domenica 25 febbraio 2018

Vi prometto aria pulita e verde ovunque



Pare che dalle nostre parti parlare di ambiente non rappresenti uno slogan in grado di attirare elettori, i quali forse non sentono la mancanza di politici che dimostrano interesse alla questione. 

In netta contrapposizione rispetto ad altri paesi dove persino i leader di partiti storici, abituati ad essere focalizzati sulla propria realtà e piuttosto chiusi alle influenze esterne, comprendono che si rende necessario salvaguardare la salute di chi vorrebbero continuare a governare. 

Che si tratti di reale intenzione o mossa strategica necessaria, la realtà è che il leader comunista cinese al congresso del partito ha parlato di ambiente più che di economia, dando luogo ad una svolta senza precedenti che si è resa anche doverosa per le condizioni in cui versa il paese, stremato da anni di politica disinteressata a salvaguardare l’ecosistema. 

Città inquinate al punto da non riuscire a vedere l’orizzonte, fiumi intossicati dai veleni e una delle più potenti realtà economiche al mondo che necessariamente deve fare i conti con una crescita economica evidentemente poco attenta a non attentare alla salute dei cittadini. 

In verità anche altri leader politici mondiali dovrebbero preoccuparsi di quanto lo sviluppo del loro paese incida sulle possibilità di sopravvivenza del pianeta negli anni, soprattutto se questo paese, come potrebbe essere gli Stati Uniti, rappresenta uno dei maggior divora risorse. Se comincia a preoccuparsene la Cina, seppur costretta dagli eventi, forse dovremmo cominciare a pensare che la questione è davvero urgente.

E l’Italia, in piena campagna elettorale, come si pone di fronte a questo grave problema?

Il punto è che non se ne preoccupa, tanto che gli slogan parlano di ben altro, intrisi di promesse e propositi che più che l’armonia con il mondo circostante inneggiano a sentimenti di contrapposizione, rivalità, esaltazione personale degli stessi leader che li promuovono.

Tanto egocentrismo deconcentra da quanto realmente rappresenta un problema nella realtà e lo smog che uccide ogni giorno o il cemento che annichilisce le bellezze naturalistiche, sono declassati a questioni minori, pronti ad essere condonati per somma gioia degli stessi cittadini che non vedranno modificate le loro abitudini. 

Eppure pare che gli italiani si dicano preoccupati dell’inquinamento da plastica in particolare, non è chiaro se ci sia consapevolezza delle conseguenze dello smog sulla salute, e di quanto sia importante ampliare le zone di verde nelle città al fine di salvaguardare la salute psicofisica dei suoi abitanti. 

Se i leader non ne hanno fatto cenno nei loro slogan, evidentemente i temi non sono poi così sentiti, o comunque nessuno è disposto a sacrificare nulla della sua sfera privata pur di far affluire ai polmoni e al cuore aria più pura, abbassando di parecchio il rischio di ictus o infarto.

In realtà il nostro è un paese che dovrebbe avere molto a cuore il tema della salvaguardia ambientale, sia per il patrimonio naturalistico che ospitiamo, sia per la fragilità di grandi parti del territorio, interessate da rischio idrogeologico e sismico. 

Dovremmo fare molto per proteggere il verde che ci salva dall’acqua e batterci contro il cemento che deturpa quanto di bello rimane, ma siamo disposti a privarci di qualche comodità o opportunità per garantire a noi e alle generazioni future una ben più elevata qualità di vita?

Se nessun politico ha messo in mezzo l’ambiente nei suoi slogan pieni di speranza e ostentato ottimismo, allora la risposta è no. Il tema ambientale era e rimane una questione minoritaria, da trattare nelle ultime pagine del programma di un movimento o da non trattare affatto per tutti gli altri. 

Anche se in realtà investire nell’ambiente ha ricadute economiche e occupazionali non di poco conto, quindi non rappresenta solo una questione di salute o di principio per amanti del verde.

Ammetto che mi sarei fatta influenzare da un leader che avesse fatto proprio lo slogan “Vi prometto aria pulita e verde ovunque”, e non sarebbe stata ingenuità o banale credulità. 

So bene che sarebbe stato difficile assolvere un tale compito il tempo di un mandato elettorale, considerato l’innato ostruzionismo di chi in questo paese deve essere contro sempre e comunque. Lo avrei votato perché anche il solo parlare di ambiente, sollevare il problema con toni così solenni, sarebbe stata una svolta epocale. 

Pulizia dell’aria piuttosto che etnica, verde in ogni luogo invece che ennesimo condono; forse alla fine non se ne sarebbe fatto nulla o quasi, ma le parole hanno il loro valore e sono pur sempre testimonianza di cambiamento anche solo culturale. 
Ed è quello di cui abbiamo davvero bisogno.


domenica 11 febbraio 2018

Da Netflix a Landflix, lo spettatore che diventa protagonista

Quante volte guardando una serie televisiva non abbiamo desiderato essere dentro al contenitore insieme ai protagonisti, vivere con loro quella realtà. Estraniarci dalla quotidianità per essere catapultati in un mondo divertente, poliziesco, thriller, fantascientifico, o bizzarro, a seconda dei gusti e delle inclinazioni di ognuno di noi. 

Per quanto mi riguarda i mondi dei quali avrei voluto far parte, li devo selezionare tra le tante serie che hanno accompagnato la mia infanzia e adolescenza. Tutte amate, ma alcune mi sono rimaste nel cuore. 

Sarebbe stato a dir poco emozionante incontrare l’extraterrestre più simpatico di tutti i tempi televisivi, un giovanissimo Robin Williams proveniente dal lontano pianeta Ork. Mork e Mindy mi ha fatto considerare la possibilità che non fossimo unici in questo Universo.

Quanto avrei voluto per una volta viaggiare attraverso i secoli in compagnia del fascinoso scienziato e del suo strampalato amico Al? Un viaggio nel tempo è riuscito a rafforzare il mio amore per la fantascienza. 

Fame o meglio conosciuto in Italia come Saranno famosi ha abilmente raccontato le vicende di alcuni giovani che cercano conferma del loro talento in una famosa accademia newyorchese. Chi non avrebbe voluto tentare un passo di danza con il talentuoso Leroy?

E quanto avrei desiderato voltarmi verso il piccolo Arnold, durante una spassosa partita a Monopoli e con espressione un po’ minacciosa rivolgergli la famosa frase “Cosa stai dicendo Willis?” che sarebbe diventata: “Cosa stai dicendo Arnold?” riuscendo forse ad accattivarmi la sua contagiosa simpatia. 

La serie è Different Strokes, qui l’umorismo riusciva sapientemente a legarsi alla riflessione su temi importanti quali il razzismo o l’abuso di droghe. Per quanto alcuni attori della serie hanno avuto gravi problemi in questo senso qualche tempo dopo.

Passano gli anni, la tecnologia avanza e può accadere che i sogni di una bambina possano magicamente realizzarsi. La serie cambia il suo contenitore che non è solo più il televisore, ma ad un costo molto basso può essere visualizzata su qualsiasi dispositivo, un computer, un tablet e persino un cellulare.

La rete televisiva americana Netflix lo rende possibile. Una rivoluzione nel mondo cine-tv, ma il mio sogno di tanti anni fa rimane tale e senza possibilità di realizzarsi. 

Fino ad oggi, al momento in cui entra in scena Landflix. Il computer che Netflix ha reso possibile come contenitore delle serie preferite diventa anche il luogo in cui Landflix mi concede il privilegio di accedere a quel mondo proibito per i non addetti. Un gioco che diventa il lasciapassare dello spettatore verso la realtà delle serie tv, e non solo. 

È lui, a questo punto, il protagonista in un nuovo universo che è un connubio, testimone dei tempi che evolvono. Il mondo dei giochi entra magicamente in quello della televisione, stravolgendone i ruoli, mantenendone però l’originalità dei contesti e l’intenzione di chi li ha ideati. Anche i protagonisti conservano i loro connotati, va solo registrata una nuova entrata, una scrittura imprevista, la nostra.

Se vogliamo che questo sogno possa realizzarsi questo è il momento giusto per esprimere la nostra volontà. Siamo nel momento clou della campagna Kickstarter che deciderà le sorti di questo progetto tutto italiano. Fantastico Studio è la società che lo ha creato. 

Il Kickstarter ci dice quanti soldi sono necessari affinché un prodotto si possa realizzare, ed ognuno di noi può partecipare alla sua realizzazione attraverso un contributo, piccolo o grande, che viene addebitato solo se il tutto va a buon fine. Si può decidere di dare anche solo un euro o di offrire la quota necessaria per una copia del gioco più una maglietta o un poster. Più è alto il numero dei sostenitori, più ci sono possibilità che l’idea si concretizzi. 

Sostengo con molto piacere questo progetto, conosco bene le persone che lo hanno creato e quanto duro, durissimo lavoro ci sia dietro. Anni di preparazione, di studio, di ore sottratte al divertimento, nella speranza di emergere nel difficile e competitivo mondo dei videogiochi. 

L’Italia poi non è certo il paese delle opportunità, e se non si hanno le giuste conoscenze che indirizzano verso i grandi finanziamenti si rischia di restare sempre al punto di partenza. Fantastico Studio è nato grazie ad un piccolo contributo da parte di una società già affermata che ha creduto in loro, ora tocca a noi confermare quella fiducia. 

Sarebbe bello creare un precedente nel nostro paese, nel quale i giovani devono crearsi le loro opportunità e dove spesso anche il migliore entusiasmo non è garanzia di successo e la delusione allontana le persone verso altri luoghi. 

Potremmo invertire la tendenza e magari grazie ad un esito positivo avvicinare la gente a questa nuova possibilità, il Kickstarter, ancora poco conosciuto da noi, così che possa essere utilizzato anche per altre idee originali da giovani desiderosi di concretizzarle. Una raccolta fondi basata sull’entusiasmo e sulla fiducia delle persone. Per una volta senza altre condizioni esterne ad inquinare l’onestà delle intenzioni.

In questo caso, c’è anche uno scopo egoistico per me. Un sogno dell’infanzia che si realizza è quanto di più incredibile possa accadere. Se poi i sogni che diventano realtà sono due, il tutto assume l’aspetto di un miracolo. Non accade tutti i giorni che dei ragazzi vengano premiati per il loro merito. Non in Italia.

Andate a questo collegamento per offrire il vostro contributo al progetto Landflix: http://kck.st/2E68a2w





domenica 4 febbraio 2018

Un uomo meno uguale degli altri


Quando ho terminato la visione di questo film, mi sono resa conto che se non l’avessi visto non avrei conosciuto la storia di un uomo che ha fatto la differenza, enormemente. Il film è The Imitation Game e prende corpo dalla biografia di Alan Turing, un geniale matematico che mette le proprie conoscenze a disposizione del governo britannico durante il secondo conflitto mondiale. 

E non solo il suo sapere, in questo caso infatti possiamo parlare di un vero e proprio genio creativo che sviluppa idee così nuove da precorrere i tempi e per questo piuttosto difficili da concretizzare. Ma la situazione durante quegli anni è talmente drammatica da riuscire a scalfire anche i dubbi dei più scettici. Fu così che nacque una macchina in grado di decriptare i codici utilizzati dalle forze armate tedesche, creati da un marchingegno in loro dotazione denominato Enigma. 

Non era un’operazione di poco conto rendere comprensibili quei codici, ma Alan Turing ci riuscì grazie all’uso dell’algoritmo e quindi del calcolo che preannunciava di parecchi anni quello del processore di un moderno pc. Ed è per questo che è considerato, senza il minimo dubbio, il padre della moderna informatica, l’antesignano dello sviluppo dell’intelligenza artificiale che ha permesso agli alleati di superare quella umana. La quale seppure per scopi di distruzione della stessa specie aveva utilizzato una macchina complessa e innovativa, ma fortunatamente non infallibile. 

Turing aveva capito l’importanza dell’uso del calcolo non solo in questioni vitali come può essere l’evitare la devastazione di un conflitto mondiale, ma nella pratica quotidiana. Non era difficile per lui credere che in futuro sarebbe stato possibile replicare la mente umana e proprio seguendo gli schemi del cervello fu possibile creare l’intelligenza artificiale. 

Erano però concetti fin troppo lungimiranti per l’epoca e anche se decifrare i messaggi dei nemici aveva salvato milioni di vite e contribuito all’esito finale, costruire la macchina che lo aveva permesso era stato tutt’altro che facile. Come non lo era mai stato nulla nella sua breve vita. Incompreso sin dai tempi del liceo, in cui pur brillando negli studi matematici era mal visto dai professori che prediligevano le materie classiche. 

Si laureò comunque con il massimo dei voti, dando inizio ad un percorso di studi e sperimentazione in diversi campi, arrivando ad analizzare il rapporto tra computer e natura, fino ad approcciarsi alla cibernetica e all’embriologia.

A quali traguardi sarebbe potuto giungere uno studioso con tali capacità e lungimiranza? Cose inimmaginabili. Grazie all’applicazione della scienza o della cibernetica in medicina e in fase embrionale, si sarebbe potuti arrivare a risolvere situazione di grave incapacità o addirittura curare malattie diagnosticate ancor prima di venire alla luce.

Peccato che queste incredibili chance le abbiamo sprecate perseguitando l’uomo che era in grado di offrircele, così come aveva già fatto con la decifrazione dei codici tedeschi cambiando le sorti della guerra. Impresa per la quale non ricevette mai un riconoscimento in quanto l’attività era segretissima, sia lui che i suoi collaboratori hanno dovuto tacere fino alla morte. 

In riconoscenza a quanto compiuto il governo britannico ha pensato bene di perseguitarlo per la sua omosessualità che era un reato negli anni ’50 persino nella civile Inghilterra e non stiamo parlando di secoli fa. Arrestato, barattò la sua condanna alla detenzione con quella a morte della castrazione chimica ossia l’assunzione forzata di estrogeni che oltre a diversi effetti sul fisico lo portarono lentamente in un baratro di depressione senza via di uscita. Si uccise assumendo del cianuro molto probabilmente messo all’interno di una mela, frutto che era solito consumare. 

Si è dovuto attendere fino al 2013 affinché il valoroso scienziato ricevesse la grazia postuma con tanto di scuse da parte del governo, il quale nella persona del Primo Ministro riconosce che Alan Turing avrebbe meritato di meglio.

Dal momento che non si può porre rimedio ad una tale perdita, si può solo riflettere sulla nostra incapacità di ragionare su larga scala, prendendo come riferimento la società umana nella sua interezza e non il nostro piccolo mondo costruito spesso su giudizi insensati e intolleranza rispetto a ciò che è diverso. Perché il prezzo da pagare per il pregiudizio e la meschinità è alto ed è a carico di tutti indistintamente.

La triste verità è che un uomo non ha lo stesso valore di un altro e uno come Alan Turing vale un salto evolutivo di parecchi anni e la possibilità di arrivare a scoperte eccezionali che in sua assenza potrebbero giungere troppo tardi o non realizzarsi affatto. Quando un genio della sua portata arriva a togliersi la vita, vuol dire che la società umana ha fallito gravemente e deve riconsiderare il modo di porsi nei confronti dei suoi simili.

Più di quanto io abbia tentato di fare attraverso questo post, riporto una frase ripetuta più volte nel film, che ci spiega questi concetti in poche parole:

“Penso che a volte le persone che nessuno immagina che possano fare certe cose, sono quelle che fanno cose che nessuno può immaginare.”


domenica 21 gennaio 2018

Una femmina si lamenta di qualcosa, una donna cerca di cambiarlo


A volte la differenza tra un termine ed un altro che sembra essere il suo simile, non è poi così sottile e nasconde due mondi inavvicinabili. 
Me ne sono resa conto quando ho sentito una persona che conosco fare delle precisazioni al momento dell’utilizzo della parola donna piuttosto che femmina.

La mia curiosità mi ha portato ad approfondire il perché di questa puntualizzazione, il che ha dato luogo ad una conversazione tra il serio e l’ironico.

In base a quanto affermava il mio interlocutore ci sono differenze non di poco conto tra i due termini e a quanto pare tra due modi di affrontare il prossimo e la vita, essenzialmente diversi.

La femmina parla eccessivamente e a voce alta, principalmente per criticare o formulare giudizi su situazioni o altre persone, diffonde notizie che appartengono alla sfera privata di altri, dà molta importanza alla sua immagine fino a spendere molto del suo tempo per curarla o migliorarla, così come considera fondamentali aspetti che riguardano l’immagine che si dà agli altri, non ascolta né osserva il contesto che la circonda.

La donna si muove con grazia, il suo tono è calmo e pacato, la voce mai stridula, discreta, possiede un acuto senso di osservazione rispetto alla realtà circostante, educata, emotivamente intelligente, mentalmente aperta al punto da diventare lungimirante, ha le carte in regola per diventare una leader. 

E siamo ad un altro punto fondamentale della questione femmina-donna. Si è lottato per anni e non solo ideologicamente, per riuscire ad aprire un varco nella granitica predominanza maschile nei luoghi del potere. 

Quando la fatidica e agognata posizione viene raggiunta da una rappresentante del gentil sesso, sono soprattutto le sue sottoposte che non ne sono felici, lamentando caratteristiche ben diverse da quelle descritte. Opinioni scambiate in giro lo dicono chiaramente, i sondaggi ufficiali lo confermano.

Vittima di umori altalenanti, parziale nei giudizi, incapace di gestire i conflitti, in continua competizione con persone del suo stesso sesso, sembra poter intessere rapporti più costruttivi solo con colleghi del sesso opposto, ai quali, però, deve sempre dimostrare di essere all’altezza, se rivestono posizioni di potere.

Al di là della piega ironica che aveva preso l’intera conversazione e ben lungi dal categorizzare le persone, la questione che è importante sottolineare riguarda le intrinseche potenzialità della donna, quando emergono possono davvero fare la differenza nel bene e nel male.

Leggevo un articolo che parlava del ruolo delle donne nella criminalità organizzata, dominante e strategico, di fine organizzazione e di particolare efficienza. Insomma a dirla tutta, perlomeno stando alle dichiarazioni dei pentiti pare che gli uomini eseguissero solo quanto “comandato” dalle loro mogli o comunque da coloro che avevano dimostrato un’innegabile superiorità nell’amministrare gli affari di “famiglia”. 

L’articolo intitolava “Quando la mafia è donna”, il mio collega non avrebbe avuto da ridire perché erano sì donne, ma tanta magnificenza è purtroppo al servizio di scopi distruttivi.

Tutto cambia quando una donna si muove per fare ciò che le riesce alla perfezione: sedurre, incantare, ipnotizzare l’attenzione per poi condurre al cambiamento con un’eleganza che neanche i migliori maghi sarebbero in grado di mettere in campo. 

Le donne, di fronte alle quali non riesci a far altro che inchinarti, per la grazia che riescono a sprigionare, il coraggio che disarma, il fascino che posseggono e tu sei lì che osservi incantato le loro mosse o meglio i loro movimenti, verso il futuro, l’evoluzione.

Un esempio su tutte Aung San Suu Kyi che per anni fino ad oggi ha messo in campo una lotta pacifica per condurre il proprio paese, la Birmania, verso la democrazia. Ha fatto e continua ad essere la storia di una parte di mondo.

Vorrei anche citare Julia Hill nota come la ragazza che visse sull’albero. Lo ha fatto per ben due anni allo scopo di salvare una sequoia millenaria che nel lontano 1997 in California rischiava di essere abbattuta. Attirò l’attenzione mondiale sul problema del disboscamento a scopi commerciali, all’epoca ancora poco sentito.

Cosa aggiungere su Rosa Parks? Si rifiutò di cedere il suo posto ad un passeggero bianco, dando il via al movimento dei diritti civili in America. Siamo negli anni ’50.

Il pianeta ha bisogno di loro, di persone che abbiano a cuore ciò che le circonda, di donne che sconvolgano ciò che è già deciso, che facciano cambiare le cattive idee agli uomini. Loro possono.

martedì 2 gennaio 2018

L'immenso potere di un consumatore


Durante i giorni dedicati alle festività natalizie, in particolare ma non solo, si tende ad eccedere nel consumo di beni di qualsiasi tipo, sia materiale che alimentare. Proprio quando ci si lascia andare all’eccesso, ci si dovrebbe fermare a riflettere su quello che possiamo fare nella veste di consumatori. 

In verità moltissimo sia per il pianeta che per cambiare un sistema mondiale basato sullo scambio di beni, merci o servizi ai quali viene attribuito un valore in denaro che è quello che determina l’andamento di tutte le cose, post-rivoluzione industriale. Maggiori quantità di questi vengono scambiate, più banconote verranno prodotte, l’economia mondiale va avanti in base a flussi di denaro che regolano la supremazia di uno Stato sull’altro. 

Su questi immensi patrimoni che si accumulano si basa la forza di alcuni colossi industriali, dietro ai quali non ci sono molte persone che contano, considerando il numero di abitanti mondiale. Questi ultimi però hanno un inconsapevole potere di far andare le cose diversamente da quanto accade oggi. 

Dal momento in cui ci si alza la mattina, ci si mette a tavola per fare colazione (non tutti al momento godono di questo privilegio), ci si reca al lavoro, si consuma un altro pasto, per poi spostarsi in un altro luogo, fino ad arrivare alla sera dove ci aspetta altro cibo che terminerà la sua funzione nel nostro canale digerente, fino al volgere di una giornata che a noi sembra trascorsa come le altre, ma non è esattamente così. 

Ogni volta che abbiamo mangiato del cibo, abbiamo fatto una scelta ben precisa, un alimento piuttosto che un altro fa un’enorme differenza in termini di inquinamento che il produrlo e trasportarlo ha generato. Il luogo dove è stato prodotto e la quantità che compreremo e che alla fine consumeremo è maggiormente rilevante ai fini dell’impatto ambientale e lo è ancor di più il fatto che realmente mangeremo quanto abbiamo acquistato, senza sprecare nulla. 

E qui si va ancora un po’ più indietro nel tempo, al momento in cui ci troviamo dentro al supermercato, pronti a riempire il carrello di ogni possibile leccornia, tanto per soddisfare i sensi o le smanie di chi ci circonda, allettati dalle tante offerte speciali, ma non muniti di un’utilissima lista della spesa e concentrati su quanto veramente necessario. 

La grande industria ha già deciso che dobbiamo alimentarci in un certo modo, comprare determinate quantità, il più delle volte al di sopra dei nostri reali bisogni, ha scelto il gusto e il colore al posto nostro. Noi potremmo anche dissentire, e in effetti quando questo succede come è stato il caso dell’olio di palma, loro fanno un passo indietro e giusto in tempo per evitare di distruggere tutte le foreste di qualche povero paese, orientiamo noi la produzione in altro senso, in questo caso palm oil free. 

Questo accade difficilmente perché se non c’è qualcuno più attento che ci fa aprire gli occhi su un problema reale e non frutto di una paranoia, nessuno si prende la briga di mettere in atto uno spirito critico, fa quello che deve fare ossia silenziosamente consuma, in grosse quantità. 

La mattina mangia, si spera senza gettare via, a pranzo consuma e scarta, a cena consuma e scarta ancora, ancora e di più. Ha comprato troppo al supermercato, ha ordinato smisuratamente al ristorante, si è spostato continuamente con il mezzo privato quando avrebbe potuto più spesso usare il mezzo pubblico. 

Si è reso complice, ancora una volta, di questo sistema divora risorse che non continuerà per sempre, per via del fatto che viaggia a ritmi troppo sostenuti e perché le risorse non sono eterne. Se ognuno di noi mettesse in atto dei cambiamenti nella dieta che assume giornalmente, sarebbe un passo in avanti enorme nel far procedere un diverso modo di coesistere con la natura che ci circonda. 

Ci sono molti approcci in questo senso, chi predilige un cibo piuttosto che un altro, chi lo elimina del tutto e va sempre bene chi si nutre pensando. È proprio questo il punto, bisogna riflettere quando si compiono gesti che possono sembrare banali, a cominciare dagli articoli che si mettono in un carrello. 

Dobbiamo decidere di ridurre le quantità, dovremo riappropriarci dei gusti, dei colori, del rispetto per l’ambiente che molti colossi non hanno dimostrato disboscando senza pietà, ma in realtà hanno seguito solo il nostro volere, quello che abbiamo dimostrato con le preferenze accordate. 

La Terra non è proprietà di nessuno in particolare, ma di tutti quelli che la abitano e si spera di tutti quelli che la abiteranno in futuro. In quale pianeta vogliamo vivere? 

Non sarà un presidente a deciderlo, né tantomeno una multinazionale, saremo sempre di nuovo ancora noi, o per dirla più precisamente deciderà qualcuno che avrà raccolto il volere della maggioranza senza neanche averlo chiesto. 

In realtà lo ha fatto nel momento che ci ha proposto un prodotto, un’idea, un progetto, uno stile di vita. 
Ogni momento è buono per cominciare a decidere diversamente.



domenica 17 dicembre 2017

Fate di me ciò che io voglio


In un clima di euforia mista a commozione è stato accolto il testo di legge sul biotestamento che con decenni di ritardo regola il fine vita ossia quel lasso di tempo che separa un individuo dal termine della sua esistenza. Quando invece di essere bruscamente sollevato dal dubbio se continuare a vivere o meno grazie ad una morte improvvisa, la sua presenza su questa Terra viene prolungata fino a data da destinarsi attraverso il supporto di cure mediche. 

Insomma il fatto di essere sopravvissuto ad un incidente, ad una malattia invalidante o a qualsiasi altro grave accadimento sulla salute fisica peserà come un macigno sulla vita futura di questo essere. Il quale a volte o anche spesso può decidere che in quelle condizioni non vuole continuare a vivere e chiede il benestare della società che lo circonda, della comunità della quale fino a quel momento è stato un individuo attivo e magari anche prezioso. 

Sempre che le sue capacità mentali glielo permettano, sia in grado di intendere o di volere, altrimenti sarà un’altra persona a lui vicina a dover decidere cosa è giusto. Cosa tra l’altro già difficile in condizioni di maggior leggerezza, ancor più quando c’è da scegliere se qualcuno che non siamo noi debba annullare la sua presenza che in quel caso sarebbe solo fisica. 

In realtà quanto è stato legiferato riguarda il consenso o il rifiuto in merito a determinati trattamenti sanitari tra cui la nutrizione o idratazione artificiale il che equivale certamente ad andare incontro alla fine. Della buona morte, l’eutanasia che tanta divisione nel dibattito politico e pubblico ha creato, non si è parlato in maniera specifica. 

Il procurare intenzionalmente la morte ad una persona la cui qualità di vita è seriamente compromessa da una malattia o condizione psichica è un atto evidentemente troppo audace e prematuro in un paese che ci ha messo decenni per arrivare anche solo a parlare di scelta individuale sulle cure mediche. 

Influenze politiche e religiose non hanno permesso un libero dibattimento sul tema del fine vita, tanto che al momento in cui si sono verificati fatti privati che sono diventati pubblici come quello di Eluana Englaro o Piergiorgio Welby argomenti che prima erano dei tabù sono stati necessariamente sviscerati per cercare di capire quale fosse la decisione migliore. Che probabilmente non è scritta da nessuna parte, perché siamo tutti individui diversi con capacità di reagire alle situazioni del tutto differenti, potenzialità disuguali, ma non solo. 

Non tutti abbiamo una fede, ci sono individui che non hanno un credo religioso, quindi per loro non c’è un dio che ha donato loro la vita. Conseguentemente possono scegliere di non soffrire ulteriormente e tornare ad essere parte della terra senza dover subire alcuna punizione. Chi ha ragione? Tutti, sia il credente che l’ateo, ad ognuno la conclusione che reputa più idonea per la sua permanenza tra noi vivi. Sempre che questa possibilità di decidere gli o le venga concessa.

E come la mettiamo quando la capacità di intendere della persona è intatta e quindi si tratta di un individuo che potenzialmente potrebbe ancora dare molto alla comunità? Magari il loro grado di sofferenza è tale per cui non sono capaci di uscire fuori dalla terribile condizione di menomazione fisica in cui la malattia o l’evento traumatico li ha condotti, nonostante le cure psicologiche.

Anche in questo caso credo che nessun altro possa arrogarsi il diritto di decidere che quella persona debba continuare a vivere in quello stato di estrema sofferenza, è la nostra natura umana che ce lo vieta. 

Il mio pensiero va al grandissimo scienziato Stephen Hawking, il quale nonostante la malattia degenerativa neuronale che lo ha colpito in giovane età, ha enunciato teorie, insegnato modelli matematici e studiato moltissimo sui buchi neri, un’eredità preziosissima che lascia ad altri scienziati. 

Non ancora però, perché nonostante le gravi menomazioni fisiche che lo costringono su una sedia a rotelle ultrasofisticata sulla quale comunica attraverso un computer, continua ad essere un membro indispensabile alla comunità internazionale, riuscendo anche ad ironizzare sulla sua condizione. 

Sono seriamente onorata come appartante a questa comunità che non abbia mai pensato di interrompere la sua esistenza, ne avrebbe avuto motivo. Saremmo veramente diventati tutti più poveri. 

Capisco anche che un cervello come il suo è quasi fuori la norma, però lui ci riporta con i piedi per terra e ci ricorda una grande verità, forse se ci riflettiamo un po’ arriviamo alla conclusione che ci sono molti vivi e vegeti che hanno deciso di morire da tempo con il loro immobilismo culturale, di azione, di pensiero, in poche parole hanno scelto di non essere, ma solo di esistere.

« Ricordatevi di guardare le stelle e non i vostri piedi... Per quanto difficile possa essere la vita, c'è sempre qualcosa che è possibile fare, e in cui si può riuscire. » Stephen Hawking

domenica 10 dicembre 2017

Più libri, più liberi, più ricchi


La mia prima fiera del libro come autrice, dopo l’uscita di Quando le foglie scadono e l’esperienza è stata travolgente esattamente come la folla che invadeva La Nuvola. Il nuovo palazzo dei congressi di Roma architettato dalla star delle moderne costruzioni Massimiliano Fuksas ha aperto i suoi enormi ingressi ad una moltitudine di persone curiose disposte lungo una chilometrica fila. 

Per la prima volta non ero una semplice spettatrice alla ricerca di un titolo accattivante o di un classico da regalare a chi non ha voglia di sperimentare un nuovo autore, questa volta c’era anche la mia opera. Desiderosa di essere giudicata, criticata, messa alla prova da chi non ha la minima idea di chi tu sia. 

Ho incontrato molti altri autori, esordienti e veterani, che non attendevano altro che qualcuno si fermasse allo stand e desse anche un’occhiata furtiva al loro libro, per poter poi convincerli ad acquistare il prodotto. Perché alla fine un libro si riduce a questo e quanto ci può essere di affascinante ed emozionante nella sua stesura, si perde nelle strategie di marketing e nei conti dei numeri di copie vendute. 

In realtà l’autore ha sempre delle aspirazioni che spera di realizzare quando decide di scrivere una storia, diventare famoso può essere la più banale. Tutti gli scrittori che ho incontrato ne avevano almeno una, la voglia di dichiarare un proprio punto di vista su un determinato argomento, quella di affermare sé stessi, o semplicemente esprimere un’innata passione con tutti i vantaggi che comporta sulla salute psicofisica. 

Di certo la volontà comune è quella di riuscire a divulgare il più possibile il frutto di un lavoro magari di anni, la speranza è che il pubblico lo apprezzi. Se dietro questo bisogno di riscontro del pubblico, ci sia un inconfessato narcisismo è un dubbio lecito. 

Gli artisti mostrano sempre un qualcosa di sé stessi e si aspettano un giudizio positivo da parte della collettività che li giudica. In ogni caso nulla di più utile in una società in cui vi è così necessità di evolvere verso altri gradi di civiltà. 

Quella italiana in particolare ha bisogno che la cultura prenda il sopravvento rispetto ad uno stallo che ci fa stazionare nel limbo della barbarie intellettuale dal quale nessuno dimostra di  voler uscire. I numeri parlano chiaro, nel nostro paese si legge pochissimo e sembra che anche i pochi imperterriti rischiamo di perderli, relegati nella loro roccaforte di fede intellettuale in cui ancora si crede che la lettura abbia un fondamentale valore per la crescita della società. 

Se a qualche politico interessa saperlo, la crescita sarebbe anche economica, tanto per avere una motivazione a mandare ogni tanto uno spot istituzionale su quanto faccia bene leggere. Certo se il livello della politica raggiunge un grado di preparazione accettabile, allora il messaggio risulta certamente più credibile. E magari un giorno gli emarginati potrebbero essere quelli che oggi dedicano il tempo della lettura all’utilizzo di dispositivi informatici, anche se, è bene chiarirlo, l’uno non esclude l’altro. 

Infatti ci si dedica molto alla lettura in paesi come il Canada o in Norvegia dove la rivoluzione digitale è arrivata molto prima che dalle nostre parti, semplice volontà di non rimanere all’età della pietra o della ruota. 

A questo punto esaurite emozione e soddisfazione per il traguardo raggiunto, mentre osservo la copertina del libro nel mare magnum delle altre copertine, mi dò appuntamento con gli altri autori alla grande prova di Torino, un salone che non ho mai frequentato e dove c’è tutta l’editoria che conta. 

Spero di vedere altrettanta folla come quella che ha visitato la novità architettonica romana, realmente interessata ad immergersi nella generosa ed inebriante offerta editoriale piccola e grande. 
O forse erano tutti i lettori d’Italia messi insieme?

Nel dubbio non resta che augurare a tutti noi, autori artisti sognatori, che proviamo a scalfire con forza quest’immobilità culturale nella quale siamo impantanati, di riuscire a smuovere un granellino per uno. 

Può darsi che per la fine del secolo ce la faremo a risalire la china. 
Sempre che nel frattempo non siamo stati surclassati da tutti gli altri, ma proprio tutti.