mercoledì 12 luglio 2017

L'immensa soddisfazione di aver raggiunto un traguardo


Quando ho cominciato a ragionare che volevo davvero realizzare qualcosa di concreto per proteggere la natura, istintivamente il mio pensiero è andato a una delle cose che mi piace più fare ossia scrivere. Anche se avevo in mente i protagonisti e in linea generale la storia, la cosa che più mi ha aiutato a concretizzare il mondo di “Quando le foglie scadono” è stato scriverlo. 

Sembra un’ovvietà ma è andata proprio così. Man mano che fissavo le parole sulla pagina bianca, ciò che avrei dovuto scrivere dopo non era altro che una conseguenza. Come se la storia si scrivesse da sola. Ma scrivere un libro rappresenta un progetto veramente impegnativo e il traguardo non sembra mai raggiungibile. 

Soprattutto per il fatto che si svolge in un periodo di tempo molto lungo, anche anni e la vita non è mai così regolare da permettere un andamento lineare. Succedono tanti avvenimenti, a volte tristi, che fanno distogliere dall’obiettivo, che rendono più pessimisti e fanno pensare che forse è un’impresa impossibile. 

Però qualsiasi cosa accada, il pensiero, prima o poi, torna lì, dove tutto si è interrotto. E sapere di essere stati sconfitti ancor prima di provarci, fa sentire piuttosto scontenti di sé. Alla fine la motivazione fa sempre la differenza e non fa desistere, nonostante tutto. È passato qualche anno da quel proponimento di cui ho parlato all’inizio, e tante vicissitudini mi hanno forgiata, ma mai per un attimo ho voluto mollare. 

La tenacia ha dato il suo frutto e ora posso toccare con mano quell’incredibile storia che balenava tra i pensieri in fermento. “Quando le foglie scadono” non è solo il mio libro, ma è un traguardo raggiunto. La dimostrazione che quando si vuole fortemente una cosa la si può ottenere, e parlo soprattutto di qualcosa che dipende solo dalla nostra volontà perché se c’è di mezzo quella altrui allora le possibilità di successo non sono mai certe. 

Anche in questo caso bisogna comunque provarci perché vivere di rimpianti può essere piuttosto avvilente. Tornando a me, mentre la storia si scriveva da sola, io vedevo la sua naturale conclusione sempre più vicina. Avevo creato un mondo, dei personaggi e solo io avevo possibilità di fare in modo che le cose andassero in un certo modo. 

I capitoli però sono andati avanti e la storia si è svolta in quel mondo, esattamente così come avrebbe dovuto. Sembrerebbe quasi che lo scrittore non abbia potere su quanto lui stesso sta scrivendo e in verità quando si vuole che qualche idea brillante illumini, questo accade solo continuando a scrivere. Ho avuto l’impressione che la storia era lì, da qualche parte nell’etere, che attendeva qualche mano che la fissasse sul foglio. 

Potrebbe entrarci qualcosa Prodigiosa, uno dei personaggi più avvincenti del romanzo, e io mi rimetto umilmente al suo volere. Spero che anche il pubblico si senta attratto dai personaggi e vedendo la proiezione di un mondo sull’orlo del disastro ambientale, improbabile ma non impossibile, cominci a riflettere su quanto di più prezioso dobbiamo salvaguardare.

Presenterò a voi tutti questo mondo sabato 15 luglio alle 19.30 a Roma presso il locale Gente di San Lorenzo e mi auguro che anche voi ne rimaniate affascinati e spaventati, esattamente come è successo a me. Ancora prima di scriverlo. 


domenica 2 luglio 2017

Un esame di maturità può essere illuminante


“Non uccidete il mare
la libellula, il vento.
Non soffocate il lamento
(il canto!) del lamantino.
Il galagone, il pino:
anche di questo è fatto
l’uomo. E chi per profitto vile
fulmina un pesce, un fiume,
non fatelo cavaliere
del lavoro. L’amore
finisce dove finisce l’erba
e l’acqua muore. Dove
sparendo la foresta
e l’aria verde, chi resta
sospira nel sempre più vasto
paese guasto: “Come
potrebbe tornare a esser bella,
scomparso l’uomo, la terra”.

Questi versi di Giorgio Caproni hanno costituito una delle prove di italiano dell’esame di maturità di quest’anno e ispirano riflessioni profonde sul rapporto tra l’uomo e la natura. Non certo sereno, sempre di sfruttamento e mai rispettoso, continuamente orientato ad un profitto personale e noncurante dei terribili risvolti sull’esistenza. 

La società moderna si è mostrata disinteressata a chi deliberatamente ha creato un danno nell’ecosistema, anzi a volte chi si è macchiato di queste azioni è stato, magari in altri ambiti, premiato. La cruda verità è che la natura non ha bisogno dell’uomo e anzi senza la sua presenza tornerebbe ad una bellezza antica, ad uno splendore primordiale, una quiete ormai perduta per colpa di una convivenza forzata e ormai insostenibile.

Ma l’uomo sì, ne ha un disperato bisogno. E come pensa di poter continuare a vivere distruggendo la fonte della sua stessa sopravvivenza? 
Se un ragazzo si pone questa domanda, allora non siamo ancora perduti. C’è sempre la speranza che una riflessione profonda porti ad un cambiamento. Il fatto che sia la scuola a suscitarla, rincuora e può rivelarsi un evento non privo di conseguenze.

Esattamente come quando nell’ormai lontano 1992 mi trovai ad affrontare un esame di maturità che rivelava quanto fosse stata sbagliata la scelta degli studi superiori, ma si sa a quell’età non si è abbastanza lungimiranti. E tra conti matematici e prove di contabilità cercavo di riscattarmi, mettendomi alla prova su ciò che sapevo fare meglio, scrivere. E l’occasione si presentò, incredibilmente invitante. 

Un tema sul summit di Rio de Janeiro in svolgimento in quei giorni, la prima vera, grande conferenza sulla questione ambientale e lo sviluppo. Si è cominciato a parlare di sviluppo sostenibile quindi, argomento che sarebbe diventato di uso quotidiano quasi trent’anni dopo. 

Difficile spiegare il perché cominciai a pensarci qualche giorno prima, sì se ne parlava ma proprio perché troppo attuale fu scartato da tutti come possibile argomento. Io invece ho continuato a pensarci insistentemente e mi sono creata parecchie storie possibili in merito alle conseguenze di uno sfruttamento nefasto dell’uomo sulla natura. 

Ed è quanto ho scritto alla prova ufficiale. Ho ricevuto molti complimenti dalla commissione, ma la mia più grande soddisfazione è stata quella di cogliere un segnale. Per quanto, per molti anni ancora non avrei avuto il coraggio di seguirlo di nuovo. 

Perché se è vero che spesso la vita ci distoglie da quelle che sono le nostre predisposizioni, in realtà fa di tutto per riportarci esattamente lì dove il discorso si è interrotto. Ed è stato in momenti molto bui che ho voluto ricominciare da ciò che mi faceva sentire veramente bene, scrivere e impegnarmi concretamente per preservare la natura. Venticinque anni dopo di nuovo un esame che parla del rapporto tra uomo e natura, e questa volta  lo fa in termini più drammatici. 

Sono lontani i tempi di Rio in cui i paesi partecipanti potevano permettersi il lusso di impegnarsi solo a parole, ora abbiamo un immediato bisogno di azioni concrete. Io per prima, mi sono impegnata a fondo, ma questa volta non per una lettura destinata a pochi membri di una commissione d’esame ma un intero pubblico di lettori. 

È presuntuoso sperare che un libro porti un cambiamento? 
Potrebbe, in realtà spero che i ragazzi ai quali è anche rivolto, si sentano dei destinatari con un compito veramente arduo ma importantissimo. Essere in grado di costruire il futuro.  Un futuro diverso di “Quando le foglie scadono…”
Ne dovremo per forza riparlare.


domenica 11 giugno 2017

La giornata mondiale del (mio) benessere



Durante l’anno vengono spesso dedicate delle giornate a tematiche diverse che ci ricordano quanto sia importante questa o quella questione. Così magari non ci dimentichiamo l’importanza di parlare con gentilezza o di diventare consumatori equilibrati. 

Questa volta il Global Wellness Day celebrato ieri, ci rammenta che per stare bene, dobbiamo seguire uno stile di vita che preveda una quotidiana camminata, alimentazione basata su cibi sani, buone relazioni sociali soprattuto in famiglia. 

Insomma uno stile di vita sano che ci faccia stare bene con noi stessi, così che questo benessere si rifletta sugli altri. Niente di più vero, ci capita troppo spesso di subire il malessere di persone che scaricano i loro pesanti fardelli emotivi sul prossimo. Niente di più dannoso. 

Ad istituire questa giornata è stata Belgin Aksoy, a capo di un’agenzia che opera nel settore alberghiero di lusso. Tra una camminata e un’abbondante bevuta d’acqua magari ci scappa pure un massaggio extra-lusso e a quel punto siamo a pochi passi dal paradiso. Anche se questo passaggio ce lo immaginavamo a costo zero, di certo a buon mercato per tutti. 

Il motto è che se senti la bellezza in te stesso allora puoi fare qualcosa per le persone che ti circondano. Sempre che questo prendersi cura di sé non sia il solito atto di egoismo che nulla ha a che vedere con quella ricerca di armonia con l’ambiente che ci circonda di cui il pianeta e noi tutti abbiamo tanto bisogno. 

Se la giornata diventa solo un’occasione per offrire pacchetti che promettono benessere e intanto garantiscono un lauto guadagno a chi li propone li vedo poco utili per la collettività. Se impariamo yoga o pilates per sentirci bene è un ottimo inizio, ma se ciò non si accompagna ad un profondo cambiamento di mentalità non è utile a nessuno se non al personale benessere di chi lo pratica e forse a qualche suo stretto familiare. 

Sempre che sia veramente questo quanto si intende per benessere e allora sono io a pensarla diversamente. Sono d’accordo sulla camminata o sul bere più acqua, allora questo deve solo invogliarci a preservare l’ambiente, a non inquinarlo, a rispettarlo senza riserve. Una camminata immersi nel verde è terapeutica, una falda acquifera pura ci garantisce buona salute. 

Cominciando a pensare di non essere i soli abitanti di questo pianeta, cambia la nostra prospettiva. Se ognuno di noi pensasse di essere solo un ospite che deve lasciare meno tracce possibili del suo passaggio, cambierebbe tutto. Perché la Terra non ci appartiene. Se consideriamo gli altri come compagni di questo nostro passaggio sul pianeta, visitatori alla pari che come noi vogliono solo che questo sia un piacevole cammino, allora avverrebbe una vera e propria rivoluzione. 

Con un cambiamento così radicale si potrebbe veramente parlare di benessere. Un mondo dove i suoi abitanti si dimostrano ospiti rispettosi e gentili compagni di viaggio è un luogo dove chiunque vorrebbe vivere. Forse è il caso di cominciare a dedicare giornate a qualcosa di più rispondente ai bisogni del pianeta. 

Si potrebbe iniziare con una giornata dedicata alla semplicità, che ci trasformi da avidi consumatori a semplici fruitori di risorse. Quanto basta per un’esistenza improntata non sulla competizione, ma su un’armoniosa convivenza con la natura e gli altri uomini. 

La giornata della semplicità, per uno stile di vita basato sulla sobrietà, la vera chiave del benessere. Questa volta totalmente a costo zero.



domenica 4 giugno 2017

Mr President spero sia stato informato



Mentre il mondo lentamente si sveglia dal sogno di un benessere economico senza conseguenze e prende atto della necessità di inventarsi uno stile di vita compatibile con la sopravvivenza della specie umana, lui, l’uomo a capo della più potente e tra le più inquinanti nazioni del pianeta, sorprende tutti. Prende l’ardua decisione di ritirarsi dall’accordo di Parigi che prevedeva un limite nelle emissioni di anidride carbonica da parte dei molti paesi che lo hanno sottoscritto. 

Sarebbe troppo oneroso in termini di posti di lavoro, motivo per il quale gli Stati Uniti ne negozieranno uno nuovo che preveda altri termini eco-sostenibili, dove eco sta per economici e non ecologici. Come era prevedibile questa presa di posizione ha generato critiche e commenti negativi da parte degli altri paesi e una sollevazione di massa di improperi ed insulti vari. 

Mi potrei tranquillamente unire a questo coro, elencando i motivi per cui questa scelta potrebbe rivelarsi deleteria per la sopravvivenza prima che della specie umana della stessa presidenza Trump. Niente di più facile. 

La verità è che non delude le aspettative perché una persona che ha fondato un impero economico ha di certo altre priorità nella sua agenda che uniformarsi ad un accordo che, molto probabilmente, neanche avrebbe firmato la prima volta. Allora cosa c’è di così sconvolgente? Per quanto mi riguarda niente o quasi. 

L’unica cosa che non riesco a comprendere è come mai una persona che riveste un ruolo di tale importanza, non sia consigliato ed orientato da economisti dotati di un pizzico di lungimiranza che lo mettano in allerta sui risvolti drammatici di questa decisione. In primo luogo proprio sul piano economico, visto che non serve essere esperti per capire che investire in termini di eco-sostenibilità, dove eco sta per ecologica, rappresenta una ricchezza a lungo termine. 

Se la direzione che il pianeta deve prendere è necessariamente quella che preveda una qualità di vita ottimale per l’essere umano, la quale va di pari passo con quella dell’ambiente che lo circonda, non c’è molta scelta. Non prendere subito quella direzione obbligherà a farlo successivamente con costi molto più alti, anche per le nefaste ripercussioni che avrebbe sulle spese sanitarie del paese. 

A questo punto oltre che qualche lungimirante economista dovrebbero entrare in gioco i servizi segreti che mettano in allarme la sopravvivenza della presidenza al pari della minaccia di un attacco terroristico. Notizie scientifiche recenti hanno portato alla luce dati preoccupanti sulle morti dovute alla presenza di particolato nell’aria. Il quale provoca danni a lungo termine all’apparato respiratorio e circolatorio, infarto ed ictus in primis. 

La novità è che l’inquinamento è molto più avanti dei governi a capo dei paesi che lo provocano e per stare al passo con i tempi si globalizza, uscendo al di fuori dei confini delle regioni dove nasce. Trasportato dal vento del progresso, arriva in altri paesi generando morti premature, persone che in condizioni di non alterazioni ambientali non sarebbero morte. Un bene prodotto in Cina genera inquinamento che causerà morti negli Stati Uniti e viceversa, solo per fare un esempio. 

Un qualsiasi presidente alla guida di un governo più o meno importante dovrebbe essere oltre il problema, esattamente dove inizia la soluzione. Ed invece c’è chi si permette il lusso di ignorare addirittura il problema stesso. In ogni caso visto che il particolato è il prodotto della combustione dei veicoli, degli impianti di riscaldamento oltre che di quelli industriali, qui nessuno si può ergere sul piedistallo coprendo di insulti un presidente che si dimostra più cieco dei suoi stessi elettori. 

Non lo può fare perché vista la situazione a cui siamo giunti, è ovvio che ben pochi si sono impegnati per evitare le morti premature di cui sopra. Mi risulta che l’ecosostenibilità non sia tra le priorità né della gente comune né tanto meno dei politici. Sempre che sia i primi che i secondi sappiano cosa voglia dire e se non lo sanno abbiano voglia di informarsi. 

Se questo passo falso, ennesimo dopo svariati eccessi oltre una sana misura, potrebbe costare il governo al presidente, per noi uomini comuni il continuare a non voler modificare lo stile di vita può costarci la vita. 
È sempre e solo una questione di lungimiranza. 





domenica 28 maggio 2017

Le parole vanno dosate come il sale


Qualche tempo fa mi ero imbattuta su Facebook in un post che mi aveva molto colpita, tanto che decisi di condividerlo. Parlava di un ragazzo il cui vicino di casa aveva messo in giro la voce che fosse un ladro. 

Un’accusa già grave di per sé ma non così tanto, almeno fino a quando la calunnia, passando di bocca in bocca aveva raggiunto a pieno titolo il livello di un’indelebile infamia. Tanto che il ragazzo fu arrestato, ma vista l’infondatezza delle accuse venne rilasciato qualche giorno dopo. L’anziano vicino fu poi giustamente citato per diffamazione e di fronte al giudice affermò che erano solo dei commenti, privi di intenzione a nuocere.

Il giudice prima della sentenza, ordinò all’accusatore di scrivere tutte le accuse fatte in precedenza su dei pezzi di carta per poi gettarli dal finestrino della macchina in corsa. Il giorno successivo gli disse di raccoglierli tutti. Il vecchio rispose che era impossibile visto che il vento li aveva trascinati via. Il giudice rispose che nello stesso modo, quanto si dice sul conto di una persona ne può distruggere l’onore con effetti irreparabili. 

I pettegolezzi sono i ladri peggiori perché rubano la dignità, l’onore, la reputazione e la credibilità di un’altra persona ed è impossibile tornare indietro. La raccomandazione era quella di guardare alla lingua come uno strumento che può diventare estremamente pericoloso, al pari di un’arma. 

Non so se questa storia sia reale o meno. Ho voluta condividerla comunque perché mi capita spesso di ascoltare parole non necessarie e in alcuni casi decisamente dannose. Lo diventano davvero quando incidono sulla reputazione di una persona. Mi sembra impressionante la facilità con cui si parla di un fatto o di una persona, soprattutto quando non ci si basa su esperienze dirette o una reale conoscenza, ma su un “sentito dire” tutto da verificare. 

Spesso accade che la realtà superi la fantasia creata da un bravo sceneggiatore e ci si ritrova a leggere un fatto di cronaca che lascia senza parole anche i più incalliti logorroici.

Qualche giorno fa, infatti, mi è stato segnalato un articolo che riguardava una vicenda che nasce nel lontano 2014 e arriva fino ai nostri giorni, trascinata da una cronaca giudiziaria a dir poco allucinante.

La vittima è un professore di arte che insegna in una scuola media milanese che viene macchiato con una delle accuse più infamanti, soprattutto per chi lavora accanto a minori e che in teoria dovrebbe essere la loro guida. Violenza sessuale e una reputazione, oltre che una professione, rovinate per sempre. A questo punto non ci sarebbe molto da scrivere, se non qualche riga di sincera vicinanza alle ragazze vittime di tale ignominioso reato.

Ed invece le righe toccherà spenderle per descrivere un clima di condizionamento psicologico tale per cui le presunte vittime erano “legate da relazioni psicologiche complesse”. Si passava dalla capogruppo o capobranco, alla sua migliore amica, psicologicamente succube, alla vittima di bullismo, fedele per necessità. 

Questi legami affettivi patologici avevano attribuito agli atteggiamenti fisici del professore una connotazione sessuale, del tutto inventata. La quale era passata di bocca in bocca, trasformando il professore in un ragazzino abusato, violentatore a sua volta, per di più gay, il che aggiunge sempre una nota di infamia a qualsiasi vicenda.

Verifiche sul campo che si sono avvalse anche dell’uso di telecamere, hanno smentito in maniera inequivocabile tali accuse, portando i giudici a formulare una sentenza che dovrebbe far vergognare gli untori di menzogne. Il professore è stato vittima di una suggestione collettiva, di “voci incontrollate e destituite di ogni fondamento”.

La storia si conclude bene nel senso che l’ingiustamente accusato è stato assolto. Ma ci sono cose che si portano dietro un pesante carico di vergogna ed umiliazione che diventa pressoché impossibile restituire alla persona una normalità come se nulla fosse mai accaduto. 

E diciamo anche che ci sarà sempre qualcuno che rimarrà con il dubbio ed il sospetto, tanto che sarà portato a prendere le distanze da quella persona, da quell’insegnante. Non si sa mai che i giudici si fossero sbagliati. Ha tutti i presupposti per diventare un’onta incancellabile. E ricostruire una reputazione necessita un’altra vita, ma noi umani non disponiamo di questo lusso. 

Ricordiamocelo la prossima volta che stiamo parlando di una persona o di un fatto. Quando facciamo delle affermazioni o muoviamo delle accuse, stiamo dando vita ad un’azione pesante. Non sono solo semplici, banali parole. Le quali sono il sale del nostro vivere in comunità. Dosiamole con estrema attenzione. 

E visto che le linee guida per mangiare sano dicono che il sale è già presente in molti alimenti per cui la sua aggiunta si rivela dannosa, regoliamoci di conseguenza.  Allo stesso modo il silenzio può salvare molte vite.



domenica 14 maggio 2017

Anche il frivolo è indispensabile



Qualche lettore mi ha fatto notare l’importanza dei temi che sono trattati in questo blog, e quanto il tutto fosse estremamente serioso. Ho risposto che alcuni argomenti necessitano di uno stile poco incline all’ironia. E comunque se si vuole strappare un sorriso a chi legge, lo si deve fare in maniera molto oculata. Per non risultare offensivo o superficiale. 

Lo scopo di molti articoli qui postati è quello di provocare una riflessione più che una risata, anche se chi mi parlava si riferiva proprio a quello. O più precisamente al fatto che chi non mi conosce, si può fare un’idea non proprio esatta di me. Di una persona estremamente seriosa, poco incline all’umorismo o a parlare di cose futili. 

Come scrissi in un precedente post, sulla scia di una recente ricerca, decisi di iniziare a staccarmi dal giudizio altrui. Questo non vuol dire che se gli altri mi fanno notare qualcosa, debba ignorarlo. Ho pensato che in effetti sto rimandando la scrittura di alcuni articoli che trattano argomenti leggeri, che rasentano la frivolezza. 

Cose di cui mi capita di parlare con colleghi o amici, che mi incuriosiscono ma che inserisco sempre alla fine di una lista di argomenti che non riesco ad ignorare. Che reputo più importanti e che in effetti lo sono. La vita di tutti i giorni però corre anche su questioni di poco conto, cose che, se nessuno ne parla, non cambia molto nel destino di noi tutti. 

Magari scegliendo qualcosa che stimola la curiosità si può arrivare ad essere profondi anche parlando di moda, se alla fine non si rimane disinteressati rispetto alla necessità di non comprare voracemente. C’è da chiedersi se si può vivere senza pensare a nulla, senza considerare la realtà che ci circonda. Veramente in tutte le nostre scelte dovremmo considerare cosa e chi è intorno a noi, valicando il confine del nostro, esclusivo universo. 

Se pensiamo che questo cambierebbe in primo luogo la nostra qualità di vita, metteremmo in atto un cambiamento più a cuor leggero. Se viviamo in un contesto dove ogni persona prima di agire comincia a pensare di non essere sola, che ciò che farà avrà un effetto su altre persone e sul luogo in cui vive, e più in grande sullo stesso pianeta che la ospita, le cose cambierebbero nel profondo. 

A quel punto potremmo permetterci di essere frivoli, ogni tanto, di non pensare a nulla, nel momento in cui ci sdraiamo su un comodo sofà e sorseggiamo una bevanda in totale relax. 

È decisamente liberatorio ritagliarsi un spazio del tempo che scorre, per dedicarlo solo al nostro benessere. Volersi bene è importante e se lo accompagniamo anche con una sana risata lo è molto di più. 

Una volta appurato che si può essere seri, impegnati, divertenti, frivoli e coscienziosi, valutando opportunamente cosa sia meglio mettere in campo in una determinata occasione, affrontiamo la superficialità con serietà. Ridiamo pure del nulla se non rappresenta una caratteristica fissa della nostra giornata, così come il parlare del futile può essere accettabile se non ci dimentichiamo degli altri nel normale agire. 

Per essere coerente devo, a questo punto, dare risalto ad una notizia riguardante una cosa piuttosto leggera, ossia l’emissione di particolari francobolli da parte dell’amministrazione postale delle Nazioni Unite.

Dodici francobolli che raffigurano una specie di animali o piante, a rischio di estinzione. Lo squalo volpe o il baobab di Grandidier potrebbero essere prossime alla definitiva sparizione da questo pianeta e sembra che l’Onu metta in atto questo mix di utile e dilettevole da oltre 20 anni. 

Lo trovo veramente interessante, sempre che non diventi agli occhi della gente solo un’espressione artistica, priva di ogni riflessione su ciò che stiamo causando all’ecosistema. Qualcuno si chiederà pure cosa c’entra lui personalmente con la scomparsa della rana verde escavatrice. 

In realtà anche lui ne è responsabile dal momento che compra quando non necessario, consuma eccessivamente rispetto alle sue necessità, rilascia nell’aria e nell’acqua sostanze dannose conseguenti a questi consumi.

Nell’ordine mondiale delle cose sembra che non cambi nulla senza la rana verde escavatrice. Ma un pezzo in meno in una scacchiera ben organizzata quel’è l’ecosistema, è l’ennesimo danno da riparare. 

In definitiva un francobollo può portare al cambiamento.



lunedì 1 maggio 2017

Se questo è un bambino


Oggi la giornata è dedicata al lavoro, ed in particolare ai diritti di tutti coloro che un lavoro lo svolgono. Il ricordo ci dovrebbe riportare indietro di più di un secolo, ai primi di maggio del 1886 a Chicago dove una manifestazione operaia finì in un massacro. La protesta era scaturita dall’assenza totale di diritti, si arrivava anche a 16 ore di lavoro al giorno, in pessime condizioni, portando le persone alla morte nelle stesse fabbriche. La rivolta denominata di Haymarket, dal nome della piazza che ospitava il mercato delle macchine agricole, durò tre giorni e finì il 4 maggio in un massacro, con undici morti negli scontri tra polizia e manifestanti.

Se oggi non abbiamo dimenticato cosa successe quei giorni di tanti anni fa, dobbiamo fare altrettanto ricordando che in quel periodo era normale trovare persone in giovanissima età che passavano la loro infanzia nelle fabbriche. Molto spesso i danni fisici che riportavano non consentivano loro di avere una vita normale, sempre che avevano la fortuna di arrivare all’età adulta. 

Dovremmo guardarci indietro inorriditi con la certezza che se andiamo avanti nel tempo, siamo in grado di superare situazioni noncuranti della dignità umana.
Purtroppo la condizione che ne è responsabile ossia la povertà, non è stata eliminata ed in alcuni paesi nel mondo, i bambini continuano ad essere vittime di contesti a dir poco sfortunati. Costretti a diventare grandi, per tentare di far sopravvivere una famiglia intera.

Con l’avvento della rivoluzione industriale venivano impiegati soprattutto nell’industria tessile, le mani molto piccole permettevano, infatti, di infilare agevolmente il filo e lavorarlo. In Inghilterra o in America era possibile trovare situazioni del genere e se la rivoluzione si fosse diffusa a tutto il globo oggi sarebbe diverso. Negli anni a venire però, le cose non andarono per tutti allo stesso modo ed il mondo si è diviso in paesi sviluppati, ricchi, progrediti e paesi che forse un giorno lo diventeranno, sempre che i primi abbiano lasciato ancora qualcosa da poter sfruttare.

Del resto i bambini fortunati devono vestirsi, mangiare merendine, possedere un cellulare e poterlo cambiare quando esce un modello più nuovo. Per creare questi prodotti è necessario che qualcun altro dedichi ore della sua giornata per contribuire a questa produzione. 

Il problema ed anche pesante, sorge quando queste ore sono sottratte al gioco e allo studio, privando la persona dell’istruzione che sarebbe necessaria per cambiare la sua condizione. La quale non si modificherà nel futuro, condannando chi ne è vittima ad una vita miserabile. Le ore di lavoro occupano intere giornate, il salario non è scaturito da una contrattazione e se il piccolo è estremamente fortunato si ritrova a cucire tappeti o scarpe. Che il bambino che le indosserà pagherà molti soldi, nonostante il bambino che le ha cucite verrà pagato molto, molto poco. 

Fin qui molte cose non tornano, ancor meno quando ci spostiamo in luoghi dove si produce non la scarpa famosa, ma l’ingrediente di una merendina o un minerale essenziale per assemblare un cellulare o un tablet. Una miniera non è un bel posto per nessuno, figurarci un essere in via di sviluppo.  Nel Congo si produce molto del cobalto utilizzato per le batterie al litio di diversi dispositivi, e c’è bisogno di qualcuno che lo estragga rovinando per sempre i suoi polmoni, sempre che riesca a sopravvivere. 

In Indonesia viene prodotto gran parte dell’olio di palma che si trova in molti alimenti confezionati. Molte persone devono lavorare nelle piantagioni per mantenere una elevata produzione, in mezzo a pesticidi tossici, trasportando carichi di frutta anche di 25 chili. Trattandosi di luoghi ricchi di povertà, la possibilità che a vivere in queste condizioni sia una persona minore di 18 anni, è molto elevata, senza la benché minima tutela, con un rischio esponenziale di morte o danni fisici gravi. 

Ora però la produzione di olio di palma è etichettata come sostenibile, tanto per sentirsi a posto con la coscienza. Io mi sento a posto solo se consumo poco, mangio con morigeratezza, faccio durare il più a lungo possibile il cellulare o la scarpa di marca famosa. È l’unica arma che ho per rallentare quella produzione, abbassare la soglia di voracità di un consumismo divenuto ormai insostenibile per la Terra e per i suoi abitanti. 

Questo articolo lo dedico ad un bambino pakistano, divenuto il simbolo della lotta al lavoro minorile. Il suo nome è Iqbal Masih, venduto dal padre ad un venditore di tappeti per un debito di soli 12 dollari e costretto a lavorare anche 12 ore, incatenato e denutrito, minato per sempre nel suo fisico. Riuscito a fuggire, partecipò ad una manifestazione per la liberazione dalla schiavitù del lavoro e da allora cominciò a viaggiare per far conoscere al mondo queste orribili situazioni. 

All’età di 12 anni, nel 1995, fu assassinato in circostanze tutt’oggi non chiarite, ma grazie al suo impegno molte condizioni di schiavitù minorile sono venute alla luce portando alla chiusura molte fabbriche di tappeti in Pakistan. Fino a quando la povertà sarà una realtà del pianeta, tutto questo può ancora succedere. Anche in paesi insospettabili, considerati industrializzati, nelle sue realtà più arretrate, dove la ricchezza non è arrivata. 

Quando sono i bambini a pagare personalmente le conseguenze dell’ingiustizia, ho idea che manchi ancora molto, troppo tempo per definirci una razza evoluta.