persona mi ha detto che si trattava di una bufala e si scusava per l’imperdonabile svista. Tra persone amiche ci si perdona tutto, ma chi sta dietro a questa redditizia finzione gioca anche sul fatto che i messaggi hanno oggi una diffusione rapida e massiva, che non si ha il tempo di verificarne l’autenticità e soprattutto non se ne ravvede la necessità quando la notizia viene inviata da un contatto conosciuto, una persona di cui ci si fida. 

E senza neanche rendercene conto diventiamo il vettore ideale attraverso il quale spargere il virus più letale e anche più pericoloso perché è infido, insidioso, silenzioso, veste i panni rassicuranti di una nonnina che dà consigli, che prepara succulente merende e che vuole solo il tuo bene. 

In realtà chi muove i fili di questo gioco planetario si frega le mani, pensando quanto sia stato facile fare profitti non solo economici, e di quanto sia facilmente influenzabile la popolazione mondiale. La quale non spende neanche un attimo del suo tempo per verificare che ciò che sta inviando al familiare, amico o conoscente sia una notizia che potrebbe effettivamente cambiargli in positivo la vita o, e qui viene il bello, rivelarsi pericolosamente dannosa. 

I motivi di tale inquietante gioco di società in cui i vincenti sono quelli che mettono in piedi l’informazione, la confezionano e la diffondono a regola d’arte sono certo legati al guadagno, ma non solo. Se telefono ad un numero fasullo creo profitto a qualche malintenzionato, se vado su internet attraverso un collegamento e magari inserisco i dati della carta di credito rischio che altri la esauriscano a mie spese. Purtroppo questa è solo una piccola parte dell’enorme rete delle informazioni false e tendenziose.

Basti pensare alle dicerie o pettegolezzi che riguardano la reputazione di una persona, storie inventate e alimentate da un sentimento negativo che passano di bocca in bocca e lentamente screditano, fanno terreno bruciato attorno ad un nome senza che gli untori si siano neanche mossi dalla loro poltrona. 

E anche quelli che dicono di non essere influenzati da quanto arriva alle loro orecchie, in realtà hanno una mente più laboriosa delle intenzioni, che, nei meandri più profondi della coscienza, ha costruito un poco democratico pregiudizio dal quale l’ignaro destinatario dovrà continuamente difendersi.

Il meccanismo della diffusione mediatica delle bufale è il medesimo e riguarda tutti gli ambiti anche quelli piuttosto insidiosi dell’alimentazione e della salute. Qui i danni sono pesanti e non è stato ancora esaurito l’effetto domino di informazioni prive di evidenza scientifica che hanno creato il pregiudizio su alimenti o ancor peggio farmaci salvavita. 

Bisogna ammetterlo, è stato un gioco al massacro, una vera e propria demonizzazione di questo o quell’alimento, che ha portato in massa ad un’eliminazione totale dalla dieta senza che tutte queste teorie fossero supportate da uno straccio di evidenza scientifica. Pare che il glutine, la farina bianca e il latte siano stati quelli più massacrati e su quest’ultimo si è scritto addirittura che provocasse il cancro. 

Ho voluto vedere io stessa quanto fosse facile smentire la notizia che creava attorno a questo alimento un’infamante reputazione. Esiste un elenco di sostanze dimostratisi realmente cancerogene stilato dall’Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro e non solo il latte non è contemplato, ma chi ne esce male è la carne, soprattutto quella lavorata, che se consumata tutti i giorni si rivela piuttosto pericolosa. 

Ricordiamocelo quando ci troviamo davanti al banco dei salumi o in procinto di comprare l’ennesima bistecca. Astenendoci compiremo un atto di clemenza verso noi stessi e il pianeta.

Credo che dovremmo cominciare a fare esattamente questo, prima di buttarci senza regole nella rete della diffusione compulsiva, prendiamoci del tempo per pensare e verificare, il tempo che i burattinai sperano di avere dalla loro parte, che crea scompiglio e fa cadere le certezze. 
Quello necessario a creare falsi miti, il tempo che serve per raggiungere il proprio scopo.



domenica 13 maggio 2018

Peace and Love non ha funzionato


Per i più ostinati sognatori e i peggior nostalgici nati in un’epoca in cui si sperava di costruire un mondo libero dalle guerre, in pace con i propri pregiudizi e finalmente capace di un doveroso rispetto verso la natura sono giorni di lunga riflessione.

Sono recentemente stati divulgati i dati delle spese militari che ogni paese al mondo ha affrontato nel precedente anno e ad effettuare queste ricerche è un istituto che ha sede a Stoccolma, per la precisione l’Istituto internazionale di ricerca sulla pace. I primi delusi saranno stati proprio loro visto che i dati parlano di un incremento della percentuale di spesa nel settore militare in una buona fetta della parte asiatica e medio orientale del mondo con un progressivo scalare posizioni di Cina, India e Arabia Saudita. 

L’Italia negli anni ha progressivamente diminuito la spesa militare così come Regno Unito e Stati Uniti che comunque continuano a mantenere ben salda la prima posizione. Gli stessi vertici dell’istituto hanno commentato queste vertiginose cifre sottolineando come la persistenza elevata delle spese militari impedisca la ricerca di soluzioni pacifiche ai conflitti nel mondo. 

Si è parlato sempre e tanto di pace, tanto che negli anni sono nati movimenti che hanno lottato affinché il pianeta fosse un luogo sempre meno conflittuale sino all’abbandono totale dell’uso degli armamenti. In realtà non è così che sono andate le cose. Il motivo per cui alcuni paesi hanno scalato questa inquietante classifica è dovuto al fatto che sono cresciuti economicamente. 

Quindi esattamente come accade tra privati cittadini, quando si diventa persone affermate professionalmente, si cominciano a mettere in atto strategie di difesa dall’invadenza altrui, si diventa più diffidenti e la genuinità dei sentimenti, in mezzo ad una montagna di dollari, viene irrimediabilmente compromessa. 

Forse il punto è proprio questo, il denaro la fa da padrone, governa le nostre vite e conseguentemente le nostre scelte e noi non facciamo nulla per far andare il mondo in una diversa direzione. Qualcuno ci aveva sperato, ma l’amore non ha preso il sopravvento. 

Non solo, una lobby americana delle armi, ha addirittura progettato un modello di pistola pieghevole che si può mettere comodamente in tasca esattamente come si fa con un cellulare e immediatamente disponibile per fronteggiare qualsiasi situazione. Tranquillamente utilizzabile da mamme e professionisti, appunto. 

A questo punto mi chiedo a quale valore di mercato sia invece arrivata la vita umana, se si può serenamente barattare con uno smartphone-proiettile. Se, come sembra, vale meno, molto meno di un’arma, neanche troppo distruttiva, allora quelli del ’68, stanno facendo i loro conti per cercare di capire se fossero loro ad essere troppo sognatori o se, come direbbe un fatalista doc, doveva andare così e non ci si poteva fare proprio nulla. 

Chissà invece che non sia il caso di rivedere il tutto e farlo analizzare dai migliori economisti mondiali. Fa pensare il fatto che siano i paesi fornitori di petrolio ad armarsi fino ai denti, invece di investire questi soldi in fonti di energia che gli possano garantire solidità quando la fonte sarà esaurita e quella data non è poi lontanissima. 

Oppure perché la Cina che è uno dei paesi dove l’inquinamento aria-acqua-suolo è uno dei più alti sul pianeta non utilizza tutti quei miliardi di dollari per invertire la rotta e rendere le sue città dei luoghi sicuri. Perché se puoi difenderti militarmente, ma poi lo smog ti uccide lentamente, non hai dimostrato di tenere comunque alla tua incolumità. Un boomerang piuttosto prevedibile.

A questo punto vorrei mettermi al tavolo con quei sognatori sessantottini, che oggi saranno degli stimabili signori, delusi e forse convertiti ad una filosofia più pragmatica. Io vorrei dire loro che bisogna ripensarla un po’ meno a suon di teoremi o concetti utopistici, e basarci sul fatto che questa è una società denaro-centrica. 

Allora perché non far capire che l’ambiente e la sua tutela è il vero business? Solo i paesi che ci investiranno il loro denaro, saranno in grado di diventare potenti a lungo termine. Gli altri si indeboliranno sempre più, malvisti perché considerati fautori di uno sfacelo che incide su tutto il globo. 

Invece che Peace and Love, Salute e Ricchezza, quella vera. Spiegato bene potrebbe funzionare e non sarebbero teorie irrealizzabili. Basta solo far capire che questa nuova politica porterebbe molta ricchezza, a cominciare da quella economica. 
Concetto universalmente riconosciuto e compreso.


mercoledì 25 aprile 2018

Nella Giornata della Terra meglio non parlare della Terra



Il 22 aprile è stata celebrata in tutto il mondo come giornata dedicata alla Terra, niente di più facile che unirsi al coro unendo qualche riga alle tante scritte a favore di un globo maltrattato. Mi sembra così lontano quell’anno, il 1992, durante il quale ebbe luogo a Rio de Janeiro la prima conferenza mondiale dei capi dei governi di tutto il mondo che si riunivano per parlare di ambiente. 

Ci si stava rendendo conto che qualcosa nello sviluppo dell’umanità è andato storto e forse era il caso di mettersi attorno ad un tavolo, come fanno le brave famiglie, per parlare di un problema e porre rimedio in tempo utile prima di un grosso guaio. 

Il prendere atto che l’azione dell’uomo stava influenzando un cambiamento climatico già in corso o che lo smog era una pericolosa arma di uccisione di massa era un primo, grande passo verso un cambiamento. Lo è se mosso da una reale e preponderante voglia di modificare le regole di un sistema, se si è onesti nel voler mettere da parte i vantaggi personali che derivano da uno stato di cose in virtù di una ragione superiore. 

Siamo al vero, grande intoppo in cui l’essere umano il più delle volte inciampa, il rinunciare ad un personale tornaconto a favore di un interesse collettivo, di una condivisione globale di benessere e serenità di cui alla fine beneficiano anche quelli che se ne vorrebbero tirare fuori. 

Da allora, anno dopo anno, il problema dell’ambiente ha preso sempre più forma diventando una questione della quale il galateo avrebbe suggerito di non disinteressarsi, la forma nella moderna società dell’apparenza va sempre preservata. 

Ecco allora che hanno cominciato a spuntare le giornate della bontà, dedicate a qualche questione umanitaria o ad un aspetto importante che non bisogna dimenticare. L’acqua, l’aria, la Terra o la gentilezza. Fiumi di parole e decaloghi vari in cui esperti o meno, dicono la loro su come salvare un pianeta dalla distruzione, un mare dall’avvelenamento cronico o un cuore dall’incurabile indurimento. 

Ci sarebbe da farsi i complimenti, perché da quel lontano 1992, di strada verso la consapevolezza ne abbiamo fatta, ma in termini di conseguenze pratiche la situazione è peggiorata quindi stiamo al punto in cui sappiamo che c’è un problema ma non siamo in grado di uscirne o più semplicemente non vogliamo. In entrambi i casi abbiamo bisogno di un aiuto serio che ci insegni a mettere in piedi un sistema di vita completamente diversa. 

Perché la Terra non è il paziente da curare, è solo uno specchio in cui poter osservare il declino dell’umanità, il fallimento di una società basata su principi che non conducono al benessere, quello vero, che non è rappresentato da quello economico, anche se nel nostro caso purtroppo coincidono. 

Una moltiplicazione di prodotti e sentimenti che spinge verso il soffocamento, una totale concentrazione su sé stessi che fa dimenticare il resto, e durante l’affannosa corsa verso questo famigerato appagamento distruggiamo alberi e cuori. 

I politici che nel tempo hanno disatteso le promesse di Rio sono andati di pari passo con i poteri economici che sostenevano una produzione di massa alimentata dai consumatori che siamo noi, quindi tutti ma proprio tutti sono i responsabili di questo sfacelo planetario. Incentrato sulle necessità individuali basate su bisogni non essenziali che la società ha fatto diventare irrinunciabili, ragion per la quale è inutile parlare di alberi da non abbattere a chi fa del consumismo ingiustificato una ragione di vita. 

Sarebbe più efficace se i governi di tutto il mondo mettessero in piedi politiche di diffusione di valori quali la condivisione, il rispetto della collettività da considerare come entità superiore all’individuo stesso. Ci è stato detto più volte che noi siamo importanti, ci è stato spiegato quanto sia necessario valorizzarci come individui, come trovare la strada verso la felicità. 

Qualcuno ci avrebbe dovuto dire che questo sentiero va tracciato nel bel mezzo di una moltitudine di altre creature, di carne, ossa e clorofilla e se decidiamo di non fare attenzione, calpestando e schiacciando, ne paghiamo le conseguenze. 

L’uomo ha bisogno sia dell’aiuto che della compagnia dei suoi simili, nonché di quanto per sopravvivere trae da piante ed animali, potremo quindi continuare ad esaltare la nostra individualità fino a renderla un odioso egocentrismo?

Siamo importanti in quanto parte di un insieme, senza il quale siamo niente. Il sentirsi al centro dell’Universo non ha ragion d’essere su un pianeta che probabilmente all’interno di una vastità spaziale è a sua volta un puntino molto piccolo. 
Ma cosa sarebbe quella vastità senza quel puntino?



domenica 8 aprile 2018

Gli eccessi che posso evitare


Durante i giorni in cui si celebra una festività si tende a mangiare molto più del normale o comunque cibi che abitualmente non vengono considerati nella propria dieta. Non è certo il momento migliore per mettere in atto delle restrizioni o dare seguito ad un buon proposito. 

È però una bella occasione per riflettere sulle quantità di tutto ciò che mettiamo in tavola e sul fatto che il più delle volte esse sono superiori a quanto veramente sia necessario per vivere in salute. Perché spesso la partita o meglio le tante partite delle quali siamo protagonisti più o meno consapevoli e il cui esito ci porta alla felicità o al suo contrario, si giocano sugli eccessi. 

La capacità di misurarsi, di capire quando si sta arrivando al confine che divide l’area della giusta quantità da quella dove ogni limite viene superato, può fare la grande differenza. Spesso nei luoghi dell’abbondanza dove pensiamo di trovare la felicità ci troviamo invece a fare i conti con le conseguenze degli eccessi perpetuati per anni e si deve passare il resto dell’esistenza a rimediare e magari non si ha una vita intera per farlo. 

Una di quelle partite riguarda il come ci alimentiamo, il più delle volte superando quel limite in eccesso, rendendo concrete conseguenze negative per la nostra salute e per quella di tutte le bellezze naturali che ci circondano. Il mangiare più di quanto necessario è inquinante per l’organismo e per la Terra perché per generare e trasportare ogni alimento che trangugiamo si è prodotta una certa quantità di anidride carbonica. 

La quale sta causando i cambiamenti climatici che già sono in atto. Ci sono cibi che sono molto inquinanti ossia per produrre i quali si genera molta anidride carbonica e ad altri gas nocivi, la carne bovina è in cima a questa lista. L’aria inquinata ha necessità di molto ossigeno per essere “purificata” quindi se fossimo così saggi dal salvaguardare gli alberi che popolano il nostro pianeta potremmo salvarci da un clima che cambia irrazionalmente. 

Invece continuiamo a disboscare, a far cadere giù grandi arbusti e con essi la più vivida speranza di riportare la lancetta entro quel confine di giusta misura. Ci sono persone che cercano con tutte le loro forze di combattere questo ripetuto eccedere di atti brutali contro il patrimonio naturale, in particolare in Amazzonia, e stanno pagando con la loro stessa vita. 

In realtà coloro che distruggono la natura che ci circonda lo fanno per rispondere alle necessità di una popolazione mondiale che spinge sul pedale dell’eccesso che a lungo termine è causa di infelicità, anche se al momento dà appagamento. Si mangia troppo, si consuma a dismisura, si usa esageratamente l’automobile. 

Se si parte dalla consapevolezza che ogni bene alimentare e non che viene prodotto corrisponde ad una certa dose di inquinanti dispersi in aria, terra o acqua possiamo anche solo immaginare quanto il nostro stile di vita incida sulla qualità di vita. Gli alberi che ingombrano vanno buttati giù per fare spazio agli allevamenti intensivi che devono rispondere alla domanda globale di carne e questo è solo un esempio. 

Anche il tonno di cui abusiamo in cucina trasforma i mari in terreni di caccia all’interno dei quali intrappolare il maggior numero di pesci che dovranno soddisfare i miliardi di palati che senza quell’ingrediente onnipresente non riescono a vivere. 

Gli adolescenti statunitensi, e in molti paesi europei continuano ad ingrassare e loro sono certo la brutta faccia di una medaglia il cui lato buono, rappresentato dal buonsenso, comincia a dare segni di offuscamento. 

Quello di cibo tra tutti gli eccessi è uno dei più dannosi perché agisce su vari fronti con un effetto a cascata difficile da prevedere. Intanto rifletto sugli altri eccessi che governano la quotidianità. Quando avrei potuto evitare di dire più del necessario o quando ho sbagliato in difetto non pronunciando una parola di conforto. 

Nella nostra costante imperfezione possiamo cercare di aggiustare il tiro e provare a migliorarci, sempre che si abbia la consapevolezza che c’è qualcosa da cambiare. Per il momento posso pensare a quanto le mie esagerazioni, in eccesso o in difetto, incidano su chi o cosa mi circonda.

Dorian Gray direbbe che una vita troppo misurata potrebbe risultare noiosa. Sono certa che se avesse potuto tornare indietro e rinunciare al piacere per salvare l’anima, lo avrebbe fatto. Neanche lui ha avuto la fortuna di vivere due volte.






domenica 18 marzo 2018

Quelli che... non muoiono mai



Ci sono delle persone, il cui nome riesce a sfidare le leggi del tempo riuscendo a rimanere scolpito attraverso i secoli. Nobili rappresentanti di una disciplina, autori di un’ardua impresa, ma ancor di più esseri umani con qualità al di fuori del comune. 

Alcuni di questi talmente al di là di ogni possibile statistica sulle caratteristiche della nostra razza, che non è ben chiaro se per loro il termine morte terrena abbia realmente il senso che ha per tutti noi. Probabilmente no visto che continuano ad esistere, influenzare, incidere, nonostante i secoli, i tanti differenti contesti storici, nonostante il loro fisico sia estinto da lungo tempo. 

Nel suo caso potrebbe essere ancora diverso, visto che lui è realmente anche un fisico, una condizione che non si può estinguere. Lui questa battuta di spirito sulla sua dipartita l’avrebbe fatta, perché oltre ad essere grande scienziato era anche un uomo di spirito e osservazioni acute. L’essere in questione porta il nome di Stephen Hawking, il fisico il cui fisico ci ha lasciato qualche giorno fa, ma questa è una questione di secondaria importanza. 

Anche se potremmo considerarla una perdita enorme per la comunità intera pensando al contributo che avrebbe continuato a dare in ambito scientifico, in realtà dobbiamo riflettere su quanto la sua forza di vivere l’abbia portato ad un età impensabile per la degenerazione neuronale che lo costringeva all’immobilità fin dalla giovane età. Solo corporea perché ha girato il mondo su una carrozzina ultra tecnologica che gli consentiva di parlare attraverso un computer e poter diffondere le sue teorie, dando un esempio di quanto le barriere siano spesso solo nella nostra mente. 

Nel suo caso nessuno avrebbe avuto da ridire se nelle sue condizioni avesse deciso di ricorrere al suicidio assistito, mettendo fine ad un’esistenza di sofferenza. Invece, oltre ad enunciare modelli e teorie in grado di rivoluzionare l’astrofisica, con la sua caparbietà ci sbatte davanti agli occhi la verità. Quella secondo cui solo il cervello può fare la differenza, se vuoi cambiare le cose, puoi, anche costretto su una sedia. 

La quale diventa un palco dal quale puoi annunciare al mondo tante scoperte, ricordando quanto la mente umana sia potente, in grado di superare ostacoli invalicabili sulla carta, rendendo ingiustificabile tanto, diffuso immobilismo da parte di chi si reputa “normale”. Molti di noi potrebbero fare moltissimo per la società, contribuire ad un miglioramento globale, invece di rimanere circoscritto alla sola considerazione di sé e del proprio ambito familiare. 

Hawking ci ricorda quanto sia importante guardare le stelle e qui dovrebbe essere racchiuso il senso di una vita improntata al futuro, di tutti e per tutti.
“ Anche se non posso muovermi e devo parlare attraverso un computer, nella mia mente sono libero.”

La sua concezione del cosmo poteva prescindere dall’esistenza di un’entità divina. Sarebbe quindi possibile spiegare la nascita dell’Universo senza un Dio e non è un concetto di serena accettazione per tutti. In realtà dovremmo considerare che un mondo abitato da cervelli di un tale calibro sarebbe un luogo che ogni Dio desidererebbe per i suoi devoti. 

Pacifico, equilibrato, desideroso di conoscenza, con un occhio sempre puntato al futuro, mosso da una spinta evolutiva rispettosa della natura e di ogni rappresentante del genere umano. 

Lui stesso afferma che nell’Universo nulla è perfetto e nel nostro caso non ci potrebbe essere nulla di più imperfetto, con la prevalenza di sentimenti di prevaricazione, competizione come espressione di uno sfrenato individualismo, perseverante distruzione dell’ecosistema nel quale siamo immersi. 

E questo accade perché i cervelli che possono fare la differenza in senso positivo per il genere umano sono troppo pochi, quelli che ne guidano le sorti ancor meno. Perché coloro che non muoiono mai sono delle preziosissime rarità. Purtroppo.

Per i miei colleghi sono semplicemente un fisico come un altro, ma per il pubblico più vasto sono forse diventato lo scienziato più famoso del mondo. Ciò è dovuto in parte al fatto che io corrispondo allo stereotipo del genio disabile. Non posso camuffarmi con una parrucca e degli occhiali scuri: la sedia a rotelle mi tradisce”. (da Breve storia della mia vita, Autobiografia di Stephen Hawking.)



domenica 25 febbraio 2018

Vi prometto aria pulita e verde ovunque



Pare che dalle nostre parti parlare di ambiente non rappresenti uno slogan in grado di attirare elettori, i quali forse non sentono la mancanza di politici che dimostrano interesse alla questione. 

In netta contrapposizione rispetto ad altri paesi dove persino i leader di partiti storici, abituati ad essere focalizzati sulla propria realtà e piuttosto chiusi alle influenze esterne, comprendono che si rende necessario salvaguardare la salute di chi vorrebbero continuare a governare. 

Che si tratti di reale intenzione o mossa strategica necessaria, la realtà è che il leader comunista cinese al congresso del partito ha parlato di ambiente più che di economia, dando luogo ad una svolta senza precedenti che si è resa anche doverosa per le condizioni in cui versa il paese, stremato da anni di politica disinteressata a salvaguardare l’ecosistema. 

Città inquinate al punto da non riuscire a vedere l’orizzonte, fiumi intossicati dai veleni e una delle più potenti realtà economiche al mondo che necessariamente deve fare i conti con una crescita economica evidentemente poco attenta a non attentare alla salute dei cittadini. 

In verità anche altri leader politici mondiali dovrebbero preoccuparsi di quanto lo sviluppo del loro paese incida sulle possibilità di sopravvivenza del pianeta negli anni, soprattutto se questo paese, come potrebbe essere gli Stati Uniti, rappresenta uno dei maggior divora risorse. Se comincia a preoccuparsene la Cina, seppur costretta dagli eventi, forse dovremmo cominciare a pensare che la questione è davvero urgente.

E l’Italia, in piena campagna elettorale, come si pone di fronte a questo grave problema?

Il punto è che non se ne preoccupa, tanto che gli slogan parlano di ben altro, intrisi di promesse e propositi che più che l’armonia con il mondo circostante inneggiano a sentimenti di contrapposizione, rivalità, esaltazione personale degli stessi leader che li promuovono.

Tanto egocentrismo deconcentra da quanto realmente rappresenta un problema nella realtà e lo smog che uccide ogni giorno o il cemento che annichilisce le bellezze naturalistiche, sono declassati a questioni minori, pronti ad essere condonati per somma gioia degli stessi cittadini che non vedranno modificate le loro abitudini. 

Eppure pare che gli italiani si dicano preoccupati dell’inquinamento da plastica in particolare, non è chiaro se ci sia consapevolezza delle conseguenze dello smog sulla salute, e di quanto sia importante ampliare le zone di verde nelle città al fine di salvaguardare la salute psicofisica dei suoi abitanti. 

Se i leader non ne hanno fatto cenno nei loro slogan, evidentemente i temi non sono poi così sentiti, o comunque nessuno è disposto a sacrificare nulla della sua sfera privata pur di far affluire ai polmoni e al cuore aria più pura, abbassando di parecchio il rischio di ictus o infarto.

In realtà il nostro è un paese che dovrebbe avere molto a cuore il tema della salvaguardia ambientale, sia per il patrimonio naturalistico che ospitiamo, sia per la fragilità di grandi parti del territorio, interessate da rischio idrogeologico e sismico. 

Dovremmo fare molto per proteggere il verde che ci salva dall’acqua e batterci contro il cemento che deturpa quanto di bello rimane, ma siamo disposti a privarci di qualche comodità o opportunità per garantire a noi e alle generazioni future una ben più elevata qualità di vita?

Se nessun politico ha messo in mezzo l’ambiente nei suoi slogan pieni di speranza e ostentato ottimismo, allora la risposta è no. Il tema ambientale era e rimane una questione minoritaria, da trattare nelle ultime pagine del programma di un movimento o da non trattare affatto per tutti gli altri. 

Anche se in realtà investire nell’ambiente ha ricadute economiche e occupazionali non di poco conto, quindi non rappresenta solo una questione di salute o di principio per amanti del verde.

Ammetto che mi sarei fatta influenzare da un leader che avesse fatto proprio lo slogan “Vi prometto aria pulita e verde ovunque”, e non sarebbe stata ingenuità o banale credulità. 

So bene che sarebbe stato difficile assolvere un tale compito il tempo di un mandato elettorale, considerato l’innato ostruzionismo di chi in questo paese deve essere contro sempre e comunque. Lo avrei votato perché anche il solo parlare di ambiente, sollevare il problema con toni così solenni, sarebbe stata una svolta epocale. 

Pulizia dell’aria piuttosto che etnica, verde in ogni luogo invece che ennesimo condono; forse alla fine non se ne sarebbe fatto nulla o quasi, ma le parole hanno il loro valore e sono pur sempre testimonianza di cambiamento anche solo culturale. 
Ed è quello di cui abbiamo davvero bisogno.


martedì 2 gennaio 2018

L'immenso potere di un consumatore


Durante i giorni dedicati alle festività natalizie, in particolare ma non solo, si tende ad eccedere nel consumo di beni di qualsiasi tipo, sia materiale che alimentare. Proprio quando ci si lascia andare all’eccesso, ci si dovrebbe fermare a riflettere su quello che possiamo fare nella veste di consumatori. 

In verità moltissimo sia per il pianeta che per cambiare un sistema mondiale basato sullo scambio di beni, merci o servizi ai quali viene attribuito un valore in denaro che è quello che determina l’andamento di tutte le cose, post-rivoluzione industriale. Maggiori quantità di questi vengono scambiate, più banconote verranno prodotte, l’economia mondiale va avanti in base a flussi di denaro che regolano la supremazia di uno Stato sull’altro. 

Su questi immensi patrimoni che si accumulano si basa la forza di alcuni colossi industriali, dietro ai quali non ci sono molte persone che contano, considerando il numero di abitanti mondiale. Questi ultimi però hanno un inconsapevole potere di far andare le cose diversamente da quanto accade oggi. 

Dal momento in cui ci si alza la mattina, ci si mette a tavola per fare colazione (non tutti al momento godono di questo privilegio), ci si reca al lavoro, si consuma un altro pasto, per poi spostarsi in un altro luogo, fino ad arrivare alla sera dove ci aspetta altro cibo che terminerà la sua funzione nel nostro canale digerente, fino al volgere di una giornata che a noi sembra trascorsa come le altre, ma non è esattamente così. 

Ogni volta che abbiamo mangiato del cibo, abbiamo fatto una scelta ben precisa, un alimento piuttosto che un altro fa un’enorme differenza in termini di inquinamento che il produrlo e trasportarlo ha generato. Il luogo dove è stato prodotto e la quantità che compreremo e che alla fine consumeremo è maggiormente rilevante ai fini dell’impatto ambientale e lo è ancor di più il fatto che realmente mangeremo quanto abbiamo acquistato, senza sprecare nulla. 

E qui si va ancora un po’ più indietro nel tempo, al momento in cui ci troviamo dentro al supermercato, pronti a riempire il carrello di ogni possibile leccornia, tanto per soddisfare i sensi o le smanie di chi ci circonda, allettati dalle tante offerte speciali, ma non muniti di un’utilissima lista della spesa e concentrati su quanto veramente necessario. 

La grande industria ha già deciso che dobbiamo alimentarci in un certo modo, comprare determinate quantità, il più delle volte al di sopra dei nostri reali bisogni, ha scelto il gusto e il colore al posto nostro. Noi potremmo anche dissentire, e in effetti quando questo succede come è stato il caso dell’olio di palma, loro fanno un passo indietro e giusto in tempo per evitare di distruggere tutte le foreste di qualche povero paese, orientiamo noi la produzione in altro senso, in questo caso palm oil free. 

Questo accade difficilmente perché se non c’è qualcuno più attento che ci fa aprire gli occhi su un problema reale e non frutto di una paranoia, nessuno si prende la briga di mettere in atto uno spirito critico, fa quello che deve fare ossia silenziosamente consuma, in grosse quantità. 

La mattina mangia, si spera senza gettare via, a pranzo consuma e scarta, a cena consuma e scarta ancora, ancora e di più. Ha comprato troppo al supermercato, ha ordinato smisuratamente al ristorante, si è spostato continuamente con il mezzo privato quando avrebbe potuto più spesso usare il mezzo pubblico. 

Si è reso complice, ancora una volta, di questo sistema divora risorse che non continuerà per sempre, per via del fatto che viaggia a ritmi troppo sostenuti e perché le risorse non sono eterne. Se ognuno di noi mettesse in atto dei cambiamenti nella dieta che assume giornalmente, sarebbe un passo in avanti enorme nel far procedere un diverso modo di coesistere con la natura che ci circonda. 

Ci sono molti approcci in questo senso, chi predilige un cibo piuttosto che un altro, chi lo elimina del tutto e va sempre bene chi si nutre pensando. È proprio questo il punto, bisogna riflettere quando si compiono gesti che possono sembrare banali, a cominciare dagli articoli che si mettono in un carrello. 

Dobbiamo decidere di ridurre le quantità, dovremo riappropriarci dei gusti, dei colori, del rispetto per l’ambiente che molti colossi non hanno dimostrato disboscando senza pietà, ma in realtà hanno seguito solo il nostro volere, quello che abbiamo dimostrato con le preferenze accordate. 

La Terra non è proprietà di nessuno in particolare, ma di tutti quelli che la abitano e si spera di tutti quelli che la abiteranno in futuro. In quale pianeta vogliamo vivere? 

Non sarà un presidente a deciderlo, né tantomeno una multinazionale, saremo sempre di nuovo ancora noi, o per dirla più precisamente deciderà qualcuno che avrà raccolto il volere della maggioranza senza neanche averlo chiesto. 

In realtà lo ha fatto nel momento che ci ha proposto un prodotto, un’idea, un progetto, uno stile di vita. 
Ogni momento è buono per cominciare a decidere diversamente.



domenica 17 dicembre 2017

Fate di me ciò che io voglio


In un clima di euforia mista a commozione è stato accolto il testo di legge sul biotestamento che con decenni di ritardo regola il fine vita ossia quel lasso di tempo che separa un individuo dal termine della sua esistenza. Quando invece di essere bruscamente sollevato dal dubbio se continuare a vivere o meno grazie ad una morte improvvisa, la sua presenza su questa Terra viene prolungata fino a data da destinarsi attraverso il supporto di cure mediche. 

Insomma il fatto di essere sopravvissuto ad un incidente, ad una malattia invalidante o a qualsiasi altro grave accadimento sulla salute fisica peserà come un macigno sulla vita futura di questo essere. Il quale a volte o anche spesso può decidere che in quelle condizioni non vuole continuare a vivere e chiede il benestare della società che lo circonda, della comunità della quale fino a quel momento è stato un individuo attivo e magari anche prezioso. 

Sempre che le sue capacità mentali glielo permettano, sia in grado di intendere o di volere, altrimenti sarà un’altra persona a lui vicina a dover decidere cosa è giusto. Cosa tra l’altro già difficile in condizioni di maggior leggerezza, ancor più quando c’è da scegliere se qualcuno che non siamo noi debba annullare la sua presenza che in quel caso sarebbe solo fisica. 

In realtà quanto è stato legiferato riguarda il consenso o il rifiuto in merito a determinati trattamenti sanitari tra cui la nutrizione o idratazione artificiale il che equivale certamente ad andare incontro alla fine. Della buona morte, l’eutanasia che tanta divisione nel dibattito politico e pubblico ha creato, non si è parlato in maniera specifica. 

Il procurare intenzionalmente la morte ad una persona la cui qualità di vita è seriamente compromessa da una malattia o condizione psichica è un atto evidentemente troppo audace e prematuro in un paese che ci ha messo decenni per arrivare anche solo a parlare di scelta individuale sulle cure mediche. 

Influenze politiche e religiose non hanno permesso un libero dibattimento sul tema del fine vita, tanto che al momento in cui si sono verificati fatti privati che sono diventati pubblici come quello di Eluana Englaro o Piergiorgio Welby argomenti che prima erano dei tabù sono stati necessariamente sviscerati per cercare di capire quale fosse la decisione migliore. Che probabilmente non è scritta da nessuna parte, perché siamo tutti individui diversi con capacità di reagire alle situazioni del tutto differenti, potenzialità disuguali, ma non solo. 

Non tutti abbiamo una fede, ci sono individui che non hanno un credo religioso, quindi per loro non c’è un dio che ha donato loro la vita. Conseguentemente possono scegliere di non soffrire ulteriormente e tornare ad essere parte della terra senza dover subire alcuna punizione. Chi ha ragione? Tutti, sia il credente che l’ateo, ad ognuno la conclusione che reputa più idonea per la sua permanenza tra noi vivi. Sempre che questa possibilità di decidere gli o le venga concessa.

E come la mettiamo quando la capacità di intendere della persona è intatta e quindi si tratta di un individuo che potenzialmente potrebbe ancora dare molto alla comunità? Magari il loro grado di sofferenza è tale per cui non sono capaci di uscire fuori dalla terribile condizione di menomazione fisica in cui la malattia o l’evento traumatico li ha condotti, nonostante le cure psicologiche.

Anche in questo caso credo che nessun altro possa arrogarsi il diritto di decidere che quella persona debba continuare a vivere in quello stato di estrema sofferenza, è la nostra natura umana che ce lo vieta. 

Il mio pensiero va al grandissimo scienziato Stephen Hawking, il quale nonostante la malattia degenerativa neuronale che lo ha colpito in giovane età, ha enunciato teorie, insegnato modelli matematici e studiato moltissimo sui buchi neri, un’eredità preziosissima che lascia ad altri scienziati. 

Non ancora però, perché nonostante le gravi menomazioni fisiche che lo costringono su una sedia a rotelle ultrasofisticata sulla quale comunica attraverso un computer, continua ad essere un membro indispensabile alla comunità internazionale, riuscendo anche ad ironizzare sulla sua condizione. 

Sono seriamente onorata come appartante a questa comunità che non abbia mai pensato di interrompere la sua esistenza, ne avrebbe avuto motivo. Saremmo veramente diventati tutti più poveri. 

Capisco anche che un cervello come il suo è quasi fuori la norma, però lui ci riporta con i piedi per terra e ci ricorda una grande verità, forse se ci riflettiamo un po’ arriviamo alla conclusione che ci sono molti vivi e vegeti che hanno deciso di morire da tempo con il loro immobilismo culturale, di azione, di pensiero, in poche parole hanno scelto di non essere, ma solo di esistere.

« Ricordatevi di guardare le stelle e non i vostri piedi... Per quanto difficile possa essere la vita, c'è sempre qualcosa che è possibile fare, e in cui si può riuscire. » Stephen Hawking