lunedì 1 maggio 2017

Se questo è un bambino


Oggi la giornata è dedicata al lavoro, ed in particolare ai diritti di tutti coloro che un lavoro lo svolgono. Il ricordo ci dovrebbe riportare indietro di più di un secolo, ai primi di maggio del 1886 a Chicago dove una manifestazione operaia finì in un massacro. La protesta era scaturita dall’assenza totale di diritti, si arrivava anche a 16 ore di lavoro al giorno, in pessime condizioni, portando le persone alla morte nelle stesse fabbriche. La rivolta denominata di Haymarket, dal nome della piazza che ospitava il mercato delle macchine agricole, durò tre giorni e finì il 4 maggio in un massacro, con undici morti negli scontri tra polizia e manifestanti.

Se oggi non abbiamo dimenticato cosa successe quei giorni di tanti anni fa, dobbiamo fare altrettanto ricordando che in quel periodo era normale trovare persone in giovanissima età che passavano la loro infanzia nelle fabbriche. Molto spesso i danni fisici che riportavano non consentivano loro di avere una vita normale, sempre che avevano la fortuna di arrivare all’età adulta. 

Dovremmo guardarci indietro inorriditi con la certezza che se andiamo avanti nel tempo, siamo in grado di superare situazioni noncuranti della dignità umana.
Purtroppo la condizione che ne è responsabile ossia la povertà, non è stata eliminata ed in alcuni paesi nel mondo, i bambini continuano ad essere vittime di contesti a dir poco sfortunati. Costretti a diventare grandi, per tentare di far sopravvivere una famiglia intera.

Con l’avvento della rivoluzione industriale venivano impiegati soprattutto nell’industria tessile, le mani molto piccole permettevano, infatti, di infilare agevolmente il filo e lavorarlo. In Inghilterra o in America era possibile trovare situazioni del genere e se la rivoluzione si fosse diffusa a tutto il globo oggi sarebbe diverso. Negli anni a venire però, le cose non andarono per tutti allo stesso modo ed il mondo si è diviso in paesi sviluppati, ricchi, progrediti e paesi che forse un giorno lo diventeranno, sempre che i primi abbiano lasciato ancora qualcosa da poter sfruttare.

Del resto i bambini fortunati devono vestirsi, mangiare merendine, possedere un cellulare e poterlo cambiare quando esce un modello più nuovo. Per creare questi prodotti è necessario che qualcun altro dedichi ore della sua giornata per contribuire a questa produzione. 

Il problema ed anche pesante, sorge quando queste ore sono sottratte al gioco e allo studio, privando la persona dell’istruzione che sarebbe necessaria per cambiare la sua condizione. La quale non si modificherà nel futuro, condannando chi ne è vittima ad una vita miserabile. Le ore di lavoro occupano intere giornate, il salario non è scaturito da una contrattazione e se il piccolo è estremamente fortunato si ritrova a cucire tappeti o scarpe. Che il bambino che le indosserà pagherà molti soldi, nonostante il bambino che le ha cucite verrà pagato molto, molto poco. 

Fin qui molte cose non tornano, ancor meno quando ci spostiamo in luoghi dove si produce non la scarpa famosa, ma l’ingrediente di una merendina o un minerale essenziale per assemblare un cellulare o un tablet. Una miniera non è un bel posto per nessuno, figurarci un essere in via di sviluppo.  Nel Congo si produce molto del cobalto utilizzato per le batterie al litio di diversi dispositivi, e c’è bisogno di qualcuno che lo estragga rovinando per sempre i suoi polmoni, sempre che riesca a sopravvivere. 

In Indonesia viene prodotto gran parte dell’olio di palma che si trova in molti alimenti confezionati. Molte persone devono lavorare nelle piantagioni per mantenere una elevata produzione, in mezzo a pesticidi tossici, trasportando carichi di frutta anche di 25 chili. Trattandosi di luoghi ricchi di povertà, la possibilità che a vivere in queste condizioni sia una persona minore di 18 anni, è molto elevata, senza la benché minima tutela, con un rischio esponenziale di morte o danni fisici gravi. 

Ora però la produzione di olio di palma è etichettata come sostenibile, tanto per sentirsi a posto con la coscienza. Io mi sento a posto solo se consumo poco, mangio con morigeratezza, faccio durare il più a lungo possibile il cellulare o la scarpa di marca famosa. È l’unica arma che ho per rallentare quella produzione, abbassare la soglia di voracità di un consumismo divenuto ormai insostenibile per la Terra e per i suoi abitanti. 

Questo articolo lo dedico ad un bambino pakistano, divenuto il simbolo della lotta al lavoro minorile. Il suo nome è Iqbal Masih, venduto dal padre ad un venditore di tappeti per un debito di soli 12 dollari e costretto a lavorare anche 12 ore, incatenato e denutrito, minato per sempre nel suo fisico. Riuscito a fuggire, partecipò ad una manifestazione per la liberazione dalla schiavitù del lavoro e da allora cominciò a viaggiare per far conoscere al mondo queste orribili situazioni. 

All’età di 12 anni, nel 1995, fu assassinato in circostanze tutt’oggi non chiarite, ma grazie al suo impegno molte condizioni di schiavitù minorile sono venute alla luce portando alla chiusura molte fabbriche di tappeti in Pakistan. Fino a quando la povertà sarà una realtà del pianeta, tutto questo può ancora succedere. Anche in paesi insospettabili, considerati industrializzati, nelle sue realtà più arretrate, dove la ricchezza non è arrivata. 

Quando sono i bambini a pagare personalmente le conseguenze dell’ingiustizia, ho idea che manchi ancora molto, troppo tempo per definirci una razza evoluta.


sabato 22 aprile 2017

Nella giornata a Lei dedicata, un sincero pentimento


Si celebra dal 1970, ma ogni anno diventa sempre più importante capirne il senso ed il vero significato. Perché dedicare una giornata al pianeta che ci ospita è un po’ riduttivo. È veramente necessario capire l’importanza dei nostri comportamenti, di quanto il nostro modo di agire abbia effetto in primo luogo su noi stessi. 

La Terra ci ha concesso un luogo dove vivere, continuare la nostra specie, seppur in un modo altamente discutibile, e noi nel corso della nostra lunga evoluzione l’abbiamo sfruttata ogni oltre limite, depredandola di ricchezze che in alcuni casi sono perse per sempre. 

Siamo stati e continuiamo ad essere degli ospiti ingrati e maleducati, irrispettosi e pretenziosi. L’abbiamo spesso macchiata con le sue stesse risorse, versando in limpide acque petrolio e composti più o meno sintetizzati. Abbiamo versato sulla sua superficie miliardi di sostanze chimiche, prodotti nei nostri laboratori, avvelenandola senza pietà. 

Si dice che le cattive azioni tornino, seppur sotto altre vesti, al mittente e in termini di salute lo stiamo già constatando. Non è invenzione il dato sui morti causati dalle particelle sottili dello smog. Quei micron in polvere che entrano infidamente dentro i polmoni, senza troppa difficoltà, e ci fanno respirare male, aumentando di gran lunga il rischio di problemi al cuore. 

I bambini sono spesso le vittime più indifese di fronte a questi micro-killer. In molte parti del globo si usano ancora prodotti chimici pericolosi che causano seri danni alla salute, al fisico, allo sviluppo. Ancora una volta sono loro, i bambini, a pagare le peggiori conseguenze, perché li maneggiano senza cautele, magari ci lavorano, anche se dovrebbero fare altro.

Sfruttiamo sempre di più quanto ancora rimane, per indossare piume, pietre, gustare prelibatezze, costruire in luoghi fino a quel momento incantati. Abbiamo a tali scopi, portato all’estinzione alcune specie e da questo non si torna indietro.Tutto per sollazzare il nostro ego. 

Stiamo divorando risorse, macinando calorie avidamente e il prodotto di questo processo perverso e inarrestabile sono loro, lo scarto del progresso: i rifiuti. Che dobbiamo affrettarci a far scomparire, bruciandoli, seppellendoli, far finta che non siano mai esistiti. 

Ma nulla scompare e se li bruciamo ci tornano nei polmoni, nell’aria creando riscaldamento superfluo; se li sotterriamo tornano nell’acqua e nel cibo che piantiamo. Se abbiamo fortuna alcuni rimarranno inerti, attraverso i secoli, a testimonianza del nostro passaggio su questo pianeta, per le generazioni future o per qualche visitatore extraTerra inorridito. 

Lei nei secoli ha cercato di difendersi, di trovare modi diversi di sopravvivere a tanta avidità, ma lo sfruttamento è durato troppo. Abbiamo esagerato in ogni senso possibile ed ora paghiamo il prezzo di ritorno. I mari che si alzano, i venti impetuosi e distruttivi, i cibi avvelenati, le tempeste senza quiete, il caldo opprimente. 

Mangiamo, respiriamo, e riproduciamo il nostro veleno, la Terra ora non ce la fa più a salvarci. L’abbiamo esaurita e ora dobbiamo cavarcela da soli.
Dobbiamo iniziare a considerarci degli ospiti sempre grati per quanto potrà e vorrà concederci, ma sarà bene cominciare a ridimensionare la nostra istintiva natura di predatori. 

Altrimenti soccomberemo sotto l’enorme peso della nostra invadente presenza, soffocati dall’aria impura, smog, rifiuti, scarti alimentari, acqua inquinata e con sempre meno ossigeno da respirare vista la progressiva diminuzione di alberi in circolazione.
Non le stiamo dedicando una giornata, stiamo solo concedendo a noi stessi un’altra possibilità. 

Magari c’è ancora tempo per dimostrare di non essere dei pessimi abitanti. Potremmo allora cominciare con un buon proposito. Del tipo impegnarsi a diventare dei consumatori morigerati. Mangiamo meno, sprechiamo quindi meno, non compriamo se non necessario, facciamo vivere più a lungo ciò che ci appartiene. 
Abbiamo bisogno di poco per vivere bene, il resto è superfluo ed inquinante. 

Alla prossima giornata della Terra, sperando di poter essere un po’ più fieri di noi.


lunedì 17 aprile 2017

Sarin, affido a te l'atto finale


Mai come questi giorni mi sto rendendo conto di quanto la società si stia evolvendo e l’evoluzione di per sé rappresenta un elemento essenziale per raggiungere un ottimale livello di civiltà. Per lo più le religioni, o meglio le loro diverse interpretazioni, hanno deciso quanto l’uomo potesse progredire, pagando sempre un prezzo altissimo in termini di vite e distruzione.

La cruda verità è che nella storia della Terra le guerre hanno rappresentato passaggi fondamentali nel lungo processo di cambiamento dei singoli paesi. La fase preparatoria di un conflitto, il suo inizio, quanto durerà, la sua fine, segnano inevitabilmente la vita futura di una nazione e i sentimenti di chi la abita. 

Ma ciò che ha condizionato e influenzato più di ogni altra cosa il progresso della società nella sua interezza, è stato lo studio, la ricerca in ambito militare. Molti degli strumenti tecnologicamente più avanzati che sono diventati di uso comune hanno avuto origine e motivo del loro sviluppo per scopi non proprio pacifici. Bisogna ammetterlo, l’umanità è progredita attraverso i secoli di pari passo con i conflitti che l’hanno devastata, anche se parlare di progresso sembra un paradosso. 

Non ci siamo mai staccati dalle guerre, grandi e piccole, anzi sono sempre state il motore del nostro sviluppo. E se la frase può risultare troppo forte, si può dirla in altro modo: la natura prevaricatrice dell’uomo ha determinato la sua storia futura. 

Quella attuale racconta di un eccidio avvenuto in un paese di nome Siria. Un luogo intriso di storia, influenzata da diverse civiltà, tra cui Egiziani e Babilonesi, e terra natia di alcuni tra i più illustri letterati e uomini di cultura. Questo posto incantevole, per quanto povero di risorse naturali, si trova in una posizione strategica, di comodo passaggio verso il mare e il petrolio rappresenta un ottimo alibi per dare luogo ad un conflitto. 

Se poi il petrolio si mischia alla religione, il prodotto che ne consegue è una miscela esplosiva che dà vita ad un conflitto che dura ormai da sei anni, devastanti e distruttivi. Scenario di per sé già terrificante, fino a quando qualcuno, che ovviamente ora sta molto attento a non mostrare la mano, decide di ricorrere a uno strumento inventato dai tedeschi. E il contesto assume contorni da horror. 

Il gas Sarin, infatti, uccide in modo orribile: attacca il sistema nervoso, fa perdere il controllo di ogni funzione del corpo, blocca di conseguenza anche la respirazione, causando così la morte per soffocamento. Molti di quei morti, 90 circa, erano bambini, rendendo, se possibile, l’azione ancor più crudele. 

E per rimanere in tema di evoluzione, si può certamente citare l’origine di questo strumento che è divenuto di morte, ossia il lontano 1938 in cui scienziati dell’esercito tedesco lo sintetizzarono per creare un pesticida, e la cosa si fermò lì. 

Non oso pensare cosa sarebbe potuto accadere se Hitler avesse vinto la guerra, forse i vecchi forni crematori avrebbero lasciato il posto a ben più sofisticati modi di eliminazione di massa. Esattamente come Philip Dick l’aveva immaginato nel libro “La svastica sul sole”. 

Ma anche senza di lui, l’uomo ha pensato bene di creare svariate dittature in giro per il mondo e con loro un valido motivo per l’uso di mezzi estremi. Vale sempre il motto “se non sei con me, sei contro di me” e se il me in questione ha pure l’esercito dalla sua parte, il gioco è presto fatto. A quel punto tutto è lecito, anche uccidere persone inermi, nei modi più atroci possibili. 

Affidarsi a Sarin, non è però l’ultimo atto di una corsa alla peggior distruzione, anche se di certo lo è per l’esistenza di un qualsiasi mammifero. Notizia di questi giorni è quella riguardante l’utilizzo da parte degli Stati Uniti di una super bomba che, pur non essendo nucleare, distrugge tutto nel raggio di centinaia di metri. 

L’obiettivo era quello di indebolire l’organizzazione terroristica Isis in un suo luogo strategico in Afghanistan. Gli Stati Uniti, per ora, stanno dimostrando di essere avanti a tutti nel percorso evolutivo di cui parlavamo, e sicuramente la tecnologia di cui è capace questa super bomba, la ritroveremo applicata in molti settori diversi da quello militare. 

Se da una parte si colpiscono i terroristi, dall’altro ci guadagniamo in modernità, e se la Corea del Nord minaccia di sferrare un attacco nucleare, si dimostra un po’ anacronistica nel contributo al progresso che ogni nazione nel suo piccolo sta offrendo al mondo.

La svolta per l’umanità avrà luogo il giorno in cui abbandonerà definitivamente l’istintiva prevaricazione su altri esseri. A quel punto non saranno le guerre a guidare il progresso, ma la necessità di creare un mondo evoluto in egual misura per tutti, alla Star Trek per chi conosce il genere. 

Ma stravolgere la propria natura, è un processo lungo e difficile. Quindi, per il momento, dovremo accontentarci di raccogliere le briciole di umanità che i cattivi decideranno di concedere. 
Progrediremo così, conflitto dopo conflitto.






domenica 2 aprile 2017

Il corpo dice ciò che la mente elabora



Siamo sempre più abituati ad ascoltare per appagare la curiosità piuttosto che per riflettere, comprendere e cercare di risolvere o aiutare a farlo.  Quindi l’ascolto è il più delle volte fine a sé stesso e non propositivo rispetto alla soluzione di un problema. 

Questo accade quando ciò che passa attraverso i timpani è il suono prodotto dalle parole. Non molto diversa è la reazione quando ciò che ci troviamo ad ascoltare e ad elaborare è un segno, un sintomo, un segnale di fumo da parte dell’organismo. 

Il corpo ci parla eccome, perlomeno cerca di comunicare, sta a noi cogliere queste richieste, interpretarle, riflettere sul da farsi, su come risolvere una situazione che evidentemente non tolleriamo. In un corso che ho frequentato di recente si parlava proprio di questo, dei disturbi psicosomatici, di quando il corpo fa emergere ciò la mente elabora direttamente dal cervello. 

Un circolo che può diventare vizioso qualora i pensieri non trasudano serenità, le riflessioni sono avvolte da cupe atmosfere, e tutte queste negatività dovranno uscir fuori per non ucciderci del tutto e l’unica via che hanno è l’organismo al completo. 

Il punto è che una volta tirate fuori rimane uno stato di sofferenza continua, un’infiammazione perpetua che può essere il preludio a vere e proprie malattie, anche serie. Sempre che baciati da un colpo di genio ci rendiamo conto noi stessi che il problema di salute per cui ci fanno vagare da uno studio medico all’altro non verrà fuori da un esame del sangue o una risonanza magnetica. 

Qualcuno potrebbe obiettare che dovrebbe essere il medico stesso ad accorgersi che si tratta di un problema che origina nel posto dove si producono i pensieri, ma a quanto pare ancora non c’è questa consapevolezza  tra gli stessi professionisti della salute. 

Si eviterebbero molti esami inutili qualora si valutasse la possibilità che dietro un disturbo della pelle, dell’intestino, del cuore si cela un disagio, un malessere di cui si dovrebbe parlare, che dovrebbe uscire fuori come un fiume in piena. E alla fine parlando, parlando, si prende coscienza che è necessario mettere in atto un cambiamento: nello stile di vita, nel proprio modi di porsi, nelle persone che ci circondano. 

In effetti come ci fa notare la stessa relatrice, la brillante dott.ssa Torlini, abbiamo la tendenza a lamentarci dei problemi, a rivestire alla perfezione il ruolo di vittime.  Le quali, se si trovano ad incontrare persone nella stessa situazione, fanno ridondare quel problema al punto tale che assume proporzioni gigantesche. Ben più grande di quello che dovrebbe. 

L’approccio giusto dovrebbe essere quello di chi si pone di fronte alla difficoltà e assume un atteggiamento propositivo, volto se non proprio alla eliminazione, quanto meno al cercare fattivamente una soluzione. Uno spirito diverso che probabilmente ci porrebbe in maniera differente rispetto al nostro corpo, una posizione di ascolto alla quale certamente non siamo abituati. 

Ciò a cui siamo educati è curare un sintomo, un disturbo e poi la malattia attraverso dei composti chimici che sistemano i guasti, fanno sparire un dolore, zittiscono ciò che non ci piace sentire. In fondo non siamo esseri nati per soffrire, tutt’altro. Noi miriamo alla perfezione sempre e comunque e se qualcosa non va come dovrebbe cerchiamo di correggerla. 

Il problema sorge quando questi piccoli involucri ripieni di chimica li ingeriamo frettolosamente anche quando si potrebbe rimediare in modo diverso, o addirittura quando non necessario. 

Cominciamo a porci con un’ottica alternativa, cercando di analizzare ciò che non va nella nostra vita, attuando dei cambiamenti, chiedendo aiuto se non ce la facciamo da soli. La relatrice ci ricorda che il cervello e di conseguenza la mente hanno un potere enorme che noi sfruttiamo al minimo. 

Abbiamo forza ed energia da vendere, ma non ne siamo consapevoli, semplicemente ci lasciamo andare. Non facciamo prevenzione o ne facciamo troppo poca. Una semplice passeggiata nel parco tutti i giorni o imparare ad affrontare diversamente le situazioni. 

Cominciare ad agire sulle cose possibili è gran cosa, e perché non c’è nessuno che ce lo ricorda? 

Forse in troppi vogliono che assumiamo sempre e comunque quei piccoli involucri chimicosi.


domenica 26 marzo 2017

L'unione fa la forza, bruta


Un vecchio detto recitava: “In compagnia prese moglie un frate…” stando a significare che anche le cose più inconcepibili per il singolo individuo, possono accadere se trascinati dal volere di un insieme di persone. La storia prima e la cronaca quotidiana poi, ci insegnano che dal più temibile dittatore al più sprezzante dei bulli si è rivelato fondamentale il supporto di altri individui. 

Non sarebbe infatti rimasta traccia delle loro nefandezze, se non ci fosse stato un più o meno nutrito gruppo di sostenitori che rafforzavano parole e comportamenti privi di ogni logica ed in piena violazione dei diritti umani. Chi è a capo di una qualsiasi organizzazione avrebbe ben poco da organizzare senza la risorsa che in primis ne costituisce la ricchezza e la prosperità. 

Non parlo di denaro o qualsiasi altro bene materiale, seppur di incommensurabile valore, mi riferisco ad un capitale che non può essere sostituito, non acquistabile sul mercato delle cose. 

Quello umano è un patrimonio di cui sia i peggiori criminali che i più incalliti filantropi non possono fare a meno, perché attribuisce un potere fuori misura e senza tempo, tanto che tutt’oggi ricordiamo con disgusto o nostalgia azioni e gesta di un cattivo o di un buono con milioni di proseliti. 

Sarebbe interessante poter verificare come gli individui presi singolarmente, non avrebbero il coraggio di affermare con vigore e sfrontatezza quanto pronunciato dalla massa nel suo intero. La quale conferisce la forza necessaria per veicolare un messaggio, renderlo credibile agli occhi di chi non si è ancora “convertito”. E gli scettici finiscono pure per trovare qualche ragione valida per non demonizzarlo completamente. 

Perché i veri cattivi sono anche grandi manipolatori, e fanno a gara tra di loro per far credere che l’inferno non esiste. Così che i deboli di pensiero di cui hanno un disperato bisogno, possono unirsi a loro senza troppi sensi di colpa.

All’interno di piccoli, grandi gruppi di singoli che pensano, dicono e fanno le stesse cose, si creano realtà parallele dove il bene e il male hanno altri contorni e chi è fuori diventa sacrificabile. 

Al primo posto c’è un obiettivo da raggiungere e una logica, seppur distorta, da seguire. Che se ne infischia dei diritti degli altri esseri umani e rimane ancorata nelle maglie di una forte personalità, quella del leader. Perché anche nel branco c’è sempre un capo, qualcuno che sa usare le parole meglio degli altri, in grado di mostrare un’invincibilità da supereroe, capace di infondere sicurezza e autostima. 

Magari qualcuno potrebbe obiettare che anche Gandhi o Martin Luther King potrebbero rientrare in questa descrizione, ma alla fine il male esercita maggior fascino e con la sola forza delle parole non si riesce a prendere il controllo di buona parte di mondo come ha fatto Hitler.  

Nel qual caso oggi avremmo un pianeta completamente diverso. Invece ci tocca fare i conti con un’attualità pesante dove si ascoltano notizie di stupri collettivi in cui le vittime, deboli ed indifese subiscono violenza ed umiliazione. Portandosi dietro traumi che li segneranno per sempre, una visione della realtà cruda e crudele, difficile da cancellare. 

Oppure attentatori che vanno in giro ad eliminare più persone possibili, in cambio di una salvezza eterna, Perché così enuncia la religione alla quale appartengono? L’ombra di uno o pochi altri manipolatori prende corpo, qualcuno il cui potere si accresce sempre più, man mano che il suo disegno si realizza. 

Che ne sarebbe di loro, se le pedine che credono di poter plasmare a loro piacimento cominciassero a ragionare autonomamente? Se prendessero coscienza di essere utilizzati per scopi diversi da quelli rifilati nel messaggio dell’organizzazione? 

Dove la società mostra debolezza, non diffonde cultura, qualità di vita, non è salda su alcuni valori quali il rispetto, non potrà mai rappresentare una valida alternativa ai messaggi sicuri e verosimili di provetti dittatori, abili imbonitori o chi ha un disperato bisogno di esercitare il potere. 

A costo della vita, possibilmente degli altri. 


domenica 19 marzo 2017

Tu con leggerezza decidi, io pesantemente subisco


Qualche giorno fa un mio amico di cui non avevo notizie da un po’ mi scrive che ha avuto il morbillo. È stato molto male, addirittura nell’impossibilità di scrivere al cellulare in quanto non vedeva bene. Fin qui nulla di strano se non fosse che la persona di cui sto parlando non si trova più in età scolare e non dovrebbe essere esposto a rischi di questo genere. 

Per il semplice fatto che da anni esiste un vaccino che ci protegge da questa malattia, dalle complicazioni sempre imprevedibili. In realtà dovrei usare il tempo condizionale, perché ciò che in teoria fila piuttosto liscio, nella pratica non sta andando affatto come dovrebbe. 

Stiamo perdendo l’immunità di gregge che salva dalle complicanze di un virus o un batterio anche chi, per problemi di salute, non può vaccinarsi e questo grazie al fatto che la maggior parte della popolazione lo è. Se però la percentuale delle persone immuni scende sotto la soglia del 95% allora comincia ad affacciarsi più di qualche possibilità che i germi possano sopravvivere e ricominciare a banchettare con le nostre povere membra. 

A quanto pare il morbillo è proprio una delle malattie per le quali si stanno registrando aumenti esponenziali dei casi tra la popolazione e questo perché, dati alla mano, già solo nel non lontano 2015 la copertura vaccinale era scesa all’85%, troppo distante dal 95 che ci terrebbe al sicuro. 

Ed anche se il virus del morbillo non è tra quelli per cui è obbligatoria la vaccinazione, ma solo consigliata, bisogna tener presente che ci sono categorie di persone il cui organismo non è in grado di difendersi, per i più svariati motivi. Quindi, anche una malattia in teoria non letale, per alcune persone può diventarlo, per via delle loro difese immunitarie compromesse. 

Se poi parliamo delle vaccinazioni obbligatorie, la gravita delle conseguenze in caso della perdita dell’immunità di gregge, si fa ancora più pesante. In quel caso si avrebbe di nuovo a che fare con nomi più inquietanti e tra questi spicca la devastante poliomielite. 

Non posso dimenticare i racconti di mia madre a proposito delle terribili conseguenze di questo virus. Viene anche chiamata paralisi infantile, perché se riesce ad entrare nel sistema nervoso centrale ne colpisce i neuroni con esiti devastanti. E queste conseguenze sono state sotto i suoi occhi per svariati mesi, dal momento che accompagnava una sua giovane nipote a fare fisioterapia in un ambulatorio che accoglieva molti altri piccoli pazienti. 

Le scene alle quali ha dovuto assistere erano veramente strazianti, con menomazioni che deturpavano il corpo e facevano veramente sperare in un miracolo. Il quale arrivò nel 1950 con la realizzazione del vaccino che diminuì drasticamente i casi, fino alla sua scomparsa nelle zone in cui veniva regolarmente somministrato. Mia madre ne fu felice e nessuno avrebbe mai pensato che molti anni dopo se ne sarebbe parlato come qualcosa di potenzialmente dannoso. 

Il “potenzialmente” ci sta tutto perché un articolo pubblicato sulla rivista Lancet e poi ritirato, privo di qualsiasi riscontro scientifico, ha fatto i suoi bei danni, diffondendo la notizia che i vaccini avrebbero provocato l’autismo. Non si sa per quale motivo, ma accade troppo spesso che i venditori di fumo abbiano più successo dei venditori di cose serie e alla fine la gente o buona parte di essa ci ha creduto. Non solo, nei social network si è riunita in gruppi o comunità dove hanno eretto un muro più duro di quello di Berlino, per non permettere l’ingresso a notizie che sfatassero tale radicata convinzione. 

Ovviamente le uniche informazioni che girano in questi circoli chiusi sono quelle che confermano ciò in cui si crede. Questo fenomeno si chiama esposizione selettiva alle news per usare un termine ancor più moderno, anche se qui di evoluto non c’è proprio nulla. Ancor meno se consideriamo che tale disinformazione la diffonde anche chi dovrebbe essere il paladino della correttezza, e dovrebbe farsi carico della crescita della comunità. Il cosiddetto personaggio pubblico, in alcuni casi anche amministratori della cosa pubblica e lì la curva dell’avvilimento raggiunge il suo punto più basso.

Bisogna invece ribadire che i vaccini prima di essere utilizzati vengono sperimentati per lungo tempo e anche dopo la commercializzazione sono sottoposti a continui controlli da parte delle aziende che li producono.

I ricercatori ormai da anni perdono il sonno alla ricerca di vaccini contro l’Hiv o l’epatite C, virus temibili e pericolosi che una volta penetrati nell’organismo decretano tutto un altro destino, con un finale non certo da film romantico. Perché tante persone perdono il loro tempo a ricercare, visto che il giorno che finalmente riusciranno a realizzarlo, per molte altre non sarà affatto da festeggiare? 

La notizia che circolerà in quei gruppi, riguarderà l’ancor più grave pericolosità di un vaccino che concepito in era moderna sarà intriso di sostanze ancor più elaborate, e quindi ancor più dannose.

Nuovo circolo vizioso e punto accapo. Sarà l’epoca del risveglio dei morti, magari Freddy Mercury che ci ha perso la vita per quel virus, tornerà sotto forma di ispirazione improvvisa per un cantante altrettanto famoso e il titolo del pezzo potrebbe essere: “Per favore, non mi far morire una seconda volta.”





domenica 5 marzo 2017

Le etichette solo al supermercato, please!

Ben lontani dal padroneggiare un pensiero libero, abitanti di una piccola o grande comunità che sia. La società stessa influenza il nostro giudizio, senza che neanche ce ne accorgiamo. Quando iniziamo una conversazione con una persona che non conosciamo, non dovremmo in teoria avere alcun tipo di opinione, né bianco né nero. 

Semplicemente un’ idea dovremmo farcela man mano che la conoscenza si fa più approfondita. E parlo di un tempo abbastanza lungo, in quanto una frequentazione superficiale non ci dovrebbe delineare un identikit perfetto. Forse fornirci un orientamento che, man mano che navighiamo nel complicato mondo di un altro essere umano, ci spinge in una direzione. 

Modificabile da venti contrari o meno, ma solo un marinaio esperto può dire la sua e questa consapevolezza ci arriva dalla conoscenza profonda della persona. Oggetto del nostro inevitabile giudizio, come noi saremo del suo. Dopo aver narrato di come la valutazione di quello che è un individuo ai nostri occhi dovrebbe arrivare dopo svariati accadimenti, belli e brutti, giungiamo a raccontare ciò che invece succede nella realtà. 

Quando vediamo per la prima volta una persona, non sappiamo nulla né del suo passato né delle cose che ama fare. Il suo carattere e la sua indole sono per noi un universo tutto da scoprire e per questo sarebbe piuttosto avventato esprimerci in merito. 

Per formulare un giudizio indicativo anche se non ancora completamente appropriato, ci aspettano diverse occasioni da condividere, per ora siamo ancora in alto mare. Invece, nonostante non siamo dei navigatori esperti e non sappiamo granché delle acque nelle quali stiamo nuotando, tracciamo una rotta, ci fingiamo grandi conoscitori e filiamo sicuri verso una direzione. 

Ciò che ci dà tanta sicurezza, quello su cui ci basiamo per le nostre valutazioni è un pacchetto già pronto, fornito dalla stessa società. Pensieri e valutazioni già impacchettate e distribuite liberamente sotto la sigla “stereotipi”. Lasciando il marinaio alla sua navigazione e tornando con i piedi per terra, ci ritroviamo con un lui o una lei appena conosciuti e il famoso pacchetto che ci evita un dispendio di energie e tempo, dal momento che elargisce giudizi senza il minimo sforzo. 

Lo stereotipo è esattamente questo, un modello convenzionale, un luogo comune, una frase fatta, che poco ha a che vedere con la valutazione caso per caso, basata sul soggetto che ci troviamo di fronte. 

Sembrerebbe che giudichiamo senza conoscere, affibbiamo etichette come fossimo al supermercato, cataloghiamo e prezziamo senza troppe remore. Tutto partendo dalla innocua visione della persona, la sua razza, etnia, abbigliamento o quant’altro ci permetta di delineare un quadro che dovrebbe essere solo indiziario, invece diventa accusatorio e in molti casi inappellabile. 

Il nostro giudizio è quanto di più efficiente si possa immaginare, rapido, produttivo e con il minimo dispendio di risorse, visto che usa modelli già pronti. Anche la scienza pare essere di questo avviso e dopo un attento studio si trova a dover affermare che si ragiona per stereotipi. 

Attraverso particolari tecniche, anche con l’uso della risonanza magnetica funzionale, si è dimostrato che appena si visualizza un viso scattano categorizzazioni da parte del cervello, senza che ci sia un reale riscontro oggettivo. 

Come potrebbe se la persona non ha neanche proferito parola? Per esempio ad un uomo di colore generalmente si attribuisce uno stato d’animo rabbioso, una donna asiatica si presume che sia felice. Non oso pensare che altre attribuzioni possano mettersi in moto quando prendiamo in considerazione anche l’abbigliamento. 

Purtroppo questi giudizi sommari ed il più delle volte sbagliati, guideranno le nostre azioni, condizionando inevitabilmente il rapporto che si costruirà con quell’individuo. 
Influenzati e plasmati da una società che molte volte dimostra di non essere evoluta. 

Ci piace definirci esseri liberi, ma la verità è che siamo incredibilmente suggestionabili, spesso incapaci di mettere in atto un ragionamento svincolato da modelli e pregiudizi che inquinano il pensiero, annebbiano la logica e ci fanno assomigliare a tanti soldatini. 

Tutti uguali, obbedienti e con gli stessi gusti. La bambagia per chi deve vendere i suoi prodotti o le sue idee su larga scala, all’opposto di una società dove tante diversità convivono pacificamente e l’unica cosa prodotta in grande quantità è il benessere. 

Siamo fermi al punto in cui Star Trek è solo un telefilm e non un ideale a cui tendere. 

Chissà se lo sarà mai.