domenica 16 ottobre 2016

Overshoot Day: quando la Terra dice basta!


Lo scorso 8 agosto abbiamo esaurito le risorse che la Terra era in grado di offrirci per l’anno 2016, con ben 5 mesi di anticipo dalla fine!
Stiamo divorando piante ed animali, ad una velocità tale da non concedere loro la possibilità di riprodursi, rigenerarsi. 

Siamo sempre più numerosi, diversi miliardi, affamati, belligeranti, pretenziosi e per nulla rispettosi, per lo meno non la maggior parte. E la Terra annaspa, in questa costante, interminabile richiesta, come una madre incapace di saziare tutti i propri figli. 

Oltre alla insufficienza di risorse, ciò che preoccupa fortemente è il riscaldamento globale e le sue devastanti conseguenze. Sembrano essere due problemi con radici diverse, ma in realtà il denominatore è decisamente comune e si chiama spreco, sia esso alimentare che relativo all’eccessivo sfruttamento di materiali, minerali, combustili. 

Sarebbe interessante fare un grafico su come l’uomo si muove sul suo pianeta, di cosa si nutre, cosa sfrutta per vivere, e soprattutto a che velocità fa tutto questo. Ne verrebbe fuori un andamento compulsivo, in cui ripete comportamenti in maniera automatica senza pensare, riflettere sulle conseguenze.

Perché delle conseguenze ci sono eccome e se oggi ci sembra che non sia affatto così, in realtà è proprio vero il contrario, e le future generazioni sono quelle in reale pericolo. 

Il grafico di cui sopra, vedrebbe lo stesso abitante del pianeta, in lotta con altri simili per il controllo di quei combustili fossili, il cui sfruttamento sta sfinendo il luogo in cui lui stesso vive. Praticamente alla ricerca spasmodica di autodistruzione. Perfetto caso da manuale psichiatrico.

È vero che i governi dovrebbero mostrare di tenere maggiormente al posto che abitano, ma ciò non alleggerisce la coscienza dei singoli per le loro responsabilità. 

Ogni individuo può e deve preoccuparsene, tanto per elevarci un po’ più in alto dell’insignificante rango di miliardesimo abitante del pianeta, di cui nessuno conserverà più un ricordo dopo la morte.

Già se si inizia a riflettere sulle conseguenze dei propri gesti, si rende onore alla presunta intelligenza della nostra natura, se lo si fa tutti insieme, si potrebbe cominciare a pensare che non siamo proprio votati all’autodistruzione.

Proprio nella vita di tutti i giorni possiamo dimostrare di essere degni cittadini del pianeta; la parola d’ordine è sempre una: ridurre al minimo gli sprechi. 

La ricerca spasmodica di calore o di fresco negli ambienti chiusi fa sì che i consumi di energia salgano incredibilmente, spesso basta molto molto meno per stare comunque bene. Prediligere il treno come mezzo per gli spostamenti, riduce di gran lunga l’inquinamento atmosferico. Acquistare meno di tutto, meno cibo, meno abiti, far durare più a lungo ciò che già si possiede. 

Forse in pochi sanno che l’industria della moda è una delle più inquinanti per l’ambiente e che la carne rossa è uno dei cibi più deleteri con alte percentuali gas ad effetto serra prodotti per il suo allevamento. 

Dovremmo poi far sparire dalle nostre tavole i cibi spazzatura, i cosiddetti junk food, cibi dalle calorie vuote che non apportano principi nutritivi, ma sono altamente dannosi sia per la propria salute che per quella dell’ecosistema.

Non dobbiamo vederle come magnanime concessioni fatte al pianeta, visto che i diretti beneficiari saremmo proprio noi, anzi la nostra salute. Vivere in un ambiente inquinato fa ammalare. 

La temperatura sta aumentando e se non ci affrettiamo a porre rimedio, la Terra sarà un malato incurabile. 

Trovare la cura sarà l’ultimo dei problemi.

domenica 2 ottobre 2016

Il viaggio non è uno status symbol


In questo scorcio d'estate, così come ogni anno in questo periodo, si fa il bilancio di una stagione, quella estiva, che dovrebbe aver contribuito a far rilassare ed aver rigenerato a sufficienza prima di riprendere un anno di fatiche, lavoro o studio che sia.

Ed invece l’effetto terapeutico che una vacanza dovrebbe infondere si perde tra ritmi frenetici e tour de force del divertimento che mal si accordano con i tempi più blandi richiesti ogni tanto dal nostro cervello. Ma per quanto una vacanza possa essere stancante, in realtà chi sta veramente peggio è chi quella villeggiatura non se la può concedere. 

Secondo la logica della competizione per arrivare sempre più in alto nella scala sociale, il viaggio è valutato ben più di una bella macchina. Quindi se non si ha un luogo interessante da raccontare ad amici e colleghi, è persino lecito inventarselo, creandosi uno sfondo internazionale al computer e mettersi in primo piano, da vero giramondo.

Pare che più di qualche italiano abbia attinto agli strumenti che la tecnologia ci offre, per creare un artefatto che non lo faccia sfigurare nei vari resoconti post-estate. In questa logica perversa che stima il viaggio al pari di un bene materiale, chi più gira, più si arricchisce, ma non certo perché allarga i propri orizzonti mentali. 

In una società consumistica, i cui giudizi sul prossimo si basano prevalentemente sulla quantità di beni materiali posseduti, la vacanza perde il suo reale significato e diventa un vestito alla moda, senza ci si sente emarginati ed è quello che davvero succede.

In realtà il viaggio è sì un vestito, ma che deve essere cucito addosso alla persona, diverso per ognuno di noi. Ascoltare il collega che si perde nei particolari di un racconto dai contorni esotici, può rivelarsi un’esperienza interessante, perlomeno a parole, perché magari, per quanto ci si faccia rodere dall’invidia, quella vacanza non è adatta al nostro modo di essere. 

Il viaggio è un’esperienza del tutto soggettiva e personale e va quindi scelto in base alle proprie inclinazioni, anche se queste eventualmente ci portassero a far visita ad un monastero. 

Non può il viaggio diventare un termine di discriminazione economica, anche se chi ha i mezzi economici per affrontarne di lontani ed interminabili appare ai nostri occhi il più fortunato dei terrestri.  

Vedere da vicino le meraviglie del pianeta è di certo appagante e inebriante, ma arricchisce lo spirito solo se si è realmente predisposti, altrimenti è un gesto di puro egoismo, effimero e volatile.

Se si visitano posti con una natura che mette i brividi, torniamo a casa con la voglia di cambiare il nostro stile di vita per contribuire a non perdere un tale patrimonio? Quando andiamo in un luogo dove tocchiamo con mano la povertà attorno all’albergo di lusso a quattro stelle, siamo in grado poi di apprezzare ciò che abbiamo nella vita di tutti i giorni? Visitando un luogo pregno di storia, sappiamo imparare da essa, evitando l’odio che ha portato alla distruzione di una civiltà?

Il bello è che tutto ciò lo si può apprendere stando seduti in un bel parco, vicino casa, con in mano un libro ed uno spirito da avventuriero, quello che si trova nelle persone che veramente vogliono un mondo diverso, migliore, evoluto e si impegnano concretamente.

Per loro il viaggio non termina mai. Faticoso, unico, il più fantastico che si possa immaginare. 

Peccato che non lo raccontano alla fine di ogni estate.

domenica 18 settembre 2016

Ieri il rogo, oggi il video


Recenti fatti hanno visto protagonisti: due ragazze, un video e il web. Nel primo caso un filmato con contenuto spinto diffuso nella rete da una terza persona, nel secondo fatto una ragazza filmata da ragazze di sua conoscenza, mentre, in stato di incoscienza, subiva uno stupro. 

Anche in questo caso, un click e ciò che dovrebbe essere privato diventa pubblico e un reato che dovrebbe essere denunciato diventa un fenomeno da baraccone, con tanto di platea non pagante, ma di sicuro giudicante ed oltraggiosa.

Queste vicende mi hanno fatto pensare ai secoli or sono quando le persone ritenute colpevoli di atti sessuali riprovevoli quale veniva considerata la sodomia, venivano giustiziati con il fuoco da vivi. 

Insomma quando le oscenità divenivano pubbliche bisognava in qualche modo punire i peccatori e visto che della giustizia divina non si può mai esser certi in maniera definitiva, allora meglio intanto garantire quella terrena.

Questo sempre perché la religione che guida i pensieri e le azioni, decide ciò che è giusto e quello che non lo è, e se qualcosa rientra nel secondo caso allora ogni mezzo è lecito per punire severamente o addirittura eliminare colui o colei che ha deciso di trasgredire la legge divina.

E questo concetto è trasversale per qualsiasi religione, dietro la cui diversa bandiera si commettono da secoli omicidi di massa, barbare torture, atti che di divino sembrerebbero avere ben poco, se non le scritture a cui si ispirano, il testamento che ogni dio lascia al suo popolo.

Quindi tenendo fede a quanto la religione ci insegna e che, nel bene e nel male, influenza il nostro agire quotidiano, se una persona commette un peccato e lo fa pubblicamente, in maniera del tutto automatica, coloro che guardano dall’esterno, sono prima testimoni e poi inevitabilmente giudici. 

Come tali, liberi di decidere la sorte della persona in questione, che però persona non è più, ma si è trasformata in un caso, un mezzo, un’opportunità. 
Lecito il fuoco sotto la carne viva, legittime le offese, le ingiurie, il pubblico ludibrio.

Quindi ripartendo dall’inizio, seguendo però la logica da me descritta, tutto ciò che è accaduto sembra conseguente ed in linea con quanto si verifica da secoli. Ovviamente cambiano i mezzi, la tecnologia velocizza i tempi della giustizia e si arriva molto più in fretta ad una condanna popolare.

Nella catena di questa giustizia virtuale che sembra avere tempi migliori di quella tradizionale, il pubblico non è però il solo soggetto. 

Si parte dal protagonista della scena incriminata, che è una vittima pura solo nel caso in cui è inconsapevole o ingenua, altrimenti sarà lei o lui ad aver dato il via al macabro meccanismo. 

Poi abbiamo colui o colei che registra il video che diventa il diffusore via etere, con un semplice click che non sfiora la sua coscienza, ma la viva attenzione dei milioni di voyeur che devono in qualche modo soddisfare la morbosa curiosità.

Ancora non è finita, perché prima di arrivare al pubblico che attende come belve la propria preda, ci sono tutti quelli che fanno diventare l’oggetto del crimine di pubblico dominio. 

Coloro che realmente rendono celebre quel protagonista, quelli che attraverso le stampe di milioni di copie, fanno conoscere quel fatto. E a questo punto entra, o meglio, dovrebbe entrare in gioco l’essere un professionista. 

Perché un giornalista con la lettera maiuscola, non pubblica di getto, non butta il colore sulla tavolozza prima di uno studio attento su quale sfumatura cromatica sia opportuno utilizzare e quale scartare. 

Questo studio attento si chiama verifica della notizia e distingue un giornalista serio da un giornalaio, e direi che nel panorama italiano di certo chi ne esce a testa alta è quest’ultimo.

Ma la notizia verificata forse fa meno followers di quella gridata, buttata in pasto, e di certo è più costoso in termini di tempo e di energia, in quanto ci vuole un certo lavoro per arrivare alla verità, sempre che a qualcuno interessi davvero sapere cosa sia accaduto al/alla protagonista.

In effetti ci sarebbe meno gusto, perché per quanto possa essere rivoltante, il sensazionalismo paga, eccome che paga.
Alla fine di queste brutte storie, bisogna dire che non pagherà nessuno. 

In Italia chi diffonde un video commette reato solo se il protagonista è minorenne, il pubblico assetato se la può cavare con qualche scusa, e gli apprendisti giornalisti passeranno alla prossima notizia da triturare alla velocità della luce. 

Il meccanismo riprenderà vita, fino alla prossima preda da far cadere nella rete.

Spero solo che sia abbastanza forte da resistere.





domenica 11 settembre 2016

Cameriere? Una pizza, ma so già che non la mangerò


Una sera di questa tiepida estate, vado a mangiare una pizza e come al solito osservo sempre con attenzione ciò che mi circonda. 
Dopo poco che insieme al mio accompagnatore avevamo preso posto, al tavolo accanto al nostro si siede una famigliola composta da tre adulti e due bambini. 

Noi nel frattempo avevamo ordinato le nostre invitanti pizze che avremmo mangiato con gusto e più o meno contemporaneamente erano state servite le pietanze anche dei nostri vicini, inaspettati protagonisti di questo post.

Non è mia intenzione ammorbare con una telecronaca, piatto dopo piatto, perché non è tanto importante descrivere cosa è stato mangiato, quanto piuttosto soffermarsi sulle quantità di cibo rimandate indietro quasi intonse.

E per finire, come ciliegina su una torta non consumata, un’ordinazione lampo prima di andare a pagare il conto: una birra sorseggiata una sola volta, in fretta per saldare quanto non mangiato. 

Peccato però che il conto del danno ambientale non viene considerato e la famigliola può andare tranquillamente a fare danni da qualche altra parte, chissà per quanti anni ancora considerando la giovane età dei bambini che ne facevano parte.

Se solo si considerasse quanta materia ed energia è necessaria per produrre il cibo a nostra disposizione, il quale non nasce direttamente nei campi ma per arrivare servito nel piatto segue un percorso di lavorazioni e raffinazioni. 

Questo vuol dire che quando lo ritroviamo bello e confezionato sotto il naso, ha prodotto un impatto sull’ambiente più o meno significativo, a causa dell’utilizzo di acqua, emissioni di gas ad effetto serra delle varie industrie coinvolte, inquinante anche solo per il suo trasporto su strada. 

Non possiamo permetterci di vivere a nostro piacimento, noncuranti dei riflessi delle nostre azioni. 
Ed è nostro dovere insegnarlo anche alle generazioni future, perché sono loro che pagano il prezzo più alto dell’indifferenza odierna sulla questione ambientale.

L’impatto sull’ecosistema di quella famiglia è stato molto alto e moltiplicarlo per tutti coloro che sprecano cibo con tale leggerezza, significa un danno di non poco conto. 

Ho però dimenticato di dire che la famigliola è andata via su un fuoristrada fiammante ed ingombrante, il che ha fatto salire drammaticamente il conto dell’impatto ambientale.

Alla fine questi danni non li pagherà nessuno, o meglio li paghiamo tutti: andando incontro ad una sempre più concreta scarsità di risorse, dovuta al progressivo incremento demografico, respirando un’aria di qualità peggiore, il che comporta problemi di salute anche gravi, imprevedibili futuri scenari dovuti ai cambiamenti climatici. 

Se qualcuno in questo momento sta pensando che si tratta del solito allarmismo ingiustificato, rispondo che questa, in genere, è la scusa che usano quelli che vogliono continuare a fregarsene, per non dover attuare cambiamenti sul proprio stile di vita. Più comodo ovvio.

Io invece voglio fare una previsione, secondo me tutti quelli che oggi fingono per non agire, un giorno saranno gli emarginati della società, coloro che verrano visti come gli untori ai tempi della peste. 

Quelli che dovranno rimanere sulla Terra in caso di imminente disastro, perché sull’astronave per gli umani da salvare, ci sarà posto solo per scienziati seri e persone in grado di garantire generazioni evolute. 

A chi, leggendo queste righe deciderà di ignorarne il contenuto, etichettandole come il frutto di una fervida fantasia o un noioso richiamo all’ordine di una blogger senza fama, voglio ricordare una massima di Karl Marx:

“Non è la coscienza degli uomini che determina la loro vita, ma le condizioni della loro vita che ne determinano la coscienza”.

Alla fine, per forza di cose, si sarà costretti a cambiare, ma a quel punto lo scenario non sarà più lo stesso. 

E potrebbe essere più simile all’inferno.


domenica 4 settembre 2016

Un anello di plastica è per sempre


Se pensassi che il diamante può suggellare l’amore che dura fino alla fine dei giorni, allora sarei davvero combattuta. Per il fatidico anello credo che alla fine opterei per un materiale inusuale per l’occasione, poco elegante, ma perfetto rispetto al messaggio che deve ribadirmi giorno dopo giorno: la plastica, perché no, un innovativo quanto originale anello in plastica.

Sarei certa che starebbe lì, eterna, immutabile, a ricordarmi l’amore che non si consuma mai. O come la definiscono gli scienziati: pervasiva, perché si infiltra ovunque, anche nei meandri più nascosti e lì ci rimane, per sempre. Appunto come l’amore tra persone, almeno nelle comuni aspirazioni.

Anche quando non rimarrà abbastanza petrolio da utilizzare, ne avremo sparsa a sufficienza per il mondo da non farci dimenticare che specie inquinante siamo. E l’amore eterno diventerebbe l’orrore eterno.

Anche se la maggior parte finita sul fondo dell’oceano rimarrà lì per molti, molti anni ad intossicare gli animali; quelli che sopravvivono la ingeriscono, rimandandola al mittente, attraverso la catena alimentare.

Non è tanto la plastica di grosse dimensioni a preoccupare, quanto le microplastiche, piccoli rifiuti che finiscono negli angoli più nascosti del globo, nelle fosse oceaniche ancora tutte da scoprire. 

Si stima che questo materiale costituisca il 50-80% dei rifiuti che inquinano l’oceano, ma sono dati approssimativi in quanto in fase di studio e lo sono anche i metodi analizzati per rimediare ai danni. 

È importante investire nella ricerca che soltanto negli ultimi anni ha subito un’accelerazione in quest’ambito, fondamentale anche solo per stabilire quanto questo derivato abbia inquinato, la mappatura globale di un consumo sfrenato.

Ma da dove viene tutta questa spazzatura? Dai rifiuti lasciati in spiaggia, degradati dal sole e dall’acqua di mare diventeranno particelle piccolissime, il resto è noto. 

L’articolo di Nature mi ha poi illuminato su altre insospettabili fonti. I frammenti di pneumatici che dall’asfalto finiscono nelle fognature e poi nell’oceano, medesima via percorsa dalle microsfere aggiunte ai prodotti cosmetici e, dulcis in fundo, i rifiuti che volano via dalle discariche mal gestite, trasportati dal vento verso altri lidi.

Di certo noi possiamo fare molto per contenere questo sfacelo. Prima che, come al solito, la scienza salvi noi e i poveri animali marini dal soffocare in questo mare di petrolio in forma solida, possiamo e dobbiamo agire. Ridurre la quantità di rifiuti generati, smaltirli adeguatamente e farli rinascere sotto forma di altri prodotti. 

Diminuire i consumi alimentari, preferendo il pesce allevato a quello pescato, ed in generale di tutto ciò che si trova all’interno di recipienti. In questo modo diminuisce il numero di contenitori e per quelli che gettiamo via, il vivere civilmente vorrebbe che venissero smaltiti adeguatamente, la spiaggia non rientra tra i luoghi ideali.

Il presidente Obama ha dato vita all’oasi marina protetta più grande al mondo, quadruplicando la superficie del parco marino già creato nel 2006. Si trova alle Hawaii ed è un paradiso in Terra, ma neanche quel luogo incantevole si è salvato dalla mano devastatrice dell’uomo. 

Nel 2014 è stata rimossa dall’area protetta una rete da pesca dal peso di quasi 12 tonnellate, e l’articolo ci ricorda come le reti e l’attrezzatura da pesca sia una pesante fonte di inquinamento marino.

Si dice che gli spiriti degli antenati indigeni aleggino ancora su quelle acque cristalline. 

Chissà che, prima o poi, non riusciremo a far scappare anche loro.

La battaglia per controllare la plastica

L'oasi marina più grande del mondo



domenica 28 agosto 2016

Questa è l'ora degli sciacalli


Se quando accadono tragedie di questa portata, mi riferisco al sisma che ha colpito il centro Italia, ci si ferma a riflettere sulle differenti reazioni delle persone non direttamente coinvolte, si fanno incredibili scoperte sulla contraddittoria, duplice e quindi infida natura umana.

Non mi soffermo a parlare di quanto si sarebbe potuto fare per evitare tale sciagura, in quanto ripeterei i concetti già espressi relativamente al recente disastro ferroviario in Puglia, per arrivare alla medesima conclusione: la macchina burocratica è lenta e mal funzionante. 

Questo perché le persone che la azionano sono scarsamente propense ad avere una prospettiva a lungo termine, di un futuro sicuro ed efficiente. “Sfangarla” giorno per giorno, è il massimo che si può chiedere a sé stessi, d’altronde non viene neanche messo in conto che ci potrebbe essere qualcun altro che pagherà le spese di tale meschinità.

E se c’è chi vive noncurante che le sue azioni ed omissioni hanno una ricaduta più o meno significativa su chi o cosa li circonda, c’è qualcun altro che “intenzionalmente” cavalca l’onda emozionale provocata dalla tragedia, per trarne un vantaggio personale. 

In questi casi il termine sciacallaggio rende meglio l’idea, anche se il fatto che sia un animale, lo sciacallo, a dare il nome al termine, non lo trovo completamente appropriato, visto che per questi mammiferi accanirsi sui resti di altri simili è una questione di sopravvivenza, per l’uomo tale comportamento ha finalità tutt’altro che biologiche.

Ed ecco che la tragedia collettiva diventa l’occasione perfetta per mettere in mostra il proprio ego, rendere manifesti sentimenti di empatia che in realtà non si posseggono, farne in qualche modo la propria, piccola o grande, personale fortuna. 

E con fortuna intendo anche quella economica ovviamente, dal momento che fiumi di denaro e beni materiali si riversano successivamente a queste sciagure, per porre rimedio, sostenere chi sopravvive, tentare di costruire un futuro, che nel caso dell’Italia è misurato in ere geologiche. 

È piuttosto deprimente pensare che esistano individui che attendono i disastri di madre natura per aumentare il conto in banca, ma lo è altrettanto sapere che ce ne sono altri che utilizzano tali martoriati scenari per il proprio, esclusivo momento di gloria, magari attraverso l’autoscatto di un cellulare.

Non ho menzionato coloro che si sono sentiti in “dovere” di dire la propria, di dare un’opinione anche se non richiesta, di elargire una notizia non preventivamente verificata, di pronunciare una tesi da inesperto o semplicemente far uscire dalla bocca parole dal contenuto altamente discutibile. 

Anche questi, a mio avviso, sono sciacalli: dell’etere, untori della mala informazione, pericolosi inesperti con il vezzo di passare da grandi scienziati, con il medesimo scopo di primeggiare, questa volta, però, su una vasta, immensa tragedia umana.

Per tenere fede alla premessa in cui parlavo di duplice natura umana, ecco che in questo miserabile panorama di aridità di sentimenti, spicca la luminosità dell’altra faccia della medaglia. 
Quella che quando ti capita di posarci lo sguardo, riesce ad infonderti la dose di ottimismo necessaria a guardare avanti, a credere che questa specie possa ancora avere un futuro evoluto.

In questo caso, l’altra faccia sono tutte quelle persone che hanno scavato a mani nude tra le macerie alla ricerca di gente da salvare, chi ha donato qualcosa, il sangue un abito un medicinale, al solo scopo di dare un aiuto concreto, tutti quelli che hanno messo in secondo luogo sé stessi. 

E visto che prima ho nominato lo sciacallo, per indicare, di riflesso, caratteristiche negative del genere umano, ora che sto descrivendo la faccia luminosa, non posso dimenticare di nominare loro, i cani, che con il loro fiuto addestrato hanno permesso a molte persone di continuare a vivere.

Dato che non tutti quelli che hanno usufruito di questa incredibile dose di generosità avranno la possibilità di ringraziarli, lo faccio anche a nome loro: “Avete alimentato la speranza, grazie a voi non è calato il buio che spaventa.”

E per quelli che non ce l’hanno fatta, di cui ho avuto anche un coinvolgimento non diretto, ma partecipe, attraverso le notizie di alcuni ragazzi, compagni di classe di parenti ed amici morti sotto le macerie. Pensando a loro voglio rivolgere un appello agli sciacalli già nominati. 

Quando vi accanite su ciò che rimane, provate anche solo per un attimo a distogliere il pensiero dall’azione che vi accingete a compiere, e fatevi solo una domanda: “È davvero questo ciò che voglio essere?”

Se avete dubbi o tentennamenti, fermatevi.


domenica 21 agosto 2016

Prima della Pokemon-mania


Qualche settimana fa mi trovavo in un parco, invitata da un bambino che nel caso non avesse trovato amichetti per giocare, avrebbe avuto una seconda possibilità. C’è da premettere che non era ancora scoppiata la caccia generale al Pokemon ramingo ossia l’inseguimento virtuale e reale ai pupazzetti spiritosi, che se tengono incollati i ragazzi davanti ad un tablet perlomeno li fanno muovere parecchio. 

Infatti più si cammina, più si catturano e visto che ci troviamo in un’epoca di pericolosa sedentarietà soprattutto per la minore età, direi che si può ovviare ad ogni altro effetto negativo.

In men che non si dica sono stata catapultata in un gioco con la palla, per poi passare ad una perlustrazione in un giardino con tanto di fontane e ruscelli, ed infine su un tronco di legno che fungeva da tavola da surf a contare chi riusciva a tenere l’equilibrio più a lungo degli altri. 

Devo ammettere di aver passato due giornate divertentissime e soprattutto molto rilassanti, alla fine ho capito perché mi sentivo così bene.  Nessuno del gruppo mi ha precluso la sua amicizia, anche se ero solo la zia di uno di loro, palesemente più grande e conosciuta per la prima volta. 

Non mi sono sentita giudicata, non ho dovuto subire le forche caudine del processo mentale degli adulti che porta ad un etichettatura, il più delle volte inappellabile. Non mi è stato chiesto cosa faccio o quanti anni ho, non sono stata osservata con sospetto, sono stata accettata senza riserve e questo ha reso il divertimento davvero liberatorio. 

La fiducia nell’altro a prescindere e la totale assenza di pregiudizi rende il mondo infantile, un patrimonio inesauribile di insegnamenti e di totale distacco dal mondo artificioso e di pura immagine degli adulti. Ne approfittano quelli dall’animo corrotto e non se ne rendono conto coloro che lo trascurano pur avendolo così vicino. 

Se decidessimo di imparare da loro, i nostri rapporti con gli altri ne guadagnerebbero in spontaneità, benevolenza, rilassata accettazione, maggior fiducia, anche se con qualche dose di prudenza da aggiungere.

Certo se quei giorni mi fossi sentita troppo adulta da non potermi permettere di abbandonarmi al gioco o mettermi sullo stesso piano di chi ha molti anni in meno, allora non starei qui a bearmi di un bellissimo ricordo. Sta a noi decidere di non abbandonare il fanciullo che alberga nell’animo e che semplicemente il più delle volte soffochiamo. 

Se riusciamo a tenerlo in vita, anche fosse un flebile lumicino, di certo ci aiuterà ad avere un diverso approccio con la vita, anche il rapporto con i bambini migliorerebbe clamorosamente, magari non si ricorrerebbe più a schiaffi e umilianti rimproveri nel momento di interpretare il complesso ruolo di genitore.

Costruire con loro un rapporto di fiducia, cioè di regole condivise con chiarezza e autorevolezza, senza il ricorso a punizioni corporali, le ricerche dicono sia la strada migliore per crescere adulti sani. Molto faticoso, ma altrettanto gratificante. Io aggiungo che gli adulti ne guadagnerebbero un rapporto speciale, di dialogo e confidenze. 

Immergendosi nel loro mondo, attraverso il gioco, riuscirebbero a diventare credibili nel momento in cui fosse necessario stabilire delle regole e forse riuscirebbero a far emergere quel fanciullino sepolto sotto strati di esercitata ipocrisia, guadagnandone in spontaneità.

“Non bisogna mai abbandonare il bambino che hai dentro…” parla la voce fuori campo di J.D.

“Ehi quella ragazza vestita da lupo non ti toglie gli occhi di dosso!” gli dice l’amico Turk mentre sono seduti al bar con indosso una maschera da maiale.
“Lascerò che mi soffi la casetta, rendo l’idea?” gli risponde J.D. tuffando il muso insieme all’amico nella stessa ciotola delle noccioline.

“…è il bambino che abbiamo dentro che ci impedisce di impazzire.” 

Serie televisiva Scrubs - Stagione 2, Ep. 5