domenica 13 novembre 2016

Veramente non ha vinto Trump, ma ha perso la Clinton


Mi duole dirlo ma queste elezioni americane sono state una vera delusione.  Non come qualcuno potrebbe sospettare, per la vittoria di una persona sgradita o per meglio dire dei suoi messaggi inquietanti, piuttosto per la sconfitta di una donna che avrebbe potuto davvero fare la differenza. Non solo perché sarebbe stata la prima donna nella storia alla presidenza degli Stati Uniti, ma perché in grado di contrastare efficacemente il Trump-pensiero: razzista, sessista, discriminatorio, fomentatore di cattivi sentimenti. 

Già mi fa riflettere il fatto che dopo otto anni di un presidente di colore, venga votato un candidato appoggiato dal Ku Klux Klan, e leggendo le percentuali di voto  da parte degli afroamericani verso il partito democratico, emerge che non sono cambiate rispetto alle precedenti elezioni. Perché gli afroamericani, anzi i neri, giusto per adeguarmi al Trump-pensiero, non hanno deciso di votare in massa la bella signora? 

Non è solo questo il dato che mi lascia perplessa. Il voto degli ispanici riesce a stupirmi anche di più.  La Clinton prende il 6% in meno di voti di Obama nel 2012, per conto di una parte di popolazione americana che avrebbe dovuto sentirsi seriamente minacciata dalle intimidazioni del miliardario. Allora scatta in me una considerazione quasi automatica, o lui non risulta abbastanza credibile o lei non riesce a convincere, non strappa agli elettori quella fiducia regalatale dal suo avversario su un piatto d’argento, il che è anche più sconfortante.

In realtà il meglio o peggio deve ancora arrivare, il dato che mi avvilisce maggiormente è quello dei giovani votanti, i ragazzi tra i 18 e i 29 anni, in pratica il futuro della nazione. Il 55% di questa fascia l’ha votata, contro il 37% che ha scelto Trump, lungi dall’essere una vittoria schiacciante. Nel 2012 il 60% scelse Obama, ed ecco che è riuscita ad allontanare anche le generazioni in erba da un voto che doveva spingere al cambiamento. 

Lei sarebbe stata la presidente che ci avrebbe traghettato verso un’era di scelte importanti, difficili, necessarie, un ecosistema prossimo allo sfacelo e lotte all’ultimo sangue per accaparrarsi le ultime riserve di oro nero. Per riuscire in quest’ardua impresa avrebbe dovuto essere lontana o quanto meno non facilmente influenzabile dai poteri forti, le lobby che contano, coloro che non hanno a cuore tali questioni, quelli che ragionano a suon di dollari. 

Avrebbe, inoltre, dovuto essere degna di fiducia, ed invece in pochi le hanno creduto, certo magari poteva anche dirlo che il malore durante la cerimonia al Ground Zero era dovuto alla polmonite. Avrebbe guadagnato parecchi punti, e non sarebbe apparsa come l’ennesimo politico bugiardo. Non ha convinto il suo messaggio, debole e convenzionale, non in grado di contrastare le idee così folli da risultare innovative. 

Non è riuscita neanche in un obiettivo quasi scontato, quello di persuadere le stesse donne. Ha preso il 54% di voti femminili, solo il 10% di voti in più di quelli dati all’oltraggioso milionario e poco di meno di quelli ottenuti da Obama nel 2012. La moglie tradita avrebbe potuto fare grandemente di meglio. Forse ha ragione lui quando dice che “quando sei famoso con le donne puoi fare quello che vuoi.” Fortunatamente non vale per tutte.

E ora siamo agli scienziati che si dicono seriamente preoccupati da questa vittoria, e chi non lo sarebbe visto che l’ormai presidente parla dei cambiamenti climatici come “una bufala dei cinesi”.

In che mani ha consegnato il mondo la donna che ha bruciato un’opportunità unica, irripetibile? 
Mani che non si sa dove andranno a parare, ed intanto dall’Ansa arrivano notizie sulle persone messe da Trump nel team di transizione dalla vecchia alla nuova presidenza. 

In netto contrasto con la sua stessa campagna anticorruzione lo riempie di lobbisti, per capirci meglio proprio coloro che in merito ad una determinata questione dovrebbero prendere decisioni al di sopra di ogni sospetto, ed invece ne hanno vergognosamente le mani in pasta, dando così vita a scandalosi conflitti di interessi. In Italia siamo avvezzi a questo genere di faccende.

Dalla stessa Ansa giungono notizie proprio sui cambiamenti climatici, risulta infatti accertato che hanno modificato l’ecosistema. Ecco magari la distinta avvocatessa avrebbe potuto fare una campagna su quanto la situazione ambientale sia pericolosa, minacciosa per la sopravvivenza umana. 

In questo caso però non si sarebbe trattato dell’ennesima bugia e forse per fare politica seriamente non si può peccare di eccessivo realismo.

Intanto la bella signora si ritira dalle scene internazionali con il suo staff deluso e scintillante al seguito, e ci lascia in eredità quattro anni di imprevedibili avvenimenti. 

E a me continua a far riflettere il voto di quei giovani che non le hanno dato fiducia, che occasione perduta. Che rabbia.





domenica 6 novembre 2016

Spaventi da un penny

Il testo contiene qualche spoiler

La traduzione letterale di Penny Dreadful, la serie televisiva di cui vorrei parlare e che vorrei consigliare, è esattamente questa. Gli spaventi da un penny erano pubblicazioni divenute popolari nel Regno Unito nel 1800, grazie al loro basso costo, 1 penny appunto, tra le classi meno abbienti. Lo stile narrativo che li caratterizzava era ispirato al romanzo gotico, un misto di romanticismo ed horror. 

La loro brevità, i toni sensazionalistici, lo stile trascurato dal punto di vista grammaticale e le immagini esageratamente forti, ne facevano racconti di qualità tutt’altro che eccelsa. Gli illustratori disegnavano in base alle direttive degli editori che li spingevano a raffigurare scene drammaticamente d’effetto: “Gli occhi devono esser più grandi, e ci dev'essere più sangue, molto più sangue!"

Anche se questo non impedì che divenissero fonte di ispirazione anche per importanti scrittori. Fino ai nostri tempi in cui, addirittura alcune star del cinema si scomodano per interpretare i personaggi della serie che segue quel filone. Le storie un po’ rivisitate di Victor Frankenstein, Dorian Gray, Dr Jekill, il conte Dracula che si intersecano sino a formare un trama unica in cui si fondono elementi oscuri che non danno fiducia sul futuro dell’esistenza umana ed opportunità di rinascita che non spengono del tutto la fiamma della speranza.

Streghe, vampiri e licantropi si fronteggiano nell’eterna lotta tra il bene ed il male, tra Satana e Dio, mai giungendo a creare scene orrorifiche per il puro gusto di tenere incollato più pubblico possibile, com’era ai tempi dei racconti brevi e come è spesso una certa fetta di odierno intrattenimento.

Io, che non amo il genere horror o le scene eccessivamente forti, avevo seri dubbi inizialmente, ma ero eccessivamente incuriosita per evitare del tutto la possibilità di cominciarne la visione.
Alla terza puntata, quando mi sono resa conta della straordinaria qualità, dalla fotografia ai costumi, dall’incredibile intreccio alle magnifiche interpretazioni, era già troppo tardi, non ne potevo più fare a meno.  

I dialoghi sono pura poesia ed ascoltarli fa immergere lo spettatore ancor di più nella storia, un’ora in cui davvero non si pensa ad altro e più che spaventare fa riflettere ed immaginare. 

Qualcuno l’ha chiamato l’Eva Green Show, dal momento che è lei il personaggio principale, contesa tra il diavolo e il conte Dracula, capace di dar vita ad un personaggio poliedrico, magnetico, fulcro della trama e degli altri protagonisti.

La sua interpretazione è sublime, l’esempio più significativo di quanto l’attrice sia abile nell’ipnotizzare lo spettatore, non più in grado di discernere tra realtà e finzione, e la scena in cui Satana prende possesso della sua anima, nell’ambito di una seduta spiritica non si dimentica facilmente. Bellissima ed inquietante.

In un opera d’arte è lo spettatore che fa la differenza, il suo occhio può dare risalto ad un particolare significativo per la maggior parte o tralasciare gli elementi che ne hanno decretato il successo. 

Nel mio caso, nell’intrigante carrellata di nomi resi famosi dai loro creatori, quali Dorian Gray o il Dr Frankstein, ciò che ha avvinto irrimediabilmente la mia mente è stato John Clare, denominata anche la Creatura, uno dei mostri scaturiti dalla perversa fantasia di Victor Frankenstein. 

Lui è la personificazione della crudele ipocrisia, della mostruosità intrinseca alla società. Colei che crea i mostri, poi se ne vuole disfare, li spinge ai margini in un perverso gioco che sfida la sanità mentale del reietto.

“Il mondo ha un cuore di pietra” non può che pensare diversamente, ma nel momento in cui potrebbe riscattare la sua natura, esce fuori l’amore più puro, una rinuncia durissima e pregna di generosità e gentilezza.

È in quel momento che ho pensato che i veri mostri si presentano bene, hanno un bell’aspetto e parlano senza sbavature. 

I veri mostri imbrogliano lo sguardo, tranquillizzano ingannevolmente.  

“C’era un tempo in cui prato, bosco e ruscello, 
la terra e ogni essere a me noto, 
sembravano ornati da una luce celestiale
la gloria e la freschezza di un sogno,
non è più come era prima,
mi giro ovunque posso
di giorno o di notte
le cose che ho visto ora non posso più vederle
ma c’è un albero, di molti uno
un singolo campo che osserva dall’alto
entrambi parlano di qualcosa che è passato
la viola del pensiero ai miei piedi ripete lo stesso racconto
dove è scappato il barlume visionario?
dove sono ora, la gloria e il sogno?”

la Creatura nell’ultima scena della serie.





martedì 1 novembre 2016

La triste fama di un ponte


Nella foto che mi ritrae c’è una promessa mantenuta. Alla vigilia di un nuovo anno avevo deciso di cercare in giro, guardare oltre la realtà, sperando di incontrare una persona cara. 

Chi ha letto il post precedente sa che la vigilia alla quale mi riferisco è quella dell’antico popolo celtico, per il quale il 31 ottobre, il Samhain, è un giorno a dir poco particolare. Ha luogo l’ultimo raccolto, ci si prepara alla stagione invernale, si commemorano i morti, coloro che sono passati ad un altro mondo, lontano, irraggiungibile. 

Non l’ultimo giorno di ottobre, quando nell’oscurità gli spiriti ci vengono incontro e noi vivi ne approfittiamo per offrire del cibo, nella speranza che loro, un tempo amati, ci diano un po’ della loro compagnia. E visto che è anche un importante momento di riflessione, sarebbe bello condividere i nostri pensieri con chi non è più carne, ormai disinteressato ai piaceri materiali.

Il fresco di una stagione autunnale che stenta a decollare era ieri più deciso. Lo spostamento delle lancette all’indietro di un’ora, ha fatto calare il buio ancor prima, rendendo la serata ideale per incontri non esattamente ordinari. 

Non mi sarei allontanata troppo dalla zona in cui abito, percorsi non troppo illuminati, immersi nel parco dei Castelli Romani, luoghi perfetti per spiriti che non vogliono essere scoperti. Indosso qualcosa di scuro per non sembrare appariscente e qualcosa di chiaro e colorato, per non rischiare di mimetizzarmi nell’oscurità.

L’idea era di arrivare ad Ariccia oltre l’altissimo ponte per poi percorrere un lungo viale alberato che arriva sino a Genzano, il potente terremoto ha cambiato i piani ed il contesto. Non era permesso alle macchine di transitare sul ponte e tutto ha assunto connotati imprevisti: pochi rumori, l’aria che si sposta solo per il vento, molecole che arrivano al naso con il solo profumo della natura.

Questo fa sì che ci soffermiamo lì più a lungo del previsto, ed è a quel punto che l’incontro che avevo sperato si realizza, anche se lo spirito non è uno solo e i connotati non mi sembrano conosciuti.

Le anime appartengono a coloro che hanno deciso di spezzare la loro esistenza su quel ponte, casuale collegamento oltre la vita terrena. Si avvicinano a me e all’inizio ho paura, sono numerosi, tutti con storie diverse, molti avevano un lungo futuro davanti a sé. 

Cominciano a raccontarmi le loro storie e non riesco a seguirle tutte, mi sembra però di trovare un punto comune: la solitudine.

Ad un certo punto lo spirito di un ragazzo mi prende da parte. Mi racconta che il motivo per cui lo ha fatto era principalmente uno: la mancanza di speranza. Troppe delusioni e nessuno che capisse davvero il suo stato.

Sono andati via tutti insieme e mi è sembrato che il parlare di loro li avesse fatti felici. 

Sono tornata a casa angosciata, non ho incontrato la persona cara e quelle storie mi hanno intristito, ma visto che era anche la notte dei propositi, ho deciso di metterli nero su bianco.

Ho promesso di essere più sorridente, maggiormente cordiale, più disponibile, di ascoltare più attentamente. 

Una società accogliente e gentile, è un ottimo antidoto alla tristezza e alla solitudine.

Il calore umano alimenta la speranza e forse molti di loro non avrebbero fatto quella scelta. 

Credo che le parole di quel ragazzo volessero dire proprio questo. 

lunedì 31 ottobre 2016

Samhain, quando i morti incontrano i vivi


Quella odierna era una giornata di festeggiamenti per l’antica popolazione dei Celti che abitava la verde Irlanda. L’epoca è quella dei Romani e per i Celti il 31 ottobre corrispondeva alla vigilia di un nuovo anno con significati e simbolismi del tutto particolari. 

Il Samhain ricordava la fine di una stagione, quella estiva, l’ultimo raccolto che era il preludio alla stagione invernale in cui ci si chiudeva nelle proprie case, passando il tempo a raccontare storie e leggende. Nel periodo del rigido freddo tutto tace, la vita riposa proprio come i morti che dimorano nel sottoterra, almeno fino a quel momento. 

Perché per i Celti era proprio il 31 ottobre, il giorno in cui il Samhain invocava gli spiriti dalla landa felice e di eterna giovinezza che li ospitava affinché si unissero ai vivi. Non sarebbe stato possibile senza che le leggi del tempo e dello spazio si infrangessero, dando vita ad una dimensione del tutto nuova in cui la morte non è più una linea di demarcazione ben definita. 

Non esisteva un aldilà, le due dimensioni si fondevano in unico mondo. I morti avrebbero potuto tornare nei luoghi della loro esistenza, aggirarsi indisturbati, dando luogo al giorno più intriso di magia che il calendario potesse conoscere, il giorno che non esisteva. 

Samhain era un importante momento di contemplazione spirituale, in cui celebrare il ritorno dei propri cari, ma anche esorcizzare la morte, il popolo del sottosuolo che irrompeva tra i viventi, non senza incutere paura. 

Si rimuoveva fisicamente un enorme scudo, lo Skathach, creando così un’apertura con il mondo dei defunti, per loro si lasciava del cibo sulla tavola o si mettevano le luci alle finestre, per guidarli nella notte. 

Non poteva essere altrimenti in un giorno in cui si dava il massimo onore agli antenati, si esaltavano le loro gesta, o semplicemente si evocavano momenti felici passati insieme a loro.  

Questo è anche un giorno di iniziazione, si dava vita ad un enorme falò, all’interno del quale si sacrificavano animali, in una contemporanea celebrazione per il nuovo che prende il posto dell’anno passato, buoni propositi da realizzare con l’aiuto degli dei o brutte abitudini da eliminare.

Non sarebbe male se approfittassimo anche noi, frustrati abitanti di quest’epoca complicata e bellicosa, per mettere nero su bianco ciò che non va nel nostro modo di comportarci, verso noi stessi, il prossimo, la natura e ci ripromettessimo di fare diversamente. 

Potremmo non avere un falò a disposizione, possiamo sempre fare la carta in mille pezzi. E se magari ci avanza tempo, mentre siamo in giro, guardiamo più attentamente, oltre la realtà, gli spiriti potrebbero aggirarsi senza meta ed affamati. 

Non è detto che siano di buonumore per come stiamo conducendo la storia del pianeta, di certo non lo sono se hanno condotto gesta eroiche nella speranza di costruire un mondo migliore. 

Se siamo fortunati potrebbero essere parenti o amici ai quali abbiamo voluto veramente bene. 

Io spero di incontrare spiriti benevoli, mi auguro una persona cara alla quale vorrei far leggere i miei post, davanti al caldo fuoco di un camino. 

Rispetto al passato l’inverno in procinto di arrivare sarebbe meno rigido, spenderemmo il tempo a parlare del vecchio e soprattutto del nuovo da costruire.

E visto che ho il fuoco a disposizione, ne approfitterei per bruciare la carta con qualche brutta abitudine da cambiare. 


domenica 23 ottobre 2016

Fu il tuo bacio, amore, a rendermi immortale.


Lo scrisse l’autrice Margaret Fuller nel 19° secolo, investendo il bacio di un immenso potere, in grado di influenzare l’unica vera certezza dell’esistenza umana: la mortalità. 

Gabriel Garcia Marquez ci ricorda invece quanto sia importante non lesinare sul concederli, a suggello di un legame, ma anche per confermare un rapporto di fiducia, oltre che di amore, per comunicare alla persona che lo riceverà il valore che ha la sua stessa esistenza: 

"Se sapessi che oggi è l’ultima volta che ti vedo uscire dalla porta, ti abbraccerei, ti darei un bacio e ti chiamerei di nuovo per dartene altri.”

Nel corso dei secoli fiumi di parole sono state spese, in versi o capoversi, per esaltarne l’importanza, infinite quantità di colore hanno immortalato quello passionale tra innamorati, consacrato in un avvolgente abbraccio. Poeti, pittori, artisti che lo hanno impresso a fuoco nelle righe della memoria.

Mai fu più opportuna tanta enfasi, degna celebrazione delle manifestazioni più alte che un sentimento come l’amore può vantare. In questo post voglio anch’io magnificarne le virtù, aggiungendo anche un caloroso abbraccio e qualche secolo di scienza che ha scoperto di entrambi i benefici in termini di salute psicofisica. 

Proprio così, un bacio è in grado di abbassare il cortisolo, l’ormone dello stress, aumentando quello dell’ossitocina, serotonina, endorfine che agiscono, per contro, sul tono dell’umore, facendoci sentire rilassati ed in armonia con il mondo. L’abbraccio deve durare almeno 20 secondi e se ce lo concediamo con persone di cui abbiamo piena fiducia, tanto meglio. 

Visto che lo stress è il male di questo secolo, allora è proprio il caso di abbandonare l’avarizia ed elargirli con generosità, anche perché, ragionando in termini egoistici, saremmo i primi a beneficiarne.  In primis per ciò che concerne la salute fisica dal momento che hanno un effetto simile a quello di un analgesico, ma non solo. 

Aumentano le difese immunitarie attraverso il rilascio di sostanze chimiche benefiche e la contemporanea diminuzione dell’ormone dello stress li rende tranquillamente prescrivibili dal medico come cura preventiva per la salute del cuore. 

Se durante un lungo abbraccio o un bacio appassionato la pressione diminuisce è altrettanto importante sottolineare quanto questi facciano bene all’autostima e siano immensamente liberatori. 

Lasciarci andare nelle braccia di un’altra persona abbassa le difese, quelle che teniamo sempre alte nei rapporti interpersonali e che non ci fanno mai essere noi stessi. Ciò fa paura, ma quando accade non potremmo sentirci meglio. E non potremmo fare dono più prezioso, fiducia e sostegno all’altro che si trasformano in calore umano. 

Un lungo abbraccio non è qualcosa che ci scambiamo con persone che conosciamo poco, ed il bacio è un gesto ancora più intimo, che in genere si concedono persone che hanno in essere una relazione amorosa. 

La verità è che spesso anche tra persone degne di reciproca fiducia con il tempo questi scambi amorosi tendono a perdersi nella routine quotidiana, lasciando spazio a parole inutili e scambi meno “impegnativi”. 

In un epoca tanto pregna di egoismo e disumanità, dovremmo preservare dei momenti consacrati all’altro, chiunque altro al quale vogliamo dare e ricevere amore, sostegno, fiducia, stima, apprezzamento. 

Nessun scrittore o poeta, anche il più valente, riuscirebbe mai ad esprimere con le parole, quanto questi nobili gesti riescono a dire nel momento stesso in cui si esprimono. 

Ogni volta che non ci pensiamo o ce ne dimentichiamo, perdiamo un’occasione per essere felici. 

Italo Calvino aveva descritto la malinconia di chi non può più perdersi nell’ebbrezza dei sensi:

“Se infelice è l’innamorato che invoca baci di cui non sa il sapore, mille volte più infelice è chi questo sapore gustò appena e poi gli fu negato.”


domenica 16 ottobre 2016

Overshoot Day: quando la Terra dice basta!


Lo scorso 8 agosto abbiamo esaurito le risorse che la Terra era in grado di offrirci per l’anno 2016, con ben 5 mesi di anticipo dalla fine!
Stiamo divorando piante ed animali, ad una velocità tale da non concedere loro la possibilità di riprodursi, rigenerarsi. 

Siamo sempre più numerosi, diversi miliardi, affamati, belligeranti, pretenziosi e per nulla rispettosi, per lo meno non la maggior parte. E la Terra annaspa, in questa costante, interminabile richiesta, come una madre incapace di saziare tutti i propri figli. 

Oltre alla insufficienza di risorse, ciò che preoccupa fortemente è il riscaldamento globale e le sue devastanti conseguenze. Sembrano essere due problemi con radici diverse, ma in realtà il denominatore è decisamente comune e si chiama spreco, sia esso alimentare che relativo all’eccessivo sfruttamento di materiali, minerali, combustili. 

Sarebbe interessante fare un grafico su come l’uomo si muove sul suo pianeta, di cosa si nutre, cosa sfrutta per vivere, e soprattutto a che velocità fa tutto questo. Ne verrebbe fuori un andamento compulsivo, in cui ripete comportamenti in maniera automatica senza pensare, riflettere sulle conseguenze.

Perché delle conseguenze ci sono eccome e se oggi ci sembra che non sia affatto così, in realtà è proprio vero il contrario, e le future generazioni sono quelle in reale pericolo. 

Il grafico di cui sopra, vedrebbe lo stesso abitante del pianeta, in lotta con altri simili per il controllo di quei combustili fossili, il cui sfruttamento sta sfinendo il luogo in cui lui stesso vive. Praticamente alla ricerca spasmodica di autodistruzione. Perfetto caso da manuale psichiatrico.

È vero che i governi dovrebbero mostrare di tenere maggiormente al posto che abitano, ma ciò non alleggerisce la coscienza dei singoli per le loro responsabilità. 

Ogni individuo può e deve preoccuparsene, tanto per elevarci un po’ più in alto dell’insignificante rango di miliardesimo abitante del pianeta, di cui nessuno conserverà più un ricordo dopo la morte.

Già se si inizia a riflettere sulle conseguenze dei propri gesti, si rende onore alla presunta intelligenza della nostra natura, se lo si fa tutti insieme, si potrebbe cominciare a pensare che non siamo proprio votati all’autodistruzione.

Proprio nella vita di tutti i giorni possiamo dimostrare di essere degni cittadini del pianeta; la parola d’ordine è sempre una: ridurre al minimo gli sprechi. 

La ricerca spasmodica di calore o di fresco negli ambienti chiusi fa sì che i consumi di energia salgano incredibilmente, spesso basta molto molto meno per stare comunque bene. Prediligere il treno come mezzo per gli spostamenti, riduce di gran lunga l’inquinamento atmosferico. Acquistare meno di tutto, meno cibo, meno abiti, far durare più a lungo ciò che già si possiede. 

Forse in pochi sanno che l’industria della moda è una delle più inquinanti per l’ambiente e che la carne rossa è uno dei cibi più deleteri con alte percentuali gas ad effetto serra prodotti per il suo allevamento. 

Dovremmo poi far sparire dalle nostre tavole i cibi spazzatura, i cosiddetti junk food, cibi dalle calorie vuote che non apportano principi nutritivi, ma sono altamente dannosi sia per la propria salute che per quella dell’ecosistema.

Non dobbiamo vederle come magnanime concessioni fatte al pianeta, visto che i diretti beneficiari saremmo proprio noi, anzi la nostra salute. Vivere in un ambiente inquinato fa ammalare. 

La temperatura sta aumentando e se non ci affrettiamo a porre rimedio, la Terra sarà un malato incurabile. 

Trovare la cura sarà l’ultimo dei problemi.

domenica 2 ottobre 2016

Il viaggio non è uno status symbol


In questo scorcio d'estate, così come ogni anno in questo periodo, si fa il bilancio di una stagione, quella estiva, che dovrebbe aver contribuito a far rilassare ed aver rigenerato a sufficienza prima di riprendere un anno di fatiche, lavoro o studio che sia.

Ed invece l’effetto terapeutico che una vacanza dovrebbe infondere si perde tra ritmi frenetici e tour de force del divertimento che mal si accordano con i tempi più blandi richiesti ogni tanto dal nostro cervello. Ma per quanto una vacanza possa essere stancante, in realtà chi sta veramente peggio è chi quella villeggiatura non se la può concedere. 

Secondo la logica della competizione per arrivare sempre più in alto nella scala sociale, il viaggio è valutato ben più di una bella macchina. Quindi se non si ha un luogo interessante da raccontare ad amici e colleghi, è persino lecito inventarselo, creandosi uno sfondo internazionale al computer e mettersi in primo piano, da vero giramondo.

Pare che più di qualche italiano abbia attinto agli strumenti che la tecnologia ci offre, per creare un artefatto che non lo faccia sfigurare nei vari resoconti post-estate. In questa logica perversa che stima il viaggio al pari di un bene materiale, chi più gira, più si arricchisce, ma non certo perché allarga i propri orizzonti mentali. 

In una società consumistica, i cui giudizi sul prossimo si basano prevalentemente sulla quantità di beni materiali posseduti, la vacanza perde il suo reale significato e diventa un vestito alla moda, senza ci si sente emarginati ed è quello che davvero succede.

In realtà il viaggio è sì un vestito, ma che deve essere cucito addosso alla persona, diverso per ognuno di noi. Ascoltare il collega che si perde nei particolari di un racconto dai contorni esotici, può rivelarsi un’esperienza interessante, perlomeno a parole, perché magari, per quanto ci si faccia rodere dall’invidia, quella vacanza non è adatta al nostro modo di essere. 

Il viaggio è un’esperienza del tutto soggettiva e personale e va quindi scelto in base alle proprie inclinazioni, anche se queste eventualmente ci portassero a far visita ad un monastero. 

Non può il viaggio diventare un termine di discriminazione economica, anche se chi ha i mezzi economici per affrontarne di lontani ed interminabili appare ai nostri occhi il più fortunato dei terrestri.  

Vedere da vicino le meraviglie del pianeta è di certo appagante e inebriante, ma arricchisce lo spirito solo se si è realmente predisposti, altrimenti è un gesto di puro egoismo, effimero e volatile.

Se si visitano posti con una natura che mette i brividi, torniamo a casa con la voglia di cambiare il nostro stile di vita per contribuire a non perdere un tale patrimonio? Quando andiamo in un luogo dove tocchiamo con mano la povertà attorno all’albergo di lusso a quattro stelle, siamo in grado poi di apprezzare ciò che abbiamo nella vita di tutti i giorni? Visitando un luogo pregno di storia, sappiamo imparare da essa, evitando l’odio che ha portato alla distruzione di una civiltà?

Il bello è che tutto ciò lo si può apprendere stando seduti in un bel parco, vicino casa, con in mano un libro ed uno spirito da avventuriero, quello che si trova nelle persone che veramente vogliono un mondo diverso, migliore, evoluto e si impegnano concretamente.

Per loro il viaggio non termina mai. Faticoso, unico, il più fantastico che si possa immaginare. 

Peccato che non lo raccontano alla fine di ogni estate.