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domenica 4 novembre 2018

Anche il più forte se ne va



Scorrendo le pagine di un giornale poco prima di girare la successiva, la mia attenzione è stata rapita dall’immagine sublime e maestosa del re della foresta. L’animale che più di tutti è in grado di carpire i pensieri dei bambini e non solo, il protagonista per eccellenza, senza il quale la storia non si può scrivere o se manca è quella la storia. 

Il sovrano di una foresta sempre più in pericolo è ad un passo dal lasciare lo scettro, dall’abbandonare la scena di un mondo al quale non appartiene più. La sua sparizione lenta e costante rappresenta la cronaca di un pianeta che deve rallentare, necessariamente. E riflettere profondamente. 

Perché se non decidiamo di farlo volontariamente, non avverrà in maniera naturale. Ciò che siamo in grado di fare è procedere in maniera veloce, frenetica, senza voltarsi a guardare. Ma lui questo non lo merita. Lui è il leone, il fedele compagno di un’infanzia, temuto e adorato. Le notizie che lo riguardano sono allarmanti. 

Ormai scomparso dal Nord Africa, nelle altre porzioni di territorio africano dove sopravvive è in estremo pericolo  e la notizia più triste è la quantità di esemplari persi in poche decine di anni. La tendenza continua ad essere in negativo e se non si agisce in qualche modo, tra qualche decennio i bambini di future generazioni dovranno accontentarsi di vederne raccontate le gloriose gesta da una casa di produzione americana. 

In fondo nulla di diverso da quello che potrebbe accadere con altre specie, più o meno imponenti, più o meno famose. Ma questa volta è diverso proprio perché lui è notoriamente il più forte. Che succede quando quelli che hanno una resistenza più elevata, coloro che tendono ad avere la meglio nelle situazioni, temuti ma apprezzati, soccombono? Vuol dire che le cose non stanno più seguendo il loro andamento fisiologico, significa che è l’uomo stesso a decidere sulla selezione naturale e non più la natura. 

L’uomo sta definendo i confini di un mondo che ha scelto in base alle sue regole, di sviluppo basato sul profitto, sull’egemonia di uno stato su un altro più debole, di una specie rispetto ad un’altra. E quando è il leone ad avere la peggio, qualcosa mi dice che la situazione sta realmente cambiando. Per tornare ai tempi dell’infanzia, quelli scolastici in cui cominci a farti le ossa per prepararti a quello che sarà il duro teatro della vita, se sei fragile, sei anche una facile preda del più spietato che non è il più forte, ma solo quello più popolare. 

Il più forte è quello che mette in campo la sua superiorità fisica e morale per sovrastare il sopruso, per difendere chi non ce la fa da solo, per un nobile scopo. Anche la sopravvivenza della specie lo è, e risponde ad altre leggi che per quanto implacabili possano sembrare hanno un fine ultimo, ben preciso. Che succede se questi valorosi esempi di audacia cominciano ad essere sempre meno presenti? 

Non certo perché non c’è più bisogno di loro, la situazione attuale dimostra il contrario. Piuttosto hanno preso il sopravvento sentimenti quali l’individualismo, il prevalere a scapito di qualcosa o qualcuno, l’apparenza come identificativo di sè. 

Ed ecco che il forte che si mette davanti al bullo per difendere un principio, non ha abbastanza followers e il leone viene cacciato dalla foresta per far posto ad una piantagione, ad una moda, ad un insaziabile appetito. 

Qualcosa è pericolosamente cambiato, qualcuno più forte di tutto dovrà necessariamente ribaltare la situazione. A chi spetterà questo oneroso compito? 


domenica 3 giugno 2018

Un caffè con il Maestro



La storia scrive nel suo lento ma anche veloce trascorrere, brutte pagine di violenza e sopraffazione che dovrebbero indicarci una diversa strada per il futuro progredire della specie. Ci troviamo nell’anno 2018 ed è ancora lontano un punto di svolta, quello che ci porterà ad una concezione del vivere insieme sullo stesso pianeta del tutto differente da quella odierna. 

Nell’altra faccia della stessa medaglia, quelle pagine ci mostrano la parte luminosa dell’essere umano, incredibilmente ingegnosa, che sfida le leggi del tempo. Ed eccoci che noi stessi rimaniamo estasiati ad ammirare i frutti di un così grande intelletto, nella speranza che prenda il sopravvento sulla parte oscura, quella che non vorremmo ci appartenesse. 

Impossibile non cedere alla tentazione di una beata contemplazione di quanto è stato prodotto in campo artistico soprattutto per chi vive in un paese quale è l’Italia che ha dato i natali a uomini di ingegno e talento superiori, ineguagliabili. 

Decido che è giunta l’ora che torni in quel di Firenze, culla d’arte e sapere, luogo privilegiato dove speri di perderti in solitudine circondata da tanta bellezza, per la quale non sono ancora stati coniati i giusti termini per descriverla. Ma rimango delusa, perché quella solitudine è una chimera. 

Come biasimare migliaia e migliaia di persone che come me desiderano bearsi di tale magnificenza, interrogandosi sul come sia possibile che l’essere umano sia in grado di creare così tanta bellezza e macchiarsi di orrendi crimini. Quando decido di concentrarmi su ciò che vedo distogliendo il pensiero dal lato oscuro, ha inizio un’esperienza totalizzante. 

Immersa in un luogo reso eccelso dai suoi artisti, il cui talento fu alimentato fino a raggiungere livelli impensabili da grandi estimatori delle arti e della cultura quali erano i Medici. Fino all’ultimo atto di generosità verso le generazioni future, Il Patto di Famiglia firmato dall’ultima rimasta della casata, Anna Maria Luisa de’ Medici che di certo la fa ricordare per la sua saggia lungimiranza. Grazie a lei, chi è venuto dopo, il casato asburgico dei Lorena non ha potuto portare via nulla, tutte le opere d’arte dovevano rimanere per ornamento dello Stato, utilità del Pubblico e per attirare la curiosità dei Forestieri

Ed è così che entrando a Palazzo Pitti, ogni stanza pullula di tale meraviglia firmata da nomi quali Tiziano, Tintoretto, Botticelli, che non si sa dove posare lo sguardo che inquieto continua il suo vagare fino a quando si ferma perché non riesce a staccarsi dalla celeberrima creazione del David alla Galleria dell’Accademia. Giorgio Vasari artista e storico contemporaneo di Michelangelo scrisse “…E certo chi vede questa non dee curarsi di vedere altra opera di scultura fatta nei nostri tempi o negli altri da qual si voglia artefice…”

Parla delle opere altrui ma il Vasari è coautore di un Giudizio Universale dipinto all’interno della cupola della Cattedrale che mi tiene con il collo piegato in totale e devota ammirazione, la stessa che mi fa dimenticare del rumore delle voci e del susseguirsi delle braccia che si sovrappongono a fermare l’immagine della sublime, incantata Venere del Botticelli agli Uffizi. 

Dopo un’altra giornata che mi rimette in pace con il mondo e mi fa ancora avere fiducia nel genere umano, mi fermo ad un caffè per riposare il fisico provato da tanto girovagare.
Il luogo è particolare, caldo e sofisticato, sento che potrei passarci interi pomeriggi a scrivere.

Nel lento calare della sera, non riesco ancora ad elaborare tanta bellezza assorbita tutta d’un fiato e mentre aspetto che la cioccolata si freddi, mi giro verso lo specchio che riflette l’immagine di un uomo che non ho visto entrare, vestito in abiti di altra epoca, nella qual barba lunga e non curata ho creduto di riconoscere il maestro Michelangelo Buonarroti.

Si siede davanti a me, sistema le sue vesti come se non fosse la prima volta in quel luogo. 
“Quando lascerà la città?” 
Non so se faccio parte di una fortunata casualità o se sono l’ennesima turista con cui decide di scambiare qualche parola, potrebbe anche essere la terribile stanchezza a giocarmi un brutto tiro.
Lui non si fa scoraggiare dal mio silenzio.
“Capisco quanto possa essere difficile, io quando ho dovuto partire per Roma, lasciando alcune opere non ancora compiute, non ho dormito le notti seguenti.”
E se fosse tutto vero per quanto terribilmente assurdo? Non posso perdere quest’opportunità. Mi faccio forza e comincio a pensare a tutto quello che vorrei domandargli.
“Maestro è un onore per me, stare qui con lei. Le sue opere la rendono eterno.”
Scoppia in una risata benevola. “Sono qui a dimostrarlo! In verità sono solo un’artista che ha saputo fare bene il suo lavoro.”
“Come può essere così modesto? Lei ha creato dei capolavori!”
“Così son stati giudicati e ne sono felice, ma ricordi… la bellezza è negli occhi di chi guarda e ammirare un’opera d’arte è un viaggio del tutto personale.”
“Ciò che oggettivamente è bello non può essere giudicato altrimenti, chiunque non può affermare il contrario” dissi con decisione.
“L’uomo è capace di distruggere il bello, e le macerie sono tutte uguali.”
“Ma è stato anche capace di salvare molte opere dai danni dell’Arno o del tempo che passa.”
“La crudeltà o la beatitudine son delle scelte. Quando tutti decideranno di cercare solo la bellezza, quella spirituale, allora cesseranno le meschinità.”
A quel punto non potei fare a meno di chiedergli: “Maestro, esiste Dio?”
Lui sorrise toccandosi la lunga barba: “La fede è nel cuore di chi crede…”

Rimasi qualche secondo attonita. Sono sicura che non mi avrebbe fatto la scortesia di non rispondere alle altre domande che avevo in serbo, ma commisi l’ingenuità di abbassare lo sguardo verso la tazza di cioccolata fumante che man mano disperdeva il suo calore.

Quando lo rialzai lui non c’era più. Svanito come il vapore che lentamente si disperdeva davanti ai miei occhi. 

Con un po’ di dispiacere mi voltai verso la cupola del Brunelleschi, immersa nell’oscurità del cielo, in sospeso tra pioggia e tramonto. Non avevo parole per descrivere la bellezza di ciò che stavo osservando. Anzi sì. Sublime.




domenica 18 marzo 2018

Quelli che... non muoiono mai



Ci sono delle persone, il cui nome riesce a sfidare le leggi del tempo riuscendo a rimanere scolpito attraverso i secoli. Nobili rappresentanti di una disciplina, autori di un’ardua impresa, ma ancor di più esseri umani con qualità al di fuori del comune. 

Alcuni di questi talmente al di là di ogni possibile statistica sulle caratteristiche della nostra razza, che non è ben chiaro se per loro il termine morte terrena abbia realmente il senso che ha per tutti noi. Probabilmente no visto che continuano ad esistere, influenzare, incidere, nonostante i secoli, i tanti differenti contesti storici, nonostante il loro fisico sia estinto da lungo tempo. 

Nel suo caso potrebbe essere ancora diverso, visto che lui è realmente anche un fisico, una condizione che non si può estinguere. Lui questa battuta di spirito sulla sua dipartita l’avrebbe fatta, perché oltre ad essere grande scienziato era anche un uomo di spirito e osservazioni acute. L’essere in questione porta il nome di Stephen Hawking, il fisico il cui fisico ci ha lasciato qualche giorno fa, ma questa è una questione di secondaria importanza. 

Anche se potremmo considerarla una perdita enorme per la comunità intera pensando al contributo che avrebbe continuato a dare in ambito scientifico, in realtà dobbiamo riflettere su quanto la sua forza di vivere l’abbia portato ad un età impensabile per la degenerazione neuronale che lo costringeva all’immobilità fin dalla giovane età. Solo corporea perché ha girato il mondo su una carrozzina ultra tecnologica che gli consentiva di parlare attraverso un computer e poter diffondere le sue teorie, dando un esempio di quanto le barriere siano spesso solo nella nostra mente. 

Nel suo caso nessuno avrebbe avuto da ridire se nelle sue condizioni avesse deciso di ricorrere al suicidio assistito, mettendo fine ad un’esistenza di sofferenza. Invece, oltre ad enunciare modelli e teorie in grado di rivoluzionare l’astrofisica, con la sua caparbietà ci sbatte davanti agli occhi la verità. Quella secondo cui solo il cervello può fare la differenza, se vuoi cambiare le cose, puoi, anche costretto su una sedia. 

La quale diventa un palco dal quale puoi annunciare al mondo tante scoperte, ricordando quanto la mente umana sia potente, in grado di superare ostacoli invalicabili sulla carta, rendendo ingiustificabile tanto, diffuso immobilismo da parte di chi si reputa “normale”. Molti di noi potrebbero fare moltissimo per la società, contribuire ad un miglioramento globale, invece di rimanere circoscritto alla sola considerazione di sé e del proprio ambito familiare. 

Hawking ci ricorda quanto sia importante guardare le stelle e qui dovrebbe essere racchiuso il senso di una vita improntata al futuro, di tutti e per tutti.
“ Anche se non posso muovermi e devo parlare attraverso un computer, nella mia mente sono libero.”

La sua concezione del cosmo poteva prescindere dall’esistenza di un’entità divina. Sarebbe quindi possibile spiegare la nascita dell’Universo senza un Dio e non è un concetto di serena accettazione per tutti. In realtà dovremmo considerare che un mondo abitato da cervelli di un tale calibro sarebbe un luogo che ogni Dio desidererebbe per i suoi devoti. 

Pacifico, equilibrato, desideroso di conoscenza, con un occhio sempre puntato al futuro, mosso da una spinta evolutiva rispettosa della natura e di ogni rappresentante del genere umano. 

Lui stesso afferma che nell’Universo nulla è perfetto e nel nostro caso non ci potrebbe essere nulla di più imperfetto, con la prevalenza di sentimenti di prevaricazione, competizione come espressione di uno sfrenato individualismo, perseverante distruzione dell’ecosistema nel quale siamo immersi. 

E questo accade perché i cervelli che possono fare la differenza in senso positivo per il genere umano sono troppo pochi, quelli che ne guidano le sorti ancor meno. Perché coloro che non muoiono mai sono delle preziosissime rarità. Purtroppo.

Per i miei colleghi sono semplicemente un fisico come un altro, ma per il pubblico più vasto sono forse diventato lo scienziato più famoso del mondo. Ciò è dovuto in parte al fatto che io corrispondo allo stereotipo del genio disabile. Non posso camuffarmi con una parrucca e degli occhiali scuri: la sedia a rotelle mi tradisce”. (da Breve storia della mia vita, Autobiografia di Stephen Hawking.)



domenica 11 febbraio 2018

Da Netflix a Landflix, lo spettatore che diventa protagonista

Quante volte guardando una serie televisiva non abbiamo desiderato essere dentro al contenitore insieme ai protagonisti, vivere con loro quella realtà. Estraniarci dalla quotidianità per essere catapultati in un mondo divertente, poliziesco, thriller, fantascientifico, o bizzarro, a seconda dei gusti e delle inclinazioni di ognuno di noi. 

Per quanto mi riguarda i mondi dei quali avrei voluto far parte, li devo selezionare tra le tante serie che hanno accompagnato la mia infanzia e adolescenza. Tutte amate, ma alcune mi sono rimaste nel cuore. 

Sarebbe stato a dir poco emozionante incontrare l’extraterrestre più simpatico di tutti i tempi televisivi, un giovanissimo Robin Williams proveniente dal lontano pianeta Ork. Mork e Mindy mi ha fatto considerare la possibilità che non fossimo unici in questo Universo.

Quanto avrei voluto per una volta viaggiare attraverso i secoli in compagnia del fascinoso scienziato e del suo strampalato amico Al? Un viaggio nel tempo è riuscito a rafforzare il mio amore per la fantascienza. 

Fame o meglio conosciuto in Italia come Saranno famosi ha abilmente raccontato le vicende di alcuni giovani che cercano conferma del loro talento in una famosa accademia newyorchese. Chi non avrebbe voluto tentare un passo di danza con il talentuoso Leroy?

E quanto avrei desiderato voltarmi verso il piccolo Arnold, durante una spassosa partita a Monopoli e con espressione un po’ minacciosa rivolgergli la famosa frase “Cosa stai dicendo Willis?” che sarebbe diventata: “Cosa stai dicendo Arnold?” riuscendo forse ad accattivarmi la sua contagiosa simpatia. 

La serie è Different Strokes, qui l’umorismo riusciva sapientemente a legarsi alla riflessione su temi importanti quali il razzismo o l’abuso di droghe. Per quanto alcuni attori della serie hanno avuto gravi problemi in questo senso qualche tempo dopo.

Passano gli anni, la tecnologia avanza e può accadere che i sogni di una bambina possano magicamente realizzarsi. La serie cambia il suo contenitore che non è solo più il televisore, ma ad un costo molto basso può essere visualizzata su qualsiasi dispositivo, un computer, un tablet e persino un cellulare.

La rete televisiva americana Netflix lo rende possibile. Una rivoluzione nel mondo cine-tv, ma il mio sogno di tanti anni fa rimane tale e senza possibilità di realizzarsi. 

Fino ad oggi, al momento in cui entra in scena Landflix. Il computer che Netflix ha reso possibile come contenitore delle serie preferite diventa anche il luogo in cui Landflix mi concede il privilegio di accedere a quel mondo proibito per i non addetti. Un gioco che diventa il lasciapassare dello spettatore verso la realtà delle serie tv, e non solo. 

È lui, a questo punto, il protagonista in un nuovo universo che è un connubio, testimone dei tempi che evolvono. Il mondo dei giochi entra magicamente in quello della televisione, stravolgendone i ruoli, mantenendone però l’originalità dei contesti e l’intenzione di chi li ha ideati. Anche i protagonisti conservano i loro connotati, va solo registrata una nuova entrata, una scrittura imprevista, la nostra.

Se vogliamo che questo sogno possa realizzarsi questo è il momento giusto per esprimere la nostra volontà. Siamo nel momento clou della campagna Kickstarter che deciderà le sorti di questo progetto tutto italiano. Fantastico Studio è la società che lo ha creato. 

Il Kickstarter ci dice quanti soldi sono necessari affinché un prodotto si possa realizzare, ed ognuno di noi può partecipare alla sua realizzazione attraverso un contributo, piccolo o grande, che viene addebitato solo se il tutto va a buon fine. Si può decidere di dare anche solo un euro o di offrire la quota necessaria per una copia del gioco più una maglietta o un poster. Più è alto il numero dei sostenitori, più ci sono possibilità che l’idea si concretizzi. 

Sostengo con molto piacere questo progetto, conosco bene le persone che lo hanno creato e quanto duro, durissimo lavoro ci sia dietro. Anni di preparazione, di studio, di ore sottratte al divertimento, nella speranza di emergere nel difficile e competitivo mondo dei videogiochi. 

L’Italia poi non è certo il paese delle opportunità, e se non si hanno le giuste conoscenze che indirizzano verso i grandi finanziamenti si rischia di restare sempre al punto di partenza. Fantastico Studio è nato grazie ad un piccolo contributo da parte di una società già affermata che ha creduto in loro, ora tocca a noi confermare quella fiducia. 

Sarebbe bello creare un precedente nel nostro paese, nel quale i giovani devono crearsi le loro opportunità e dove spesso anche il migliore entusiasmo non è garanzia di successo e la delusione allontana le persone verso altri luoghi. 

Potremmo invertire la tendenza e magari grazie ad un esito positivo avvicinare la gente a questa nuova possibilità, il Kickstarter, ancora poco conosciuto da noi, così che possa essere utilizzato anche per altre idee originali da giovani desiderosi di concretizzarle. Una raccolta fondi basata sull’entusiasmo e sulla fiducia delle persone. Per una volta senza altre condizioni esterne ad inquinare l’onestà delle intenzioni.

In questo caso, c’è anche uno scopo egoistico per me. Un sogno dell’infanzia che si realizza è quanto di più incredibile possa accadere. Se poi i sogni che diventano realtà sono due, il tutto assume l’aspetto di un miracolo. Non accade tutti i giorni che dei ragazzi vengano premiati per il loro merito. Non in Italia.

Andate a questo collegamento per offrire il vostro contributo al progetto Landflix: http://kck.st/2E68a2w





domenica 4 febbraio 2018

Un uomo meno uguale degli altri


Quando ho terminato la visione di questo film, mi sono resa conto che se non l’avessi visto non avrei conosciuto la storia di un uomo che ha fatto la differenza, enormemente. Il film è The Imitation Game e prende corpo dalla biografia di Alan Turing, un geniale matematico che mette le proprie conoscenze a disposizione del governo britannico durante il secondo conflitto mondiale. 

E non solo il suo sapere, in questo caso infatti possiamo parlare di un vero e proprio genio creativo che sviluppa idee così nuove da precorrere i tempi e per questo piuttosto difficili da concretizzare. Ma la situazione durante quegli anni è talmente drammatica da riuscire a scalfire anche i dubbi dei più scettici. Fu così che nacque una macchina in grado di decriptare i codici utilizzati dalle forze armate tedesche, creati da un marchingegno in loro dotazione denominato Enigma. 

Non era un’operazione di poco conto rendere comprensibili quei codici, ma Alan Turing ci riuscì grazie all’uso dell’algoritmo e quindi del calcolo che preannunciava di parecchi anni quello del processore di un moderno pc. Ed è per questo che è considerato, senza il minimo dubbio, il padre della moderna informatica, l’antesignano dello sviluppo dell’intelligenza artificiale che ha permesso agli alleati di superare quella umana. La quale seppure per scopi di distruzione della stessa specie aveva utilizzato una macchina complessa e innovativa, ma fortunatamente non infallibile. 

Turing aveva capito l’importanza dell’uso del calcolo non solo in questioni vitali come può essere l’evitare la devastazione di un conflitto mondiale, ma nella pratica quotidiana. Non era difficile per lui credere che in futuro sarebbe stato possibile replicare la mente umana e proprio seguendo gli schemi del cervello fu possibile creare l’intelligenza artificiale. 

Erano però concetti fin troppo lungimiranti per l’epoca e anche se decifrare i messaggi dei nemici aveva salvato milioni di vite e contribuito all’esito finale, costruire la macchina che lo aveva permesso era stato tutt’altro che facile. Come non lo era mai stato nulla nella sua breve vita. Incompreso sin dai tempi del liceo, in cui pur brillando negli studi matematici era mal visto dai professori che prediligevano le materie classiche. 

Si laureò comunque con il massimo dei voti, dando inizio ad un percorso di studi e sperimentazione in diversi campi, arrivando ad analizzare il rapporto tra computer e natura, fino ad approcciarsi alla cibernetica e all’embriologia.

A quali traguardi sarebbe potuto giungere uno studioso con tali capacità e lungimiranza? Cose inimmaginabili. Grazie all’applicazione della scienza o della cibernetica in medicina e in fase embrionale, si sarebbe potuti arrivare a risolvere situazione di grave incapacità o addirittura curare malattie diagnosticate ancor prima di venire alla luce.

Peccato che queste incredibili chance le abbiamo sprecate perseguitando l’uomo che era in grado di offrircele, così come aveva già fatto con la decifrazione dei codici tedeschi cambiando le sorti della guerra. Impresa per la quale non ricevette mai un riconoscimento in quanto l’attività era segretissima, sia lui che i suoi collaboratori hanno dovuto tacere fino alla morte. 

In riconoscenza a quanto compiuto il governo britannico ha pensato bene di perseguitarlo per la sua omosessualità che era un reato negli anni ’50 persino nella civile Inghilterra e non stiamo parlando di secoli fa. Arrestato, barattò la sua condanna alla detenzione con quella a morte della castrazione chimica ossia l’assunzione forzata di estrogeni che oltre a diversi effetti sul fisico lo portarono lentamente in un baratro di depressione senza via di uscita. Si uccise assumendo del cianuro molto probabilmente messo all’interno di una mela, frutto che era solito consumare. 

Si è dovuto attendere fino al 2013 affinché il valoroso scienziato ricevesse la grazia postuma con tanto di scuse da parte del governo, il quale nella persona del Primo Ministro riconosce che Alan Turing avrebbe meritato di meglio.

Dal momento che non si può porre rimedio ad una tale perdita, si può solo riflettere sulla nostra incapacità di ragionare su larga scala, prendendo come riferimento la società umana nella sua interezza e non il nostro piccolo mondo costruito spesso su giudizi insensati e intolleranza rispetto a ciò che è diverso. Perché il prezzo da pagare per il pregiudizio e la meschinità è alto ed è a carico di tutti indistintamente.

La triste verità è che un uomo non ha lo stesso valore di un altro e uno come Alan Turing vale un salto evolutivo di parecchi anni e la possibilità di arrivare a scoperte eccezionali che in sua assenza potrebbero giungere troppo tardi o non realizzarsi affatto. Quando un genio della sua portata arriva a togliersi la vita, vuol dire che la società umana ha fallito gravemente e deve riconsiderare il modo di porsi nei confronti dei suoi simili.

Più di quanto io abbia tentato di fare attraverso questo post, riporto una frase ripetuta più volte nel film, che ci spiega questi concetti in poche parole:

“Penso che a volte le persone che nessuno immagina che possano fare certe cose, sono quelle che fanno cose che nessuno può immaginare.”


domenica 21 gennaio 2018

Una femmina si lamenta di qualcosa, una donna cerca di cambiarlo


A volte la differenza tra un termine ed un altro che sembra essere il suo simile, non è poi così sottile e nasconde due mondi inavvicinabili. 
Me ne sono resa conto quando ho sentito una persona che conosco fare delle precisazioni al momento dell’utilizzo della parola donna piuttosto che femmina.

La mia curiosità mi ha portato ad approfondire il perché di questa puntualizzazione, il che ha dato luogo ad una conversazione tra il serio e l’ironico.

In base a quanto affermava il mio interlocutore ci sono differenze non di poco conto tra i due termini e a quanto pare tra due modi di affrontare il prossimo e la vita, essenzialmente diversi.

La femmina parla eccessivamente e a voce alta, principalmente per criticare o formulare giudizi su situazioni o altre persone, diffonde notizie che appartengono alla sfera privata di altri, dà molta importanza alla sua immagine fino a spendere molto del suo tempo per curarla o migliorarla, così come considera fondamentali aspetti che riguardano l’immagine che si dà agli altri, non ascolta né osserva il contesto che la circonda.

La donna si muove con grazia, il suo tono è calmo e pacato, la voce mai stridula, discreta, possiede un acuto senso di osservazione rispetto alla realtà circostante, educata, emotivamente intelligente, mentalmente aperta al punto da diventare lungimirante, ha le carte in regola per diventare una leader. 

E siamo ad un altro punto fondamentale della questione femmina-donna. Si è lottato per anni e non solo ideologicamente, per riuscire ad aprire un varco nella granitica predominanza maschile nei luoghi del potere. 

Quando la fatidica e agognata posizione viene raggiunta da una rappresentante del gentil sesso, sono soprattutto le sue sottoposte che non ne sono felici, lamentando caratteristiche ben diverse da quelle descritte. Opinioni scambiate in giro lo dicono chiaramente, i sondaggi ufficiali lo confermano.

Vittima di umori altalenanti, parziale nei giudizi, incapace di gestire i conflitti, in continua competizione con persone del suo stesso sesso, sembra poter intessere rapporti più costruttivi solo con colleghi del sesso opposto, ai quali, però, deve sempre dimostrare di essere all’altezza, se rivestono posizioni di potere.

Al di là della piega ironica che aveva preso l’intera conversazione e ben lungi dal categorizzare le persone, la questione che è importante sottolineare riguarda le intrinseche potenzialità della donna, quando emergono possono davvero fare la differenza nel bene e nel male.

Leggevo un articolo che parlava del ruolo delle donne nella criminalità organizzata, dominante e strategico, di fine organizzazione e di particolare efficienza. Insomma a dirla tutta, perlomeno stando alle dichiarazioni dei pentiti pare che gli uomini eseguissero solo quanto “comandato” dalle loro mogli o comunque da coloro che avevano dimostrato un’innegabile superiorità nell’amministrare gli affari di “famiglia”. 

L’articolo intitolava “Quando la mafia è donna”, il mio collega non avrebbe avuto da ridire perché erano sì donne, ma tanta magnificenza è purtroppo al servizio di scopi distruttivi.

Tutto cambia quando una donna si muove per fare ciò che le riesce alla perfezione: sedurre, incantare, ipnotizzare l’attenzione per poi condurre al cambiamento con un’eleganza che neanche i migliori maghi sarebbero in grado di mettere in campo. 

Le donne, di fronte alle quali non riesci a far altro che inchinarti, per la grazia che riescono a sprigionare, il coraggio che disarma, il fascino che posseggono e tu sei lì che osservi incantato le loro mosse o meglio i loro movimenti, verso il futuro, l’evoluzione.

Un esempio su tutte Aung San Suu Kyi che per anni fino ad oggi ha messo in campo una lotta pacifica per condurre il proprio paese, la Birmania, verso la democrazia. Ha fatto e continua ad essere la storia di una parte di mondo.

Vorrei anche citare Julia Hill nota come la ragazza che visse sull’albero. Lo ha fatto per ben due anni allo scopo di salvare una sequoia millenaria che nel lontano 1997 in California rischiava di essere abbattuta. Attirò l’attenzione mondiale sul problema del disboscamento a scopi commerciali, all’epoca ancora poco sentito.

Cosa aggiungere su Rosa Parks? Si rifiutò di cedere il suo posto ad un passeggero bianco, dando il via al movimento dei diritti civili in America. Siamo negli anni ’50.

Il pianeta ha bisogno di loro, di persone che abbiano a cuore ciò che le circonda, di donne che sconvolgano ciò che è già deciso, che facciano cambiare le cattive idee agli uomini. Loro possono.

domenica 17 dicembre 2017

Fate di me ciò che io voglio


In un clima di euforia mista a commozione è stato accolto il testo di legge sul biotestamento che con decenni di ritardo regola il fine vita ossia quel lasso di tempo che separa un individuo dal termine della sua esistenza. Quando invece di essere bruscamente sollevato dal dubbio se continuare a vivere o meno grazie ad una morte improvvisa, la sua presenza su questa Terra viene prolungata fino a data da destinarsi attraverso il supporto di cure mediche. 

Insomma il fatto di essere sopravvissuto ad un incidente, ad una malattia invalidante o a qualsiasi altro grave accadimento sulla salute fisica peserà come un macigno sulla vita futura di questo essere. Il quale a volte o anche spesso può decidere che in quelle condizioni non vuole continuare a vivere e chiede il benestare della società che lo circonda, della comunità della quale fino a quel momento è stato un individuo attivo e magari anche prezioso. 

Sempre che le sue capacità mentali glielo permettano, sia in grado di intendere o di volere, altrimenti sarà un’altra persona a lui vicina a dover decidere cosa è giusto. Cosa tra l’altro già difficile in condizioni di maggior leggerezza, ancor più quando c’è da scegliere se qualcuno che non siamo noi debba annullare la sua presenza che in quel caso sarebbe solo fisica. 

In realtà quanto è stato legiferato riguarda il consenso o il rifiuto in merito a determinati trattamenti sanitari tra cui la nutrizione o idratazione artificiale il che equivale certamente ad andare incontro alla fine. Della buona morte, l’eutanasia che tanta divisione nel dibattito politico e pubblico ha creato, non si è parlato in maniera specifica. 

Il procurare intenzionalmente la morte ad una persona la cui qualità di vita è seriamente compromessa da una malattia o condizione psichica è un atto evidentemente troppo audace e prematuro in un paese che ci ha messo decenni per arrivare anche solo a parlare di scelta individuale sulle cure mediche. 

Influenze politiche e religiose non hanno permesso un libero dibattimento sul tema del fine vita, tanto che al momento in cui si sono verificati fatti privati che sono diventati pubblici come quello di Eluana Englaro o Piergiorgio Welby argomenti che prima erano dei tabù sono stati necessariamente sviscerati per cercare di capire quale fosse la decisione migliore. Che probabilmente non è scritta da nessuna parte, perché siamo tutti individui diversi con capacità di reagire alle situazioni del tutto differenti, potenzialità disuguali, ma non solo. 

Non tutti abbiamo una fede, ci sono individui che non hanno un credo religioso, quindi per loro non c’è un dio che ha donato loro la vita. Conseguentemente possono scegliere di non soffrire ulteriormente e tornare ad essere parte della terra senza dover subire alcuna punizione. Chi ha ragione? Tutti, sia il credente che l’ateo, ad ognuno la conclusione che reputa più idonea per la sua permanenza tra noi vivi. Sempre che questa possibilità di decidere gli o le venga concessa.

E come la mettiamo quando la capacità di intendere della persona è intatta e quindi si tratta di un individuo che potenzialmente potrebbe ancora dare molto alla comunità? Magari il loro grado di sofferenza è tale per cui non sono capaci di uscire fuori dalla terribile condizione di menomazione fisica in cui la malattia o l’evento traumatico li ha condotti, nonostante le cure psicologiche.

Anche in questo caso credo che nessun altro possa arrogarsi il diritto di decidere che quella persona debba continuare a vivere in quello stato di estrema sofferenza, è la nostra natura umana che ce lo vieta. 

Il mio pensiero va al grandissimo scienziato Stephen Hawking, il quale nonostante la malattia degenerativa neuronale che lo ha colpito in giovane età, ha enunciato teorie, insegnato modelli matematici e studiato moltissimo sui buchi neri, un’eredità preziosissima che lascia ad altri scienziati. 

Non ancora però, perché nonostante le gravi menomazioni fisiche che lo costringono su una sedia a rotelle ultrasofisticata sulla quale comunica attraverso un computer, continua ad essere un membro indispensabile alla comunità internazionale, riuscendo anche ad ironizzare sulla sua condizione. 

Sono seriamente onorata come appartante a questa comunità che non abbia mai pensato di interrompere la sua esistenza, ne avrebbe avuto motivo. Saremmo veramente diventati tutti più poveri. 

Capisco anche che un cervello come il suo è quasi fuori la norma, però lui ci riporta con i piedi per terra e ci ricorda una grande verità, forse se ci riflettiamo un po’ arriviamo alla conclusione che ci sono molti vivi e vegeti che hanno deciso di morire da tempo con il loro immobilismo culturale, di azione, di pensiero, in poche parole hanno scelto di non essere, ma solo di esistere.

« Ricordatevi di guardare le stelle e non i vostri piedi... Per quanto difficile possa essere la vita, c'è sempre qualcosa che è possibile fare, e in cui si può riuscire. » Stephen Hawking

domenica 6 agosto 2017

Salvare la natura costa la vita


Leggendo la cifra dell’attuale popolazione mondiale ossia 7,5 miliardi di persone mi sono chiesta se la Terra, già violentata senza pietà, potesse offrire a queste nuove vite, sufficienti risorse per la sopravvivenza. E soprattutto a quelle che verranno in un prossimo, vicinissimo futuro che andranno ad ingrossare questa cifra, visto che l’aumento è esponenziale. 

Non mi sembra passato così tanto tempo da quando lessi che gli occupanti del suolo terrestre erano “solo” 6 miliardi, e già avevo avuto il sospetto che questo pianeta stesse diventando sempre più piccolo. Ma se le risorse disponibili non saranno sufficienti a sfamare così tante bocche, qual è il futuro che ci aspetta?

Gli effetti di uno sfruttamento indiscriminato li stiamo già vedendo, sul clima, sulle porzioni di Terra ancora incontaminata che si stanno riducendo sempre di più fino a sparire. Cosa mangeranno 15 miliardi di persone quando la Terra non avrà più nulla da offrire? 

Diciamo che al momento si pensa a come affrontare il quotidiano e di quel domani non si preoccupa nessuno o quasi. In quel quasi sono compresi tutti coloro che cercano di salvare il salvabile, di evitare che altri alberi vengano abbattuti, che le acque oceaniche vengano depredate, che la purezza venga inquinata, che la deforestazione faccia spazio a terreni da adibire a pascoli. 

Chi legge penserà che forse non si può fare altrimenti visto che tutti devono pur sopravvivere, e lo sfruttamento è necessario affinché nessuno muoia di fame. Purtroppo mi duole dire che le cose non stanno in questi termini, e il sistema mondiale che l’uomo ha messo in piedi è a dir poco aberrante. 

Dietro la distruzione della Terra si celano interessi economici enormi, di persone che sono totalmente indifferenti rispetto alle conseguenze delle proprie azioni. L’unica cosa che conta è l’aumento degli introiti del loro business e se qualcuno si mette in mezzo per ostacolare questo obiettivo diventa un problema da eliminare. 

Sono in aumento i delitti di coloro che si potrebbe definire i “paladini della Terra”, chi pone come obiettivo della propria esistenza la difesa della natura, chi si espone in prima persona per dire no a quello sfruttamento indiscriminato che caccia gli ultimi aborigeni dalle loro terre. Nel 2016 è stata uccisa in Honduras Berta Càceres, attivista ambientale e leader dei movimenti indigeni. 

Si era battuta per frenare lo scempio del territorio da parte delle industrie minerarie e idroelettriche, che avrebbe tolto l’acqua a molti nativi della zona. Un gruppo armato è entrato nella sua abitazione sparandole ripetutamente, la sua morte doveva essere certissima. 

Il suo è un esempio eclatante ma nel 2017 già un centinaio di paladini sono stati ammazzati con motivazioni simili. Ma perché fanno tanta paura da arrivare addirittura alla loro eliminazione fisica? Quali sono gli interessi che si celano dietro queste brutali uccisioni? In Brasile l’industria del legname ha interesse che la foresta venga abbattuta albero dopo albero. 

In Africa l’obiettivo è di riuscire a  strappare l’ultima zanna ricca di avorio o una pelliccia che scaldi le giornate di un ricco, per il suo cuore non c’è più speranza. L’industria mineraria dal canto suo divora oro, cobalto e uranio per soddisfare i molteplici usi di una società consumistica senza freni. Comprare in maniera oculata può davvero salvare qualche vita. 

Quelle dei poveri che per qualche spiccio muoiono intossicati in una miniera e quella dell’attivista ambientale che cerca di conservare la bellezza. Non crediate che il povero veda questi paladini come salvatori, perché in una ben architettata lotta tra miserabili, loro sono quelli che tolgono il pane di bocca agli affamati, che senza quel misero lavoro non vivranno, che senza quelle briciole non possono pensare ad un domani.

In questo disegno perfetto, almeno per chi ci sguazza come zio Paperone, le uccisioni degli scomodi potrebbero essere legalizzate anche nei paesi cosiddetti “civili”. Nella super-avanzata America la costruzione di un oleodotto nel Nord Dakota venne strenuamente osteggiata da un gruppo di paladini che avevano a cuore le riserve indiane al centro dell’interesse economico. 

La protesta di Standing Rock , così denominata, diventò celebre e qualcuno si prese la briga di scrivere una legge che legalizzava l’apertura del fuoco nei loro confronti. Non è passata per poco, sono stati sgombrati da vivi. Almeno per questa volta. 

In Italia stiamo vivendo un’estate infuocata grazie ai vari incendi che devastano paesaggi meravigliosi, non c’è traccia di veri e propri paladini che ostacolino la bramosa ricerca di suolo da cementificare. 
Quando poi addirittura lo Stato mostra indifferenza di fronte a tali scempi, la speranza di sopravvivere è debole.

L’ennesimo anello che si lega agli altri, nel perfetto disegno di creare situazioni in cui il povero ci vede l’illusione di un riscatto dalla propria condizione e magari il ricco passa pure da benefattore. 
Intanto la Terra langue e il divario cresce. Per i dolci sogni di pochi. 




martedì 18 luglio 2017

100° post e un ringraziamento speciale


Se penso che sono passati più di due anni da quel giorno in cui decisi che non volevo continuare a scrivere senza far sapere nulla della mia passione, senza che gli altri venissero a sapere cosa ne penso di questo o quell'argomento. Con il tempo qualche insicurezza si è sciolta lasciando il posto alla convinzione che se riesco ad osservare bene la realtà che mi circonda, posso regalare agli altri riflessioni che si sono perse nella velocità del vivere quotidiano.

Ho pensato che ciò che ci manca è proprio deconcentrarci da noi stessi e lasciare una parte di neuroni dedicati ad elaborare cose che non ci riguardano personalmente. Né noi né nostri familiari, altre persone che neanche conosciamo ma che, per qualche motivo, incrociamo lungo il nostro cammino.

Cominciare a riflettere sul perché certe persone si comportano in un certo modo e se possiamo fare qualcosa per cambiare determinate situazioni. L'immobilismo dovuto all'eccessiva concentrazione sulle nostre esistenze é il peggior frutto della società moderna.

Non è stato facile parlare di alcuni argomenti, anche perché il rischio di rimanere fossilizzati sulle proprie convinzioni è sempre altissimo e aprirsi al punto di vista dell'altro é compito piuttosto impegnativo per un essere umano. La storia insegna. Non pensavo che sarei riuscita ad essere costante, ma ora che sto scrivendo con il treno in movimento mi fa pensare che la motivazione é stata sempre più forte, anche più della stanchezza.

Ecco perché continuo a pensare che le passioni vadano coltivate. Sono terapeutiche, perlomeno per me la scrittura lo è stata e renderla pubblica credo anche di più. Oggi che mi trovo a scrivere il 100° post posso dire che è stata un'avventura fantastica. Sentire persone che mi leggevano e poi sentivano il bisogno di condividere con me il loro punto di vista è stato gratificante, ancor di più sapere di aver suscitato una riflessione.

Oggi però questo post rappresenta soprattutto l'occasione per ringraziare di cuore le persone che hanno preso parte alla prima presentazione del mio libro "Quando le foglie scadono". É stata una serata appassionante, ricca di domande, interesse e curiosità. Hanno partecipato lettori attenti, seri e sinceramente coinvolti dal tema trattato. Né è nato un dibattito durato circa due ore che ha fatto scorrere il tempo più velocemente.

Sono arrivata alla fine, insieme al relatore nonché consulente scientifico dell'opera Daniele Bianchini, senza neanche rendermene conto, tanto era stato il coinvolgimento. Non sono abituata ad esposizioni in pubblico e ne ero intimorita, e invece non potevo avere platea migliore. Persone appassionate di fantascienza ed estremamente curiose che si sono dimostrate interlocutori vivaci e attenti.

La presentazione è durata più del previsto, ma alla fine ero veramente soddisfatta, anche perché penso di non averli annoiati e per uno scrittore/oratore non è mai una cosa scontata.
Spero che il libro non vi deluda e vi restituisca il dovuto ringraziamento.


lunedì 1 maggio 2017

Se questo è un bambino


Oggi la giornata è dedicata al lavoro, ed in particolare ai diritti di tutti coloro che un lavoro lo svolgono. Il ricordo ci dovrebbe riportare indietro di più di un secolo, ai primi di maggio del 1886 a Chicago dove una manifestazione operaia finì in un massacro. La protesta era scaturita dall’assenza totale di diritti, si arrivava anche a 16 ore di lavoro al giorno, in pessime condizioni, portando le persone alla morte nelle stesse fabbriche. La rivolta denominata di Haymarket, dal nome della piazza che ospitava il mercato delle macchine agricole, durò tre giorni e finì il 4 maggio in un massacro, con undici morti negli scontri tra polizia e manifestanti.

Se oggi non abbiamo dimenticato cosa successe quei giorni di tanti anni fa, dobbiamo fare altrettanto ricordando che in quel periodo era normale trovare persone in giovanissima età che passavano la loro infanzia nelle fabbriche. Molto spesso i danni fisici che riportavano non consentivano loro di avere una vita normale, sempre che avevano la fortuna di arrivare all’età adulta. 

Dovremmo guardarci indietro inorriditi con la certezza che se andiamo avanti nel tempo, siamo in grado di superare situazioni noncuranti della dignità umana.
Purtroppo la condizione che ne è responsabile ossia la povertà, non è stata eliminata ed in alcuni paesi nel mondo, i bambini continuano ad essere vittime di contesti a dir poco sfortunati. Costretti a diventare grandi, per tentare di far sopravvivere una famiglia intera.

Con l’avvento della rivoluzione industriale venivano impiegati soprattutto nell’industria tessile, le mani molto piccole permettevano, infatti, di infilare agevolmente il filo e lavorarlo. In Inghilterra o in America era possibile trovare situazioni del genere e se la rivoluzione si fosse diffusa a tutto il globo oggi sarebbe diverso. Negli anni a venire però, le cose non andarono per tutti allo stesso modo ed il mondo si è diviso in paesi sviluppati, ricchi, progrediti e paesi che forse un giorno lo diventeranno, sempre che i primi abbiano lasciato ancora qualcosa da poter sfruttare.

Del resto i bambini fortunati devono vestirsi, mangiare merendine, possedere un cellulare e poterlo cambiare quando esce un modello più nuovo. Per creare questi prodotti è necessario che qualcun altro dedichi ore della sua giornata per contribuire a questa produzione. 

Il problema ed anche pesante, sorge quando queste ore sono sottratte al gioco e allo studio, privando la persona dell’istruzione che sarebbe necessaria per cambiare la sua condizione. La quale non si modificherà nel futuro, condannando chi ne è vittima ad una vita miserabile. Le ore di lavoro occupano intere giornate, il salario non è scaturito da una contrattazione e se il piccolo è estremamente fortunato si ritrova a cucire tappeti o scarpe. Che il bambino che le indosserà pagherà molti soldi, nonostante il bambino che le ha cucite verrà pagato molto, molto poco. 

Fin qui molte cose non tornano, ancor meno quando ci spostiamo in luoghi dove si produce non la scarpa famosa, ma l’ingrediente di una merendina o un minerale essenziale per assemblare un cellulare o un tablet. Una miniera non è un bel posto per nessuno, figurarci un essere in via di sviluppo.  Nel Congo si produce molto del cobalto utilizzato per le batterie al litio di diversi dispositivi, e c’è bisogno di qualcuno che lo estragga rovinando per sempre i suoi polmoni, sempre che riesca a sopravvivere. 

In Indonesia viene prodotto gran parte dell’olio di palma che si trova in molti alimenti confezionati. Molte persone devono lavorare nelle piantagioni per mantenere una elevata produzione, in mezzo a pesticidi tossici, trasportando carichi di frutta anche di 25 chili. Trattandosi di luoghi ricchi di povertà, la possibilità che a vivere in queste condizioni sia una persona minore di 18 anni, è molto elevata, senza la benché minima tutela, con un rischio esponenziale di morte o danni fisici gravi. 

Ora però la produzione di olio di palma è etichettata come sostenibile, tanto per sentirsi a posto con la coscienza. Io mi sento a posto solo se consumo poco, mangio con morigeratezza, faccio durare il più a lungo possibile il cellulare o la scarpa di marca famosa. È l’unica arma che ho per rallentare quella produzione, abbassare la soglia di voracità di un consumismo divenuto ormai insostenibile per la Terra e per i suoi abitanti. 

Questo articolo lo dedico ad un bambino pakistano, divenuto il simbolo della lotta al lavoro minorile. Il suo nome è Iqbal Masih, venduto dal padre ad un venditore di tappeti per un debito di soli 12 dollari e costretto a lavorare anche 12 ore, incatenato e denutrito, minato per sempre nel suo fisico. Riuscito a fuggire, partecipò ad una manifestazione per la liberazione dalla schiavitù del lavoro e da allora cominciò a viaggiare per far conoscere al mondo queste orribili situazioni. 

All’età di 12 anni, nel 1995, fu assassinato in circostanze tutt’oggi non chiarite, ma grazie al suo impegno molte condizioni di schiavitù minorile sono venute alla luce portando alla chiusura molte fabbriche di tappeti in Pakistan. Fino a quando la povertà sarà una realtà del pianeta, tutto questo può ancora succedere. Anche in paesi insospettabili, considerati industrializzati, nelle sue realtà più arretrate, dove la ricchezza non è arrivata. 

Quando sono i bambini a pagare personalmente le conseguenze dell’ingiustizia, ho idea che manchi ancora molto, troppo tempo per definirci una razza evoluta.


sabato 22 aprile 2017

Nella giornata a Lei dedicata, un sincero pentimento


Si celebra dal 1970, ma ogni anno diventa sempre più importante capirne il senso ed il vero significato. Perché dedicare una giornata al pianeta che ci ospita è un po’ riduttivo. È veramente necessario capire l’importanza dei nostri comportamenti, di quanto il nostro modo di agire abbia effetto in primo luogo su noi stessi. 

La Terra ci ha concesso un luogo dove vivere, continuare la nostra specie, seppur in un modo altamente discutibile, e noi nel corso della nostra lunga evoluzione l’abbiamo sfruttata ogni oltre limite, depredandola di ricchezze che in alcuni casi sono perse per sempre. 

Siamo stati e continuiamo ad essere degli ospiti ingrati e maleducati, irrispettosi e pretenziosi. L’abbiamo spesso macchiata con le sue stesse risorse, versando in limpide acque petrolio e composti più o meno sintetizzati. Abbiamo versato sulla sua superficie miliardi di sostanze chimiche, prodotti nei nostri laboratori, avvelenandola senza pietà. 

Si dice che le cattive azioni tornino, seppur sotto altre vesti, al mittente e in termini di salute lo stiamo già constatando. Non è invenzione il dato sui morti causati dalle particelle sottili dello smog. Quei micron in polvere che entrano infidamente dentro i polmoni, senza troppa difficoltà, e ci fanno respirare male, aumentando di gran lunga il rischio di problemi al cuore. 

I bambini sono spesso le vittime più indifese di fronte a questi micro-killer. In molte parti del globo si usano ancora prodotti chimici pericolosi che causano seri danni alla salute, al fisico, allo sviluppo. Ancora una volta sono loro, i bambini, a pagare le peggiori conseguenze, perché li maneggiano senza cautele, magari ci lavorano, anche se dovrebbero fare altro.

Sfruttiamo sempre di più quanto ancora rimane, per indossare piume, pietre, gustare prelibatezze, costruire in luoghi fino a quel momento incantati. Abbiamo a tali scopi, portato all’estinzione alcune specie e da questo non si torna indietro.Tutto per sollazzare il nostro ego. 

Stiamo divorando risorse, macinando calorie avidamente e il prodotto di questo processo perverso e inarrestabile sono loro, lo scarto del progresso: i rifiuti. Che dobbiamo affrettarci a far scomparire, bruciandoli, seppellendoli, far finta che non siano mai esistiti. 

Ma nulla scompare e se li bruciamo ci tornano nei polmoni, nell’aria creando riscaldamento superfluo; se li sotterriamo tornano nell’acqua e nel cibo che piantiamo. Se abbiamo fortuna alcuni rimarranno inerti, attraverso i secoli, a testimonianza del nostro passaggio su questo pianeta, per le generazioni future o per qualche visitatore extraTerra inorridito. 

Lei nei secoli ha cercato di difendersi, di trovare modi diversi di sopravvivere a tanta avidità, ma lo sfruttamento è durato troppo. Abbiamo esagerato in ogni senso possibile ed ora paghiamo il prezzo di ritorno. I mari che si alzano, i venti impetuosi e distruttivi, i cibi avvelenati, le tempeste senza quiete, il caldo opprimente. 

Mangiamo, respiriamo, e riproduciamo il nostro veleno, la Terra ora non ce la fa più a salvarci. L’abbiamo esaurita e ora dobbiamo cavarcela da soli.
Dobbiamo iniziare a considerarci degli ospiti sempre grati per quanto potrà e vorrà concederci, ma sarà bene cominciare a ridimensionare la nostra istintiva natura di predatori. 

Altrimenti soccomberemo sotto l’enorme peso della nostra invadente presenza, soffocati dall’aria impura, smog, rifiuti, scarti alimentari, acqua inquinata e con sempre meno ossigeno da respirare vista la progressiva diminuzione di alberi in circolazione.
Non le stiamo dedicando una giornata, stiamo solo concedendo a noi stessi un’altra possibilità. 

Magari c’è ancora tempo per dimostrare di non essere dei pessimi abitanti. Potremmo allora cominciare con un buon proposito. Del tipo impegnarsi a diventare dei consumatori morigerati. Mangiamo meno, sprechiamo quindi meno, non compriamo se non necessario, facciamo vivere più a lungo ciò che ci appartiene. 
Abbiamo bisogno di poco per vivere bene, il resto è superfluo ed inquinante. 

Alla prossima giornata della Terra, sperando di poter essere un po’ più fieri di noi.