domenica 11 giugno 2017

La giornata mondiale del (mio) benessere



Durante l’anno vengono spesso dedicate delle giornate a tematiche diverse che ci ricordano quanto sia importante questa o quella questione. Così magari non ci dimentichiamo l’importanza di parlare con gentilezza o di diventare consumatori equilibrati. 

Questa volta il Global Wellness Day celebrato ieri, ci rammenta che per stare bene, dobbiamo seguire uno stile di vita che preveda una quotidiana camminata, alimentazione basata su cibi sani, buone relazioni sociali soprattuto in famiglia. 

Insomma uno stile di vita sano che ci faccia stare bene con noi stessi, così che questo benessere si rifletta sugli altri. Niente di più vero, ci capita troppo spesso di subire il malessere di persone che scaricano i loro pesanti fardelli emotivi sul prossimo. Niente di più dannoso. 

Ad istituire questa giornata è stata Belgin Aksoy, a capo di un’agenzia che opera nel settore alberghiero di lusso. Tra una camminata e un’abbondante bevuta d’acqua magari ci scappa pure un massaggio extra-lusso e a quel punto siamo a pochi passi dal paradiso. Anche se questo passaggio ce lo immaginavamo a costo zero, di certo a buon mercato per tutti. 

Il motto è che se senti la bellezza in te stesso allora puoi fare qualcosa per le persone che ti circondano. Sempre che questo prendersi cura di sé non sia il solito atto di egoismo che nulla ha a che vedere con quella ricerca di armonia con l’ambiente che ci circonda di cui il pianeta e noi tutti abbiamo tanto bisogno. 

Se la giornata diventa solo un’occasione per offrire pacchetti che promettono benessere e intanto garantiscono un lauto guadagno a chi li propone li vedo poco utili per la collettività. Se impariamo yoga o pilates per sentirci bene è un ottimo inizio, ma se ciò non si accompagna ad un profondo cambiamento di mentalità non è utile a nessuno se non al personale benessere di chi lo pratica e forse a qualche suo stretto familiare. 

Sempre che sia veramente questo quanto si intende per benessere e allora sono io a pensarla diversamente. Sono d’accordo sulla camminata o sul bere più acqua, allora questo deve solo invogliarci a preservare l’ambiente, a non inquinarlo, a rispettarlo senza riserve. Una camminata immersi nel verde è terapeutica, una falda acquifera pura ci garantisce buona salute. 

Cominciando a pensare di non essere i soli abitanti di questo pianeta, cambia la nostra prospettiva. Se ognuno di noi pensasse di essere solo un ospite che deve lasciare meno tracce possibili del suo passaggio, cambierebbe tutto. Perché la Terra non ci appartiene. Se consideriamo gli altri come compagni di questo nostro passaggio sul pianeta, visitatori alla pari che come noi vogliono solo che questo sia un piacevole cammino, allora avverrebbe una vera e propria rivoluzione. 

Con un cambiamento così radicale si potrebbe veramente parlare di benessere. Un mondo dove i suoi abitanti si dimostrano ospiti rispettosi e gentili compagni di viaggio è un luogo dove chiunque vorrebbe vivere. Forse è il caso di cominciare a dedicare giornate a qualcosa di più rispondente ai bisogni del pianeta. 

Si potrebbe iniziare con una giornata dedicata alla semplicità, che ci trasformi da avidi consumatori a semplici fruitori di risorse. Quanto basta per un’esistenza improntata non sulla competizione, ma su un’armoniosa convivenza con la natura e gli altri uomini. 

La giornata della semplicità, per uno stile di vita basato sulla sobrietà, la vera chiave del benessere. Questa volta totalmente a costo zero.



domenica 4 giugno 2017

Mr President spero sia stato informato



Mentre il mondo lentamente si sveglia dal sogno di un benessere economico senza conseguenze e prende atto della necessità di inventarsi uno stile di vita compatibile con la sopravvivenza della specie umana, lui, l’uomo a capo della più potente e tra le più inquinanti nazioni del pianeta, sorprende tutti. Prende l’ardua decisione di ritirarsi dall’accordo di Parigi che prevedeva un limite nelle emissioni di anidride carbonica da parte dei molti paesi che lo hanno sottoscritto. 

Sarebbe troppo oneroso in termini di posti di lavoro, motivo per il quale gli Stati Uniti ne negozieranno uno nuovo che preveda altri termini eco-sostenibili, dove eco sta per economici e non ecologici. Come era prevedibile questa presa di posizione ha generato critiche e commenti negativi da parte degli altri paesi e una sollevazione di massa di improperi ed insulti vari. 

Mi potrei tranquillamente unire a questo coro, elencando i motivi per cui questa scelta potrebbe rivelarsi deleteria per la sopravvivenza prima che della specie umana della stessa presidenza Trump. Niente di più facile. 

La verità è che non delude le aspettative perché una persona che ha fondato un impero economico ha di certo altre priorità nella sua agenda che uniformarsi ad un accordo che, molto probabilmente, neanche avrebbe firmato la prima volta. Allora cosa c’è di così sconvolgente? Per quanto mi riguarda niente o quasi. 

L’unica cosa che non riesco a comprendere è come mai una persona che riveste un ruolo di tale importanza, non sia consigliato ed orientato da economisti dotati di un pizzico di lungimiranza che lo mettano in allerta sui risvolti drammatici di questa decisione. In primo luogo proprio sul piano economico, visto che non serve essere esperti per capire che investire in termini di eco-sostenibilità, dove eco sta per ecologica, rappresenta una ricchezza a lungo termine. 

Se la direzione che il pianeta deve prendere è necessariamente quella che preveda una qualità di vita ottimale per l’essere umano, la quale va di pari passo con quella dell’ambiente che lo circonda, non c’è molta scelta. Non prendere subito quella direzione obbligherà a farlo successivamente con costi molto più alti, anche per le nefaste ripercussioni che avrebbe sulle spese sanitarie del paese. 

A questo punto oltre che qualche lungimirante economista dovrebbero entrare in gioco i servizi segreti che mettano in allarme la sopravvivenza della presidenza al pari della minaccia di un attacco terroristico. Notizie scientifiche recenti hanno portato alla luce dati preoccupanti sulle morti dovute alla presenza di particolato nell’aria. Il quale provoca danni a lungo termine all’apparato respiratorio e circolatorio, infarto ed ictus in primis. 

La novità è che l’inquinamento è molto più avanti dei governi a capo dei paesi che lo provocano e per stare al passo con i tempi si globalizza, uscendo al di fuori dei confini delle regioni dove nasce. Trasportato dal vento del progresso, arriva in altri paesi generando morti premature, persone che in condizioni di non alterazioni ambientali non sarebbero morte. Un bene prodotto in Cina genera inquinamento che causerà morti negli Stati Uniti e viceversa, solo per fare un esempio. 

Un qualsiasi presidente alla guida di un governo più o meno importante dovrebbe essere oltre il problema, esattamente dove inizia la soluzione. Ed invece c’è chi si permette il lusso di ignorare addirittura il problema stesso. In ogni caso visto che il particolato è il prodotto della combustione dei veicoli, degli impianti di riscaldamento oltre che di quelli industriali, qui nessuno si può ergere sul piedistallo coprendo di insulti un presidente che si dimostra più cieco dei suoi stessi elettori. 

Non lo può fare perché vista la situazione a cui siamo giunti, è ovvio che ben pochi si sono impegnati per evitare le morti premature di cui sopra. Mi risulta che l’ecosostenibilità non sia tra le priorità né della gente comune né tanto meno dei politici. Sempre che sia i primi che i secondi sappiano cosa voglia dire e se non lo sanno abbiano voglia di informarsi. 

Se questo passo falso, ennesimo dopo svariati eccessi oltre una sana misura, potrebbe costare il governo al presidente, per noi uomini comuni il continuare a non voler modificare lo stile di vita può costarci la vita. 
È sempre e solo una questione di lungimiranza. 





domenica 28 maggio 2017

Le parole vanno dosate come il sale


Qualche tempo fa mi ero imbattuta su Facebook in un post che mi aveva molto colpita, tanto che decisi di condividerlo. Parlava di un ragazzo il cui vicino di casa aveva messo in giro la voce che fosse un ladro. 

Un’accusa già grave di per sé ma non così tanto, almeno fino a quando la calunnia, passando di bocca in bocca aveva raggiunto a pieno titolo il livello di un’indelebile infamia. Tanto che il ragazzo fu arrestato, ma vista l’infondatezza delle accuse venne rilasciato qualche giorno dopo. L’anziano vicino fu poi giustamente citato per diffamazione e di fronte al giudice affermò che erano solo dei commenti, privi di intenzione a nuocere.

Il giudice prima della sentenza, ordinò all’accusatore di scrivere tutte le accuse fatte in precedenza su dei pezzi di carta per poi gettarli dal finestrino della macchina in corsa. Il giorno successivo gli disse di raccoglierli tutti. Il vecchio rispose che era impossibile visto che il vento li aveva trascinati via. Il giudice rispose che nello stesso modo, quanto si dice sul conto di una persona ne può distruggere l’onore con effetti irreparabili. 

I pettegolezzi sono i ladri peggiori perché rubano la dignità, l’onore, la reputazione e la credibilità di un’altra persona ed è impossibile tornare indietro. La raccomandazione era quella di guardare alla lingua come uno strumento che può diventare estremamente pericoloso, al pari di un’arma. 

Non so se questa storia sia reale o meno. Ho voluta condividerla comunque perché mi capita spesso di ascoltare parole non necessarie e in alcuni casi decisamente dannose. Lo diventano davvero quando incidono sulla reputazione di una persona. Mi sembra impressionante la facilità con cui si parla di un fatto o di una persona, soprattutto quando non ci si basa su esperienze dirette o una reale conoscenza, ma su un “sentito dire” tutto da verificare. 

Spesso accade che la realtà superi la fantasia creata da un bravo sceneggiatore e ci si ritrova a leggere un fatto di cronaca che lascia senza parole anche i più incalliti logorroici.

Qualche giorno fa, infatti, mi è stato segnalato un articolo che riguardava una vicenda che nasce nel lontano 2014 e arriva fino ai nostri giorni, trascinata da una cronaca giudiziaria a dir poco allucinante.

La vittima è un professore di arte che insegna in una scuola media milanese che viene macchiato con una delle accuse più infamanti, soprattutto per chi lavora accanto a minori e che in teoria dovrebbe essere la loro guida. Violenza sessuale e una reputazione, oltre che una professione, rovinate per sempre. A questo punto non ci sarebbe molto da scrivere, se non qualche riga di sincera vicinanza alle ragazze vittime di tale ignominioso reato.

Ed invece le righe toccherà spenderle per descrivere un clima di condizionamento psicologico tale per cui le presunte vittime erano “legate da relazioni psicologiche complesse”. Si passava dalla capogruppo o capobranco, alla sua migliore amica, psicologicamente succube, alla vittima di bullismo, fedele per necessità. 

Questi legami affettivi patologici avevano attribuito agli atteggiamenti fisici del professore una connotazione sessuale, del tutto inventata. La quale era passata di bocca in bocca, trasformando il professore in un ragazzino abusato, violentatore a sua volta, per di più gay, il che aggiunge sempre una nota di infamia a qualsiasi vicenda.

Verifiche sul campo che si sono avvalse anche dell’uso di telecamere, hanno smentito in maniera inequivocabile tali accuse, portando i giudici a formulare una sentenza che dovrebbe far vergognare gli untori di menzogne. Il professore è stato vittima di una suggestione collettiva, di “voci incontrollate e destituite di ogni fondamento”.

La storia si conclude bene nel senso che l’ingiustamente accusato è stato assolto. Ma ci sono cose che si portano dietro un pesante carico di vergogna ed umiliazione che diventa pressoché impossibile restituire alla persona una normalità come se nulla fosse mai accaduto. 

E diciamo anche che ci sarà sempre qualcuno che rimarrà con il dubbio ed il sospetto, tanto che sarà portato a prendere le distanze da quella persona, da quell’insegnante. Non si sa mai che i giudici si fossero sbagliati. Ha tutti i presupposti per diventare un’onta incancellabile. E ricostruire una reputazione necessita un’altra vita, ma noi umani non disponiamo di questo lusso. 

Ricordiamocelo la prossima volta che stiamo parlando di una persona o di un fatto. Quando facciamo delle affermazioni o muoviamo delle accuse, stiamo dando vita ad un’azione pesante. Non sono solo semplici, banali parole. Le quali sono il sale del nostro vivere in comunità. Dosiamole con estrema attenzione. 

E visto che le linee guida per mangiare sano dicono che il sale è già presente in molti alimenti per cui la sua aggiunta si rivela dannosa, regoliamoci di conseguenza.  Allo stesso modo il silenzio può salvare molte vite.



domenica 14 maggio 2017

Anche il frivolo è indispensabile



Qualche lettore mi ha fatto notare l’importanza dei temi che sono trattati in questo blog, e quanto il tutto fosse estremamente serioso. Ho risposto che alcuni argomenti necessitano di uno stile poco incline all’ironia. E comunque se si vuole strappare un sorriso a chi legge, lo si deve fare in maniera molto oculata. Per non risultare offensivo o superficiale. 

Lo scopo di molti articoli qui postati è quello di provocare una riflessione più che una risata, anche se chi mi parlava si riferiva proprio a quello. O più precisamente al fatto che chi non mi conosce, si può fare un’idea non proprio esatta di me. Di una persona estremamente seriosa, poco incline all’umorismo o a parlare di cose futili. 

Come scrissi in un precedente post, sulla scia di una recente ricerca, decisi di iniziare a staccarmi dal giudizio altrui. Questo non vuol dire che se gli altri mi fanno notare qualcosa, debba ignorarlo. Ho pensato che in effetti sto rimandando la scrittura di alcuni articoli che trattano argomenti leggeri, che rasentano la frivolezza. 

Cose di cui mi capita di parlare con colleghi o amici, che mi incuriosiscono ma che inserisco sempre alla fine di una lista di argomenti che non riesco ad ignorare. Che reputo più importanti e che in effetti lo sono. La vita di tutti i giorni però corre anche su questioni di poco conto, cose che, se nessuno ne parla, non cambia molto nel destino di noi tutti. 

Magari scegliendo qualcosa che stimola la curiosità si può arrivare ad essere profondi anche parlando di moda, se alla fine non si rimane disinteressati rispetto alla necessità di non comprare voracemente. C’è da chiedersi se si può vivere senza pensare a nulla, senza considerare la realtà che ci circonda. Veramente in tutte le nostre scelte dovremmo considerare cosa e chi è intorno a noi, valicando il confine del nostro, esclusivo universo. 

Se pensiamo che questo cambierebbe in primo luogo la nostra qualità di vita, metteremmo in atto un cambiamento più a cuor leggero. Se viviamo in un contesto dove ogni persona prima di agire comincia a pensare di non essere sola, che ciò che farà avrà un effetto su altre persone e sul luogo in cui vive, e più in grande sullo stesso pianeta che la ospita, le cose cambierebbero nel profondo. 

A quel punto potremmo permetterci di essere frivoli, ogni tanto, di non pensare a nulla, nel momento in cui ci sdraiamo su un comodo sofà e sorseggiamo una bevanda in totale relax. 

È decisamente liberatorio ritagliarsi un spazio del tempo che scorre, per dedicarlo solo al nostro benessere. Volersi bene è importante e se lo accompagniamo anche con una sana risata lo è molto di più. 

Una volta appurato che si può essere seri, impegnati, divertenti, frivoli e coscienziosi, valutando opportunamente cosa sia meglio mettere in campo in una determinata occasione, affrontiamo la superficialità con serietà. Ridiamo pure del nulla se non rappresenta una caratteristica fissa della nostra giornata, così come il parlare del futile può essere accettabile se non ci dimentichiamo degli altri nel normale agire. 

Per essere coerente devo, a questo punto, dare risalto ad una notizia riguardante una cosa piuttosto leggera, ossia l’emissione di particolari francobolli da parte dell’amministrazione postale delle Nazioni Unite.

Dodici francobolli che raffigurano una specie di animali o piante, a rischio di estinzione. Lo squalo volpe o il baobab di Grandidier potrebbero essere prossime alla definitiva sparizione da questo pianeta e sembra che l’Onu metta in atto questo mix di utile e dilettevole da oltre 20 anni. 

Lo trovo veramente interessante, sempre che non diventi agli occhi della gente solo un’espressione artistica, priva di ogni riflessione su ciò che stiamo causando all’ecosistema. Qualcuno si chiederà pure cosa c’entra lui personalmente con la scomparsa della rana verde escavatrice. 

In realtà anche lui ne è responsabile dal momento che compra quando non necessario, consuma eccessivamente rispetto alle sue necessità, rilascia nell’aria e nell’acqua sostanze dannose conseguenti a questi consumi.

Nell’ordine mondiale delle cose sembra che non cambi nulla senza la rana verde escavatrice. Ma un pezzo in meno in una scacchiera ben organizzata quel’è l’ecosistema, è l’ennesimo danno da riparare. 

In definitiva un francobollo può portare al cambiamento.



lunedì 1 maggio 2017

Se questo è un bambino


Oggi la giornata è dedicata al lavoro, ed in particolare ai diritti di tutti coloro che un lavoro lo svolgono. Il ricordo ci dovrebbe riportare indietro di più di un secolo, ai primi di maggio del 1886 a Chicago dove una manifestazione operaia finì in un massacro. La protesta era scaturita dall’assenza totale di diritti, si arrivava anche a 16 ore di lavoro al giorno, in pessime condizioni, portando le persone alla morte nelle stesse fabbriche. La rivolta denominata di Haymarket, dal nome della piazza che ospitava il mercato delle macchine agricole, durò tre giorni e finì il 4 maggio in un massacro, con undici morti negli scontri tra polizia e manifestanti.

Se oggi non abbiamo dimenticato cosa successe quei giorni di tanti anni fa, dobbiamo fare altrettanto ricordando che in quel periodo era normale trovare persone in giovanissima età che passavano la loro infanzia nelle fabbriche. Molto spesso i danni fisici che riportavano non consentivano loro di avere una vita normale, sempre che avevano la fortuna di arrivare all’età adulta. 

Dovremmo guardarci indietro inorriditi con la certezza che se andiamo avanti nel tempo, siamo in grado di superare situazioni noncuranti della dignità umana.
Purtroppo la condizione che ne è responsabile ossia la povertà, non è stata eliminata ed in alcuni paesi nel mondo, i bambini continuano ad essere vittime di contesti a dir poco sfortunati. Costretti a diventare grandi, per tentare di far sopravvivere una famiglia intera.

Con l’avvento della rivoluzione industriale venivano impiegati soprattutto nell’industria tessile, le mani molto piccole permettevano, infatti, di infilare agevolmente il filo e lavorarlo. In Inghilterra o in America era possibile trovare situazioni del genere e se la rivoluzione si fosse diffusa a tutto il globo oggi sarebbe diverso. Negli anni a venire però, le cose non andarono per tutti allo stesso modo ed il mondo si è diviso in paesi sviluppati, ricchi, progrediti e paesi che forse un giorno lo diventeranno, sempre che i primi abbiano lasciato ancora qualcosa da poter sfruttare.

Del resto i bambini fortunati devono vestirsi, mangiare merendine, possedere un cellulare e poterlo cambiare quando esce un modello più nuovo. Per creare questi prodotti è necessario che qualcun altro dedichi ore della sua giornata per contribuire a questa produzione. 

Il problema ed anche pesante, sorge quando queste ore sono sottratte al gioco e allo studio, privando la persona dell’istruzione che sarebbe necessaria per cambiare la sua condizione. La quale non si modificherà nel futuro, condannando chi ne è vittima ad una vita miserabile. Le ore di lavoro occupano intere giornate, il salario non è scaturito da una contrattazione e se il piccolo è estremamente fortunato si ritrova a cucire tappeti o scarpe. Che il bambino che le indosserà pagherà molti soldi, nonostante il bambino che le ha cucite verrà pagato molto, molto poco. 

Fin qui molte cose non tornano, ancor meno quando ci spostiamo in luoghi dove si produce non la scarpa famosa, ma l’ingrediente di una merendina o un minerale essenziale per assemblare un cellulare o un tablet. Una miniera non è un bel posto per nessuno, figurarci un essere in via di sviluppo.  Nel Congo si produce molto del cobalto utilizzato per le batterie al litio di diversi dispositivi, e c’è bisogno di qualcuno che lo estragga rovinando per sempre i suoi polmoni, sempre che riesca a sopravvivere. 

In Indonesia viene prodotto gran parte dell’olio di palma che si trova in molti alimenti confezionati. Molte persone devono lavorare nelle piantagioni per mantenere una elevata produzione, in mezzo a pesticidi tossici, trasportando carichi di frutta anche di 25 chili. Trattandosi di luoghi ricchi di povertà, la possibilità che a vivere in queste condizioni sia una persona minore di 18 anni, è molto elevata, senza la benché minima tutela, con un rischio esponenziale di morte o danni fisici gravi. 

Ora però la produzione di olio di palma è etichettata come sostenibile, tanto per sentirsi a posto con la coscienza. Io mi sento a posto solo se consumo poco, mangio con morigeratezza, faccio durare il più a lungo possibile il cellulare o la scarpa di marca famosa. È l’unica arma che ho per rallentare quella produzione, abbassare la soglia di voracità di un consumismo divenuto ormai insostenibile per la Terra e per i suoi abitanti. 

Questo articolo lo dedico ad un bambino pakistano, divenuto il simbolo della lotta al lavoro minorile. Il suo nome è Iqbal Masih, venduto dal padre ad un venditore di tappeti per un debito di soli 12 dollari e costretto a lavorare anche 12 ore, incatenato e denutrito, minato per sempre nel suo fisico. Riuscito a fuggire, partecipò ad una manifestazione per la liberazione dalla schiavitù del lavoro e da allora cominciò a viaggiare per far conoscere al mondo queste orribili situazioni. 

All’età di 12 anni, nel 1995, fu assassinato in circostanze tutt’oggi non chiarite, ma grazie al suo impegno molte condizioni di schiavitù minorile sono venute alla luce portando alla chiusura molte fabbriche di tappeti in Pakistan. Fino a quando la povertà sarà una realtà del pianeta, tutto questo può ancora succedere. Anche in paesi insospettabili, considerati industrializzati, nelle sue realtà più arretrate, dove la ricchezza non è arrivata. 

Quando sono i bambini a pagare personalmente le conseguenze dell’ingiustizia, ho idea che manchi ancora molto, troppo tempo per definirci una razza evoluta.


sabato 22 aprile 2017

Nella giornata a Lei dedicata, un sincero pentimento


Si celebra dal 1970, ma ogni anno diventa sempre più importante capirne il senso ed il vero significato. Perché dedicare una giornata al pianeta che ci ospita è un po’ riduttivo. È veramente necessario capire l’importanza dei nostri comportamenti, di quanto il nostro modo di agire abbia effetto in primo luogo su noi stessi. 

La Terra ci ha concesso un luogo dove vivere, continuare la nostra specie, seppur in un modo altamente discutibile, e noi nel corso della nostra lunga evoluzione l’abbiamo sfruttata ogni oltre limite, depredandola di ricchezze che in alcuni casi sono perse per sempre. 

Siamo stati e continuiamo ad essere degli ospiti ingrati e maleducati, irrispettosi e pretenziosi. L’abbiamo spesso macchiata con le sue stesse risorse, versando in limpide acque petrolio e composti più o meno sintetizzati. Abbiamo versato sulla sua superficie miliardi di sostanze chimiche, prodotti nei nostri laboratori, avvelenandola senza pietà. 

Si dice che le cattive azioni tornino, seppur sotto altre vesti, al mittente e in termini di salute lo stiamo già constatando. Non è invenzione il dato sui morti causati dalle particelle sottili dello smog. Quei micron in polvere che entrano infidamente dentro i polmoni, senza troppa difficoltà, e ci fanno respirare male, aumentando di gran lunga il rischio di problemi al cuore. 

I bambini sono spesso le vittime più indifese di fronte a questi micro-killer. In molte parti del globo si usano ancora prodotti chimici pericolosi che causano seri danni alla salute, al fisico, allo sviluppo. Ancora una volta sono loro, i bambini, a pagare le peggiori conseguenze, perché li maneggiano senza cautele, magari ci lavorano, anche se dovrebbero fare altro.

Sfruttiamo sempre di più quanto ancora rimane, per indossare piume, pietre, gustare prelibatezze, costruire in luoghi fino a quel momento incantati. Abbiamo a tali scopi, portato all’estinzione alcune specie e da questo non si torna indietro.Tutto per sollazzare il nostro ego. 

Stiamo divorando risorse, macinando calorie avidamente e il prodotto di questo processo perverso e inarrestabile sono loro, lo scarto del progresso: i rifiuti. Che dobbiamo affrettarci a far scomparire, bruciandoli, seppellendoli, far finta che non siano mai esistiti. 

Ma nulla scompare e se li bruciamo ci tornano nei polmoni, nell’aria creando riscaldamento superfluo; se li sotterriamo tornano nell’acqua e nel cibo che piantiamo. Se abbiamo fortuna alcuni rimarranno inerti, attraverso i secoli, a testimonianza del nostro passaggio su questo pianeta, per le generazioni future o per qualche visitatore extraTerra inorridito. 

Lei nei secoli ha cercato di difendersi, di trovare modi diversi di sopravvivere a tanta avidità, ma lo sfruttamento è durato troppo. Abbiamo esagerato in ogni senso possibile ed ora paghiamo il prezzo di ritorno. I mari che si alzano, i venti impetuosi e distruttivi, i cibi avvelenati, le tempeste senza quiete, il caldo opprimente. 

Mangiamo, respiriamo, e riproduciamo il nostro veleno, la Terra ora non ce la fa più a salvarci. L’abbiamo esaurita e ora dobbiamo cavarcela da soli.
Dobbiamo iniziare a considerarci degli ospiti sempre grati per quanto potrà e vorrà concederci, ma sarà bene cominciare a ridimensionare la nostra istintiva natura di predatori. 

Altrimenti soccomberemo sotto l’enorme peso della nostra invadente presenza, soffocati dall’aria impura, smog, rifiuti, scarti alimentari, acqua inquinata e con sempre meno ossigeno da respirare vista la progressiva diminuzione di alberi in circolazione.
Non le stiamo dedicando una giornata, stiamo solo concedendo a noi stessi un’altra possibilità. 

Magari c’è ancora tempo per dimostrare di non essere dei pessimi abitanti. Potremmo allora cominciare con un buon proposito. Del tipo impegnarsi a diventare dei consumatori morigerati. Mangiamo meno, sprechiamo quindi meno, non compriamo se non necessario, facciamo vivere più a lungo ciò che ci appartiene. 
Abbiamo bisogno di poco per vivere bene, il resto è superfluo ed inquinante. 

Alla prossima giornata della Terra, sperando di poter essere un po’ più fieri di noi.


lunedì 17 aprile 2017

Sarin, affido a te l'atto finale


Mai come questi giorni mi sto rendendo conto di quanto la società si stia evolvendo e l’evoluzione di per sé rappresenta un elemento essenziale per raggiungere un ottimale livello di civiltà. Per lo più le religioni, o meglio le loro diverse interpretazioni, hanno deciso quanto l’uomo potesse progredire, pagando sempre un prezzo altissimo in termini di vite e distruzione.

La cruda verità è che nella storia della Terra le guerre hanno rappresentato passaggi fondamentali nel lungo processo di cambiamento dei singoli paesi. La fase preparatoria di un conflitto, il suo inizio, quanto durerà, la sua fine, segnano inevitabilmente la vita futura di una nazione e i sentimenti di chi la abita. 

Ma ciò che ha condizionato e influenzato più di ogni altra cosa il progresso della società nella sua interezza, è stato lo studio, la ricerca in ambito militare. Molti degli strumenti tecnologicamente più avanzati che sono diventati di uso comune hanno avuto origine e motivo del loro sviluppo per scopi non proprio pacifici. Bisogna ammetterlo, l’umanità è progredita attraverso i secoli di pari passo con i conflitti che l’hanno devastata, anche se parlare di progresso sembra un paradosso. 

Non ci siamo mai staccati dalle guerre, grandi e piccole, anzi sono sempre state il motore del nostro sviluppo. E se la frase può risultare troppo forte, si può dirla in altro modo: la natura prevaricatrice dell’uomo ha determinato la sua storia futura. 

Quella attuale racconta di un eccidio avvenuto in un paese di nome Siria. Un luogo intriso di storia, influenzata da diverse civiltà, tra cui Egiziani e Babilonesi, e terra natia di alcuni tra i più illustri letterati e uomini di cultura. Questo posto incantevole, per quanto povero di risorse naturali, si trova in una posizione strategica, di comodo passaggio verso il mare e il petrolio rappresenta un ottimo alibi per dare luogo ad un conflitto. 

Se poi il petrolio si mischia alla religione, il prodotto che ne consegue è una miscela esplosiva che dà vita ad un conflitto che dura ormai da sei anni, devastanti e distruttivi. Scenario di per sé già terrificante, fino a quando qualcuno, che ovviamente ora sta molto attento a non mostrare la mano, decide di ricorrere a uno strumento inventato dai tedeschi. E il contesto assume contorni da horror. 

Il gas Sarin, infatti, uccide in modo orribile: attacca il sistema nervoso, fa perdere il controllo di ogni funzione del corpo, blocca di conseguenza anche la respirazione, causando così la morte per soffocamento. Molti di quei morti, 90 circa, erano bambini, rendendo, se possibile, l’azione ancor più crudele. 

E per rimanere in tema di evoluzione, si può certamente citare l’origine di questo strumento che è divenuto di morte, ossia il lontano 1938 in cui scienziati dell’esercito tedesco lo sintetizzarono per creare un pesticida, e la cosa si fermò lì. 

Non oso pensare cosa sarebbe potuto accadere se Hitler avesse vinto la guerra, forse i vecchi forni crematori avrebbero lasciato il posto a ben più sofisticati modi di eliminazione di massa. Esattamente come Philip Dick l’aveva immaginato nel libro “La svastica sul sole”. 

Ma anche senza di lui, l’uomo ha pensato bene di creare svariate dittature in giro per il mondo e con loro un valido motivo per l’uso di mezzi estremi. Vale sempre il motto “se non sei con me, sei contro di me” e se il me in questione ha pure l’esercito dalla sua parte, il gioco è presto fatto. A quel punto tutto è lecito, anche uccidere persone inermi, nei modi più atroci possibili. 

Affidarsi a Sarin, non è però l’ultimo atto di una corsa alla peggior distruzione, anche se di certo lo è per l’esistenza di un qualsiasi mammifero. Notizia di questi giorni è quella riguardante l’utilizzo da parte degli Stati Uniti di una super bomba che, pur non essendo nucleare, distrugge tutto nel raggio di centinaia di metri. 

L’obiettivo era quello di indebolire l’organizzazione terroristica Isis in un suo luogo strategico in Afghanistan. Gli Stati Uniti, per ora, stanno dimostrando di essere avanti a tutti nel percorso evolutivo di cui parlavamo, e sicuramente la tecnologia di cui è capace questa super bomba, la ritroveremo applicata in molti settori diversi da quello militare. 

Se da una parte si colpiscono i terroristi, dall’altro ci guadagniamo in modernità, e se la Corea del Nord minaccia di sferrare un attacco nucleare, si dimostra un po’ anacronistica nel contributo al progresso che ogni nazione nel suo piccolo sta offrendo al mondo.

La svolta per l’umanità avrà luogo il giorno in cui abbandonerà definitivamente l’istintiva prevaricazione su altri esseri. A quel punto non saranno le guerre a guidare il progresso, ma la necessità di creare un mondo evoluto in egual misura per tutti, alla Star Trek per chi conosce il genere. 

Ma stravolgere la propria natura, è un processo lungo e difficile. Quindi, per il momento, dovremo accontentarci di raccogliere le briciole di umanità che i cattivi decideranno di concedere. 
Progrediremo così, conflitto dopo conflitto.