domenica 22 gennaio 2017

Bello Figo, potente antidoto al terrorismo


“Quando ero ragazzo, passeggiando per Parigi, mia sorella ha urtato per sbaglio un uomo, che ha sputato a terra e l’ha chiamata “sporca araba”. Quel giorno ho capito che cosa sarei diventato», ha dichiarato qualche anno fa un attentatore francese.

La società è come un terreno coltivabile, dove i germogli che potrebbero diventare bellissimi alberi rigogliosi di frutti, se non amorevolmente curati rischiano di trasformarsi in pericolose piante infestanti. 
Le amorevoli cure sono rappresentate dal rispetto, dalla gentilezza, dall’onestà di pensiero che vede tutti gli abitanti di questo globo persone con i medesimi diritti.

In una società con queste caratteristiche non c’è lavaggio del cervello che funzioni, non c’è necessità di entrare a far parte di un gruppo ristretto per sentirsi amato e considerato. Non ci sono buoni motivi per reputare tutti quelli che non vi appartengono nemici la cui vita vale meno di niente. 

In un momento di smarrimento si può arrivare a credere nelle parole di uno o più comandanti che sembrano indicare la giusta via, che fanno veramente pensare che quella è la perfetta occasione per sacrificare anche la propria vita. In nome di un ideale che salva l’anima, i peccati e distrugge l’entità nemica.

E se la persona perseguitata da mille dubbi comincia a pensare filtrando a dovere i messaggi estremi? Se  improvvisamente la società diventa il gruppo dove ognuno si sente più forte e con le stesse opportunità degli altri? A quel punto quegli “altri” non rappresentano più un bersaglio così allettante.

Tutti siamo chiamati a lavorare sodo per rendere una società giusta, un luogo dove ci si sente a casa, senza amici e nemici, sfruttatori e sfruttati. Anche se si è costruita nel corso della storia proprio sui rapporti di forza, la necessità di prevalere, l’assoluto rifiuto della condivisione. 

Se ci ritroviamo in una collettività globale fondata sulla prevaricazione e sul conseguente desiderio di dominare, sia per pura brama di potere che per meri interessi economici, possiamo prendercela solo con noi stessi.

Sì ma in tutto questo Bello Figo cosa c’entra? 

Assistevo per caso alla visione, via YouTube, del dibattito infuocato tra lui, il re dello Swag e alcuni partecipanti, tra cui esponenti politici. Loro inveivano contro, mentre lui pacificamente, rispondeva che le sue sono solo provocazioni ad arte. È stato allora che ho avuto un’illuminazione.

Descrizioni volutamente grottesche della vita di un immigrato nel nostro paese, di ciò che desidera e che magicamente riesce ad ottenere.  Sembrerebbe palese che non si sta prendendo gioco degli immigrati, semplicemente enfatizza per far discutere del problema. Invece diventa a sua insaputa il capro espiatorio di ogni risvolto negativo dell’immigrazione, della povertà di altri, dell’incapacità di chi è deputato a risolverli.

Ma lui se la ride, risponde con uno sguardo benevolo alle invettive, non mostra risentimento, è l’esempio perfetto dell’immigrato che ha fatto successo, che si sente parte di una comunità, che non veste i panni disperati dello straniero suggestionabile.

Su un giornale è stato scritto che grazie a queste canzoni spregiudicate, riesce a guadagnare molti soldi e a permettersi auto, vestiti, gioielli.  In realtà quando si è abbastanza acuti da capirne il senso, ci si rende conto che colui che risponde che l’Italia è il suo paese, che riesce a parlare in maniera ironica di questioni importanti e a carpire l’attenzione di giovani come lui che ne fanno un’icona è l’antiterrorista per eccellenza. 

Quello che nessuna organizzazione estremista andrebbe mai a cercare, ben integrato, scarsamente influenzabile, con tutta l’intenzione di vivere pienamente la sua vita, un bene per nulla sacrificabile. 

Dovremmo solo sperare di averne a migliaia di Bello Figo intorno a noi. L’ineccepibile esempio di immigrato che ogni società evoluta vorrebbe ospitare. 

Un luogo dove sentirsi più sicuri e magari riusciremmo anche a divertirci con la sua ironia.



domenica 15 gennaio 2017

Se la bufala non è una mozzarella


Leggendo la traccia di un tema assegnato da una professoressa ad una classe di seconda superiore, ho pensato che ci sono delle volte in cui chi insegna si rivela brillante. Semplicemente perché cerca di sviluppare in chi si prefigge di educare uno spirito critico, quell’andare oltre l’apparenza delle cose che distingue una materia che assorbe ogni stimolo proveniente dall’esterno, da un’altra che seleziona e filtra secondo un processo interno del tutto indipendente.

Alla fine tutti siamo materia, quando si è particolarmente plasmabili si diventa inconsapevolmente uno strumento in mano a qualcosa di più evoluto, che utilizza quell’intelligenza di troppo con scopi non sempre onorevoli.

Il sistema generale della società di cui ognuno di noi fa parte, sfrutta  la mancanza di senso critico, assorbire senza domandarsi, la totale mancanza di lungimiranza, che si trasformano nel più grande affare che gli estremisti, gli assetati di potere, i più grandi speculatori del pianeta possano desiderare.

Ritornando al tema accennato, il titolo è di quelli che il Professor Keating scriverebbe sulla lavagna, magari ammiccando per alludere che si tratta di qualcosa di veramente importante su cui riflettere: “Come si può verificare la veridicità delle notizie.”

Dal momento che tutti noi siamo fruitori di internet, navighiamo in un mare di informazioni alle quali attingiamo per i più diversi scopi e non è cosa di poco conto capire se quanto leggiamo risponde a verità o meno.

Il problema serio nasce quando nessuno di noi si pone neanche il dubbio e prende per oro colato ciò che legge e, cosa ancor più dannosa, lo condivide con altre persone, dando la possibilità a quella notizia, forse vera forse falsa, di prendere il via della viralità.

Sembra che non sia successo nulla ed invece con un banale click abbiamo veicolato dati, numeri, nomi, immagini verso amici e conoscenti che non si sa che uso ne faranno a loro volta. 

E se si trattasse di una notizia che riguarda la salute, magari la ricetta miracolosa per curare definitivamente il cancro?

L’uso dell’aggettivo miracoloso mi fa grandemente sospettare che dietro ci sia qualcosa di strano. I titoli gridati attirano la nostra curiosità e fanno in modo che noi quella notizia la clicchiamo, si spera senza crederci. Intanto però con quei click, qualcuno dietro il sipario ha raggiunto l’obiettivo di attirare gente e se tutto va secondo i piani, una volta raggiunto il sito, per errore si clicca su una pubblicità.

A noi, ancora una volta, ci sembra non sia accaduto nulla, ma chi sta dietro questo marchingegno se la ride mentre conta le banconote.
Il fenomeno ha assunto proporzioni così vaste che gli stessi big, Google e Facebook, se ne stanno preoccupando, cercando di rimediare mettendo dei filtri alle notizie.

A quanto pare le informazioni false che girano sul web superano quelle vere e anche la quantità di persone che le condivide spaventa, l’Ansa mi dice un americano su quattro, si tratta di una grossa cifra.

Se ci può consolare, anche giornalisti e personaggi famosi sono caduti nella trappola, dando voce a delle emerite bufale. Ancora fanno notizia quelle diffuse da Beppe Grillo riguardanti temi rilevanti in materia di salute. La più eclatante, che attende ancora una smentita ufficiale, è quella in cui dichiarava lui stesso che l’Aids non esiste, bollandola come la bufala del secolo. La bufala nella bufala, un alto lavoro di ingegneria mediatica.

Dopo aver appurato che il problema esiste ed è pure importante, si può pensare alla soluzione. Non facile visto che sono gli stessi lettori che le notizie dai titoloni gridati se le vanno a cercare come un cacciatore famelico la sua preda.

Se decidiamo di non prestarci al gioco dei burattinai e sarebbe il caso di cominciare a pensarci, come possiamo lasciare le notizie fasulle abbandonate a quello che dovrebbe essere il loro destino cioè l’oblio?

A meno che ciò che stiamo leggendo sia scritto su siti autorevoli, verifichiamo la fonte attraverso un motore di ricerca, magari utilizzando appositi siti nati per scovare le bufale (l’elenco si trova sotto il post), è probabile che la stessa notizia la troviamo su siti seri ridimensionata, con immagini diverse e numeri di tutt’altro valore. 

Qualche accortezza in più dovremmo metterla in campo se parliamo di notizie riguardanti la salute, rischiando di mettere in pasto ai maghi stregoni persone alla disperata ricerca di belle notizie. Chiedere al proprio medico non è un consiglio da sottovalutare.

In ogni caso vale il principio nascosto dietro ai più grandi imbrogli.
Dubitare delle apparenze, chi arriva come colui che salva il mondo forse è tutt’altro. 

Chi usa il megafono probabilmente vuol dare risalto a qualcosa che in qualche modo riempirà le sue tasche, di denaro potere o semplice orgoglio.

Chi grida al miracolo, spera forse che il miracolo si compia davvero e tutti accorrano come api al miele?

Se lo scopo è far accorrere un esercito di persone utilizzando parole ad arte, poniamoci sempre la domanda “A cosa serve questa folla immensa?”

La storia ci insegna che gli eserciti possono creare grandi disastri, a vantaggio di pochi, pochissimi abili imbonitori.





domenica 8 gennaio 2017

L'ipocrisia dei buoni sentimenti



Prima di parlare di qualsivoglia argomento mi sembra doveroso capirne a fondo il significato e verificare se si adatta al contesto in cui lo vorrei inserire. 
Se nei giorni successivi all’Epifania che ufficialmente chiude il periodo del Natale, ci si ferma a riflettere sulle festività appena trascorse, è normale pensare ai sentimenti che le hanno governate e alla loro genuinità. 

Ecco che la parola ipocrisia e tutto ciò che di poco sincero ne consegue si adatta magnificamente alle varie occasioni tra palline e tavole vestite a festa.

Letteralmente vuol dire simulazione, sia essa di virtù, di buone qualità, disposizioni e buoni sentimenti ed è soprattutto di quest’ultimi che le giornate di festa sono intrise. Circostanze in cui ci si ritrova a stare obbligatoriamente vicino a persone, parenti o amici, con le quali non ci sono buoni rapporti o che normalmente non frequenteremmo. 

Ed anche se le persone sono di nostro gradimento, ma il nostro stato d’animo non è dei più benevoli ci troviamo nella medesima situazione, quella di ostentare un sorriso andandolo a pescare dal più profondo degli abissi. In un verso o nell’altro dobbiamo dare fondo alle nostre migliori capacità recitative per ritrovarci poi alla fine di queste giornate sfiancati e con il morale a terra.

Quando proprio non possiamo scegliere di stare insieme a persone che apprezziamo e che ricambiano i nostri sentimenti, per rispettare i precetti imposti dalla religione mettiamo in atto delle buone azioni che attribuiscano il vero significato al Natale. 

Fare buon viso a cattivo gioco potrebbe essere una di quelle. In caso di astensione dal credo in una dottrina religiosa ed il nostro unico dio è determinato dai valori in cui abbiamo deciso di fondare la nostra esistenza, allora cogliamo l’occasione per una riconciliazione con il mondo. 

Una disposizione positiva, che ci faccia sentire in pace, visto che i cattivi sentimenti prima che fare male agli altri, danneggiano la salute di chi li prova.

Se nonostante tutte le buone intenzioni, non si riesce a trarre nulla di proficuo da giorni di forzata vicinanza e regali non accompagnati da sincere emozioni, bisogna pensare che forse è il caso di cambiare. Non è mai troppo tardi per fare una cosa diversa, per spezzare il circolo vizioso di un meccanismo nel quale siamo stati inglobati senza che ce ne accorgessimo. 

Tutta la società nella quale viviamo lo è ed i rapporti che ci troviamo ad affrontare giornalmente, sono spesso insinceri e di facciata. A volte è necessario, per la natura del contesto in cui ci troviamo, frequentemente le persone tendono a mascherare le loro vere intenzioni. 

Fare la scelta di eliminare questo tipo di rapporti, può avere come conseguenza quella di avere poche, pochissime persone da frequentare. È un rischio che la maggior parte della gente non vuole correre. La solitudine spaventa, ancor di più nelle giornate che raccolgono tante persone attorno ad un tavolo e quando non si fa parte di una cerchia ci si sente inevitabilmente emarginati. 

Quest’anno in qualche modo è andata, c’è tempo un anno intero per una scelta coraggiosa. L’unica cosa che al momento si può fare è un bilancio. 

Per quanto mi riguarda voglio partire dai regali, anche se suona strano da una che vorrebbe seguire gli insegnamenti di Gandhi. Distaccarsi dai beni materiali non è facile in una società come la nostra, ma riceverne uno che non sia tangibile è un aiuto in quella direzione. 

Mi è stata infatti regalata un’adozione a distanza, tramite il Wwf, di una specie in via di estinzione e non solo mi è sembrato adatto alle mie aspirazioni, ma del tutto in linea con quanto il pianeta ha bisogno. 

Alla fine ho trovato la mia riconciliazione con il mondo e nonostante tutto è andata bene. Sul dissimulare ho ancora molte difficoltà, non mi adatto molto bene a queste occasioni di festa. 

Ho un anno per riflettere sulla scelta coraggiosa da mettere in atto, potrei decidere di comprare a tutti una specie in pericolo. 

Per chi ama molto i beni materiali non sarebbe una bella sorpresa, ci sarebbe da divertirsi. 

domenica 1 gennaio 2017

Ricomincio da Gandhi


Tanti fatti sono accaduti in questo 2016 ormai alle spalle. Il mese di Febbraio contava 29 giorni anziché 28 e questo, in base alla credenza popolare, sembrerebbe essere foriero di grandi disavventure. 

Le quali si potrebbero tradurre in diversi attacchi terroristici, una strage ferroviaria, sismi più o meno potenti, voluti dalla natura o creati dall’uomo come quello scaturito dall’esperimento nucleare della Corea del Nord avvenuto a gennaio, l’uscita dall’Unione Europea decisa dagli stessi cittadini del Regno Unito.

Se si aggiunge anche la grave crisi umanitaria in Siria, oltre ad una situazione economica disastrosa in Venezuela, si potrebbe pensare che la leggenda popolare ha sempre una base realistica e non ci rimarrebbe altro che piangere e lamentarci di quanta sfortuna si abbatta su questo nostro pianeta.

Ma in ogni analisi oggettiva che si rispetti, bisogna osservare tutti gli aspetti di una questione ed ecco che spuntano notizie che migliorano la prospettiva dalla quale si osserva il futuro del pianeta e della nostra specie.

L’Iran ha smantellato il suo arsenale nucleare tanto da meritarsi la rimozione delle sanzioni delle Nazioni Unite; Radovan Karadzic viene condannato a 40 anni di reclusione per i crimini commessi nel conflitto in Bosnia ed Erzegovina; Barack Obama visita Cuba dopo che l’ultimo Presidente americano a farlo fu nel lontano 1928; all’incirca nello stesso periodo veniva completato il primo tratto dell’autostrada Salerno-Reggio Calabria, definitivamente terminata proprio in questo anno funesto, ci sono voluti circa 88 anni. C’è di che rallegrarsi. 

Un altro importante evento potrebbe ancora far pendere la bilancia in un senso o nell’altro: si tratta dell’elezione di Trump alla Presidenza degli Stati Uniti. La sua recente nomina di un petroliere a capo dell’agenzia che protegge l’ambiente, mi fa seriamente propendere per una collocazione tra gli eventi infelici.

Non ho ancora nominato il lancio su smartphone del gioco Pokémon Go, in seguito al quale si è scatenata una caccia ai vari personaggi nei luoghi pubblici, che ha visto giovani e non armarsi di cellulari usati alla stregua di retini per farfalle. Lo colloco per ultimo in quanto potremmo considerarlo un evento effimero, ma è pur sempre indicativo di un contesto che cambia, velocemente e in maniera significativa.

Qual’è il mutamento di cui avrebbe davvero bisogno il contesto planetario dove avvengono fatti di tale inaudita violenza che non possono in alcun modo essere compensati da qualsiasi altro fatto lieto?

Abbiamo un esempio terribilmente significativo da cui imparare: Gandhi, un uomo la cui nobiltà d’animo, il coraggio, la tenacia, hanno già fatto una parte di storia e sono lì, pronti a farci riflettere su un nuovo epocale inizio.

Il 2017 è l’anno ideale per ricominciare dai suoi insegnamenti, ma qui non parliamo di teoria, perlomeno non solo, la sua stessa vita è scuola.
Nella sua lotta non violenta per l’indipendenza dell’India dal governo inglese prima e nel conflitto con il Pakistan poi, ci dà una chiara dimostrazione che si può essere incisivi non utilizzando una sola arma. 

Ci sono cose per cui sono disposto a morire, ma non ce n’è nessuna per cui sarei disposto ad uccidere.

Non professa la pace solo a parole, digiuna severamente e marcia con il suo popolo, prega, veste poveri panni, accetta con coraggio le scelte della disobbedienza civile. 

Nel mondo attuale ancora si ragiona in termini di violenza che chiama altra violenza; nel suo pensiero pacifista mai la guerra viene contemplata come risoluzione di conflitti. 

“Bisogna combattere la violenza. Il bene che pare derivarne è solo apparente; il male che ne deriva rimane per sempre….L'esperienza infatti mi insegna che dalla falsità e dalla violenza non possono scaturire risultati positivi duraturi.”

Costruire una società evoluta, in cui gli individui si confrontano, utilizzando solo le parole è possibile se si comincia ora. 

Non c'è strada che porti alla pace che non sia la pace, l'intelligenza e la verità.”

Una società giusta, evoluta, progredita, passa prima per uno stile di vita individuale improntato sulla semplicità, il distacco dai beni materiali, il disinteresse per il superfluo, un’alimentazione senza eccessi, in modo da esercitare la minore violenza possibile verso la natura, il rispetto verso gli animali, l’autodisciplina.

“Chi non controlla i propri sensi è come chi naviga su un vascello senza timone e che quindi è destinato a infrangersi in mille pezzi non appena incontrerà il primo scoglio.”

In un mondo dove tutto è gridato, anche quelle che non sono verità, ma vengono fatte passare come tali, il silenzio assume un significato altissimo, un bene di rara importanza.

Gandhi riservava un giorno della settimana ad esso, lo considerava fondamentale per purificare la sua anima, per trovare la pace. Dovremmo noi tutti scoprirne i meravigliosi effetti sullo stato mentale, e non di meno si eviterebbero grandi quantità di informazioni inutili dannosamente disperse nell’etere.

Gandhi rappresenta l’icona di un mondo che riflette sui propri terribili errori, fa marcia indietro, decide di voler finalmente essere in armonia con la natura e tutti gli esseri che la abitano, bandire gli eccessi, incentrare la propria esistenza non su sé stessi, ma con uno sguardo verso il futuro per donare alle generazioni successive un mondo sempre più evoluto, progredito in modo equo, senza ingiustizie.

Ogni icona ha un messaggio che la rappresenta, io scelgo questo:

Il mio obiettivo è l'amicizia con il mondo intero, e io posso conciliare il massimo amore con la più severa opposizione all'ingiustizia.”

domenica 18 dicembre 2016

La città non ha ancora perso


Proprio in questi giorni il sindaco di Roma Virginia Raggi ha assunto le deleghe all’Ambiente per via di un avviso di garanzia giunto all’assessore. Nulla di nuovo, storie di ordinaria amministrazione nella nostra politica, vecchia o nuova che sia. Il momento però assume notevole importanza perché si può davvero dimostrare di essere diversi, di voler cambiare le cose, di rivoluzionare.

È quello che ci si aspetta da chi dichiara di essere trasparente, nuovo, di rappresentare una soluzione di discontinuità rispetto alla vecchia politica, mangereccia e intrallazzatrice. Questo è il suo momento caro sindaco, non può più aspettare, deve darci un segnale, che ci faccia ancora credere che questa città si può salvare.

Roma merita un trattamento di favore da parte di chi la governa e, non da meno, dai suoi cittadini. È un luogo immerso nella storia, secolare come alcuni alberi che la abitano, intrisa di una magica, indescrivibile atmosfera. Queste in realtà erano le premesse, perché sia i politici che i suoi abitanti hanno pensato bene di oltraggiarla, sporcarla, vituperarla, disonorarla. Riempiendola di immondizia, inutili rumori, scritte sui muri più pregiati, servendo su un piatto d’oro possibili aree verdi in cambio di freddi casermoni di cemento. 

Non serve una ricetta miracolosa, ingredienti segreti che qualche maestro spirituale non rivela per non perdere la sua guida. Tutto ciò che si può fare è alla luce del sole e alla portata del movimento che la sostiene. In primo luogo bisogna dimostrare nei fatti di dare un taglio netto con il passato, la scelta delle persone a cui affidare la propria fiducia è fondamentale. Prendere le distanze da chi negli anni non ha voluto il bene della città, ma solo delle sue personali ricchezze, sarebbe un ottimo inizio.

Persone che si occupano di politica, che cercano di amministrare una città mettendo al centro di tutto la città stessa, il suo benessere, la qualità di vita che può offrire a chi la abita. Invece di politici che fanno ruotare ogni questione attorno al denaro, e a quanto se ne riesce a moltiplicare grazie ai molteplici affari che una metropoli del genere può produrre.

Non è una sfida impossibile se i cittadini decideranno anche loro che è il momento giusto per un nuovo futuro. In un modo altrettanto facile, nulla di complicato ma pregno di civiltà. Dimostrando di tenere davvero a questa città, tenendola pulita, rispettando le regole della strada, non rovinando i beni comuni, intrattenendo rapporti trasparenti con chi la governa.
È un traguardo raggiungibile, se si inizia ora esattamente dal settore che si trova a governare per necessità: l’ambiente. 

È ampiamente dimostrato che in una città ricca di aree verdi e di parchi urbani, la qualità di vita è nettamente più alta. L’attività fisica praticata in uno spazio ricco di vegetazione, favorisce il rilassamento e aiuta il tono dell’umore. In verità molti luoghi che potevano trasformarsi in piccole o grandi oasi, sono diventati la base di orripilanti colate di cemento, per la somma gioia di chi ci ha fatto fortuna.  

Esistono comunque spazi da riqualificare, zone degradate o abbandonate di cui riappropriarsi per donare una nuova immagine, città oltre i confini nazionali da cui prendere esempio. 

Parigi come New York hanno recuperato linee ferroviarie in disuso per farne parchi, percorsi verdi disegnati sui vecchi tracciati ormai abbandonati, frequentati da turisti e cittadini invogliati così a muoversi. E nascono la Promenade Plantée e l’High line elevated park. Berlino non ha rimandato indietro i soldi europei, ma li ha utilizzati con il progetto “Neighbourhood management Berlin”, per recuperare quartieri difficili con alti livelli di disoccupazione e una difficile convivenza tra etnie diverse.

Si può dare vita ad una città ricca di rapporti umani, lì dove si creano aree di aggregazione, in cui la gente si può incontrare, per fare attività fisica o anche solo per scambiare qualche parola. 

Un altro intervento al passo con i tempi sarebbe quello di realizzare piste ciclabili, rendendo al tempo stesso più efficiente la rete di trasporto pubblico. 
Spero che la città non abbia ancora perso come canta Niccolò Fabi, spero che chi ne esca vittorioso non siano i palazzinari con i loro loschi affari o le polveri sottili, spero davvero che non abbiano perso i rapporti umani o il sogno di vivere in un luogo da cui non si ha frequentemente il desiderio di scappare.

Se l’amore si dimostra nei momenti difficili, allora bisogna muoversi ora. Tutti, nessuno escluso. Altrimenti si fa avanti qualcuno che fa ripartire il circolo vizioso della vecchia politica. 

Altro giro, altra corsa e si ripiomba nel tunnel.







domenica 11 dicembre 2016

68 anni non sono bastati


68 anni sono quelli passati da quando fu adottata la Dichiarazione Universale dei diritti dell’uomo e ogni anno, il 10 di dicembre, viene dedicata una giornata a ricordarci quest’importante traguardo. Se pensiamo che ciò avvenne immediatamente dopo la fine della seconda guerra mondiale, viene quasi automatico riflettere sul fatto che successivamente ad una tragedia di proporzioni così vaste, l’uomo ha sentito la necessità di mettere nero su bianco un’intenzione, quella di non ripeterla una terza volta. 

Una guerra mondiale non era riuscita a far prevalere l’autocontrollo sull’umano istinto di prevaricazione, sopraffazione, crudele annientamento dell’altrui dignità al solo scopo di affermazione personale e dei propri principi. Ne è giunta una seconda che, in termini di crudeltà e abominio, ha superato di gran lunga ogni più atroce previsione. 

Credo che in quegli anni l’uomo ha potuto realizzare di cosa è capace, nel senso più negativo del termine. Del male che può produrre su esseri appartenenti alla stessa specie, di quanto il diavolo non sia una pura invenzione religiosa, ma un commensale che spesso invitiamo al banchetto per nutrirsi della nostra stessa carne. Le immagini che rimangono scolpite nella mia mente sono quelle di individui privati del tutto della loro dignità, ridotti a carcasse, involucri la cui anima spera di trovare al più presto un po’ di pace, fuori da un immeritato inferno.

Forse neanche l’essere umano aveva consapevolezza di essere in grado di arrivare a tanto e, quando si rende conto di aver sfiorato una tragedia ancora più grande, riflette lucidamente e butta giù inchiostro. Sembra quasi che sia la paura a far liberare parole incancellabili, una precauzione fin troppo ragionata in vista della prossima, temuta follia. 

Non si è fortunatamente verificata una terza volta, anche se il rischio si è corso ripetutamente. L’orrore era stato evidentemente tanto e tale, che ci si è fermati ad una, seppur ferma e dura, contrapposizione ideologica.

Un mondo che scampa un conflitto senza confini, sembrerebbe capace di arrivare ad un grado di civiltà e di evoluzione dove al centro di tutto è posta la persona e i suoi imprescindibili diritti. Un contesto dove la Dichiarazione stilata con tanta cura e dovizia, sembra esserne il giusto testamento.

In questo nobile atto di fede verso la natura umana, abbiamo deciso che gli esseri appartenenti alla nostra specie non possono fare a meno di diritti, di cui i più importanti sono quelli di libertà ed uguaglianza. 

Non a caso sono sanciti nei primi due articoli e scaturiscono dopo una Rivoluzione, la più famosa di tutte, quella francese, dopo la quale fu chiaro che l’uomo non aveva nessuna intenzione di essere uguale ad un altro. Infatti voleva essere più ricco, più potente, più fortunato e se possibile assomigliare ad un dio.

Ma se dopo una Rivoluzione e due guerre, immischiamo le emozioni e dichiariamo che l’essere umano non può non essere rispettato, anche se la pensa diversamente, prega in orari diversi, o non si scotta al sole, perché stiamo ancora a questo punto? 

Al punto in cui un bambino è costretto a vivere in un contesto di guerra o a lavorare perché troppo povero e per questi motivi non può ricevere un’istruzione.  

Se una generazione in erba non evolve, tutti gli altri diritti perdono di senso. Pare che non ce ne rendiamo conto, fino a quando arriva qualcuno che con le parole giuste grida la soluzione a tutti i problemi e prende il sopravvento. 

Vorrei non essere ancora in vita per raccontarlo.


domenica 4 dicembre 2016

La rivincita dell'uomo comune


La notizia dalla quale vorrei partire è quella del finto sequestro ideato da Lapo Elkann, più noto come giovane rampollo della famiglia Agnelli. Dopo un festino a base di droga che si sarebbe tenuto nella casa di una prostituta transessuale, finisce tutti i soldi a disposizione e decide di inscenare un finto sequestro per ottenere denaro dalla famiglia. 

Già la notizia in sé potrebbe far venir voglia di scrivere qualche riga a proposito degli eccessi di una vita denarocentrica e tutti i beni e i piaceri che ci si possono comprare e l’assoluta mancanza di valori e bla bla bla. Ne potrebbe uscire fuori un articolo del quale non sarei orgogliosa, perché frutto di una retorica fin troppo a buon mercato, ottenuta sfruttando un fatto che rimane comunque privato, anche se coinvolge un personaggio pubblico. Allora vi chiederete perché ne sto parlando, smentendo la premessa e i suoi buoni propositi.

Ho pensato di dedicare queste righe alle reazioni che sui social network, la stampa e l’opinione pubblica in generale un fatto del genere può generare. Come al solito la realtà supera la fantasia e quello che esce dalla bocca delle persone, fa concorrenza agli acidi più corrosivi di cui la chimica è capace. E alla fine si perde di vista il vero paziente, colui che ha bisogno di una cura di valori forti, quelli che non li compri neanche barattando il bene più costoso. Le parole più gentili che si possono leggere in giro sono “drogato” o “viziato”, per non parlare dei commenti che un simile scenario erotico può scatenare.

Una mia amica scrive su Facebook la sua amarezza per aver letto tante parole ironiche, vignette che sbeffeggiano e battute quasi scontate e nessuno che sa leggere tra le righe, e neanche troppo, di un estrema fragilità dell’essere umano. Ed è lei che ha suscitato in me il desiderio di mettere nero su bianco queste riflessioni. 

Una persona che si spinge ad un abuso di droghe fino a toccare l’eccesso di un’autodistruzione mi fa solo venire voglia di aiutarla a non sprofondare ancora più giù, fino al punto in cui capisci che la felicità che puoi comprare non è di lunga durata, il prezzo da pagare è troppo alto e non si misura in dollari.

Arrivati a questo punto dovrebbe scattare un dignitoso silenzio ad alleggerire, se possibile, una situazione adeguatamente degenerata ed invece, dal momento che non stiamo parlando di una persona comune ma di un ricco imprenditore allora è giusto affondare la lama fin dove l’osso lo permette. 

Ed è qui che per me scatta un’associazione quasi automatica con un altro articolo in cui lessi di aspre critiche mosse alla figlia di una famosa cantante o di una top model. Offese duramente, va sottolineato che gli insulti provenivano quasi esclusivamente da donne, senza troppa riverenza per la giovane età. La loro sfortuna non era tanto quella di essere nate non proprio bellissime, ma piuttosto quella di vantare un conto corrente a sei zeri mentre ancora dormivano sonni beati nell’utero.

Siccome loro come Lapo incarnano il sogno infranto di tutti coloro che vorrebbero vivere in tanto agio, allora se capita qualche fatto che li riporta ad un piano più terreno come può essere la capacità di creare bruttezza o quella di annientarsi definitivamente, tutti si sentono più tranquilli ed anche in vena di scherzarci pesantemente su. 

Giustizia è fatta, tanto loro, in caso, i soldi per farsi aggiustare da un esoso psichiatra ce l’hanno e aver infierito non fa sentire colpevoli. Per buona pace di tutti. Tranne di quelli che hanno capito che ognuno di noi, con o senza soldi, è vittima di una società malata, tristemente incentrata sull’apparenza e la ricerca di affermazione personale. E la persona non è al centro. 
Altro che sonni tranquilli.