domenica 3 luglio 2016

Il Brexit e un passo indietro dalla Federazione dei pianeti uniti


La Gran Bretagna ha scelto di essere fuori dall’Europa ed è realtà di oggi. La Federazione dei pianeti uniti è il governo interstellare che unisce gli umani ed altri popoli simili in un’unica istituzione. Siamo nell’anno 2373 e la realtà è quella della finzione cinematografica della serie televisiva Star Trek, scaturita da una brillante idea del suo lungimirante sceneggiatore. Semplice utopia, ideale di un mondo irrealizzabile o inevitabile finale di una storia del pianeta ancora tutta da scrivere?

La cosa certa è che attualmente un paese, l’Inghilterra, ha scelto di tirarsi fuori dalla vasta regione chiamata Europa che, almeno geograficamente continuerà ad inglobarla. 
In genere coloro che sostengono una scelta di questo tipo non hanno una visione globale del pianeta, ma tendono a focalizzarsi sul territorio di appartenenza, vedendolo costantemente sotto minaccia di invasioni straniere o economicamente danneggiato dagli inevitabili vincoli dettati dall’essere parte di una grande comunità. 

A quel punto per convincere anche le altre menti che allontanarsi è la scelta giusta, fanno leva sui sentimenti di paura, orgoglio e protezione delle generazioni future da queste terribili minacce.
Se si pensa al luogo in cui si vive come una terra blindata dai confini invalicabili è normale vedere ogni possibile interferenza esterna come un’insopportabile intrusione, ma se ci si considera abitanti di una piccola parte dell’immensa distesa di terra che è il pianeta che occupiamo, allora il punto di vista cambia e non di poco. 

Sono molte le minacce che l’intero globo deve fronteggiare nel suo immediato futuro: l’odio crescente per le differenti appartenenze religiose e quello ancestrale per le diverse etnie, senza dimenticare il rischio sempre più concreto di una rottura definitiva dell’equilibrio dell’ecosistema che metterà in pericolo l’esistenza della razza umana nella sua interezza.

Il concetto banale è quello che vede nell’unione la forza, lo avevano ben compreso gli antichi Romani che per governare i vari stati utilizzavano il motto “divide et impera” ossia dividi e comanda in modo da evitare che i singoli popoli si coalizzassero da risultare poi vincenti contro il potere di Roma. 

Se davvero si desidera un futuro sereno e di prosperità per sé e per le generazioni che verranno è importante cominciare a ragionare in termini diversi, guardare al di là del proprio naso e dei confini nazionali. Dovremo arrivare a sentirci cittadini del pianeta, perché nonostante i bastoni tra le ruote del progresso, lanciati da coloro che rivendicano le loro appartenenze di qualsivoglia origine, religiosa, etnica, sociale, il cammino dell’evoluzione ci porterà ad un’immensa fusione popolare. Che al pari di quella nucleare sarà sconvolgente, rivoluzionaria e ci lancerà molto, molto avanti nel viaggio verso lo sviluppo della specie, quello ecosostenibile. 

Lo ha compreso chi ha costruito il nostro futuro nella finzione del telefilm Star Trek: la Federazione dei pianeti uniti che unisce i popoli di diversi pianeti oltre la Terra. Tante culture differenti mischiate in un’unica supercultura della logica, della scienza e della tecnologia. 

E quelli che oggi pensano che è conveniente dal punto di vista economico dividersi dal resto dal mondo, dovrebbero riflettere sulle parole del capitano Picard, nobile condottiero dell’astronave Enterprise: 

“L’ economia del futuro è piuttosto diversa: il denaro non esiste nel 24° secolo, l'acquisizione della ricchezza non è più la forza motrice delle nostre vite. Noi lavoriamo per migliorare noi stessi e il resto dell'umanità.”*

*(tratto dalla voce di Wikipedia “Federazione dei pianeti uniti”).


domenica 26 giugno 2016

Negli abissi il blu più profondo, bizzarre creature marine e un pò di ... spazzatura


Qualche giorno fa avevo visto un documentario sugli abissi marini e le incredibili creature che li popolano. Un bellissimo filmato all’interno di una serie riguardante il Pianeta Terra sul canale digitale Netflix. 

Sono rimasta affascinata dalle meraviglie che caratterizzano queste oscure profondità e ancor di più dal monito lanciato dal narratore alla fine della proiezione. Dobbiamo rifletterci tutti, ne va della nostra stessa sopravvivenza. Ma andiamo per gradi, è necessario infatti che faccia qualche accenno a cosa, di incredibilmente prezioso, rischiamo di perdere.

Tra queste profondità cariche di un blu scuro come la notte, si aggirano esseri viventi di tutte le dimensioni, con sfumature di colori difficilmente riproducibili, con l’unico scopo di nutrirsi per continuare a navigare in queste acque cristalline. Devono dare seguito alla loro specie e questa è la costante che in natura lega tutte le creature, ed ogni mezzo è buono per riuscire nell’intento. Si può assistere anche a lotte crudeli alla ricerca di nutrimento, ma non vi sono altre finalità all’infuori della sopravvivenza. 

Anche in questi abissi a chilometri di distanza dalla superficie, la vita brulica, anche nei posti più inospitali. Basti pensare che gli oceani rappresentano il 90% delle aree del pianeta in cui la vita può prosperare, per arrivare a credere che questa è possibile anche in condizioni a dir poco inospitali. Sotto i fondali dell’Oceano Atlantico, una catena vulcanica lo percorre per 72000 chilometri, dividendolo in due. 

Da alcune fessure al suo interno fuoriesce acqua surriscaldata carica di minerali disciolti, un cocktail di sostanze chimiche a 400 gradi centigradi, tossico e letale per tutti, ma non per una specie di batteri che qui prosperano, diventando fonte di nutrimento per altre specie.

Dalla forma di vita più semplice si passa a quella più grande di tutto il pianeta: la balenottera azzurra che può arrivare a 200 tonnellate di peso, il doppio del dinosauro più grande. Si nutre di krill, crostacei simili a gamberetti, arrivando a consumarne 4 milioni al giorno. 

La sua vita è legata alla costante fertilità degli oceani e purtroppo questa è ormai seriamente minacciata dai cambiamenti climatici. Il plancton non fiorisce e a queste enormi creature manca il necessario nutrimento, tanto che oggi ne rimangono meno del 3% di esemplari.

Ma se il plancton scarseggia, l’uomo ha pensato di far fiorire tra i fondali, un’altra specie, tutta nuova e di sua particolare produzione: l’immondizia. 
Una spedizione scientifica giunta nella fossa delle Marianne, ha fotografato splendide creature colorate, e con somma sorpresa, nel mio caso mista a sdegno: un contenitore di plastica, una lattina di birra ed un sacchetto di plastica. 

Chissà quanti chilometri avranno percorso, lontano da chi avrebbe dovuto gettarli nei luoghi opportuni.
Stiamo in tutti i modi attentando la vita animale e vegetale in ogni dove di questo pianeta, ma non potremmo farlo a lungo, a nostro piacimento. 

Ci sarà un momento in cui la resa dei conti sarà drammatica, ma sarà troppo tardi. Possiamo ancora invertire la rotta.
Concludo con le parole del narratore del documentario, non devo aggiungere nulla.

“Il nostro pianeta è ancora ricco di meraviglie. Nelle nostre mani abbiamo la sopravvivenza dell’intero regno naturale del nostro pianeta, possiamo distruggerlo o conservarlo: sta a noi scegliere.”


domenica 12 giugno 2016

Lettera aperta al maschio contemporaneo


Lo ammetto, la fonte dalla quale parto per scrivere questo post utilizza un linguaggio molto colorito e non fa parte del mio stile. Ma come potevo ignorare un messaggio talmente ironico da essere dissacrante, così diretto da risultare veritiero, all’apparenza tanto superficiale per svelarsi poi paradossalmente profondo?

E soprattutto non potevo ignorare il fatto che fosse una donna a scrivere apertamente ad un uomo, mettendo onestamente in discussione sé stessa, il contesto e certo anche lui, spettatore confuso di importanti cambiamenti.
Ci troviamo di fronte ad un contesto profondamente cambiato, dove l’innovazione tecnologica ha invaso la sfera delle relazioni sociali. 

Le immagini contano più delle parole e spesso quest’ultime si preferisce digitarle piuttosto che esprimerle a voce. Con la concreta possibilità di ritrovarsi a fare sesso virtuale piuttosto che nella sacra intimità di un’alcova. E alla fine si rischia pure di accontentarsi di ciò che si può avere a buon mercato, rinunciando a raggiungere la versione in carne ed ossa.

Un vecchio proverbio dice che il troppo storpia, e sta ad indicare che ogni eccesso è controproducente, quindi penso che se i mezzi invadono le nostre menti di immagini erotiche, si rischia di ottenere l’effetto opposto. Maggior numero di merce esposta, minor desiderio di acquistarla. Ci si mettono pure i cambiamenti culturali che hanno reso la donna di certo più indipendente, i generi incerti e i costumi più facili. 

Abbondanza di riferimenti alla sacra virtù della donna che si somma alla facilità con cui, rispetto al passato, ci si può arrivare, che portano il vecchio cacciatore a ritrarsi, impaurito e confuso. Senza neanche imbattersi nel tradizionale, laborioso corteggiamento, lungo certo, ma per questo affascinante. Si diventa veloci ed immediati come vuole la realtà 2.0, se non ottengo subito ciò che cerco, passo ad altro.

La parte che più ho apprezzato è quella in cui la donna fa autocritica, un esercizio sempre di grande difficoltà. Insomma, perché mai l’uomo dovrebbe affaticarsi tanto a raggiungere la sacra virtù se questa appartiene ad una donna in eterna contraddizione, che vuole una cosa e il suo esatto opposto, emancipata ma se si tratta di pagare il conto al ristorante… no grazie, in perenne ricerca di un equilibrio, in apparenza desiderato ma nei fatti regna il caos?

Tutto questo accade nella società dove conta ciò che appare, dove un pelo fuori posto ci fa sentire a disagio, dove le umane fragilità si cerca di cacciarle in fondo in fondo, nel pozzo delle cose da nascondere. L’importante è che sembri una cosa diversa, priva di difetti e sbavature. 

La verità è che non siamo affatto così, paradossalmente questa società ci fa crescere molto meno perfetti di quello che vorrebbe mostrare. E noi siamo lì, con molte insicurezze e poche certezze, pensando di essere tra i pochi sfortunati.

Basterebbe guardarsi, noi tutti che ne facciamo parte, con meno sospetto  e maggior benevolenza, e ricercare un contatto fisico autentico, privo di artefici.

Perché, come dice la donna della lettera: “…serve a riscoprirci umani. Fatti di carne e istinti e sapori e odori, così come siamo. Non come appariamo.”

venerdì 27 maggio 2016

Buon compleanno blog!


È passato giusto un anno da quando ho cominciato quest’incredibile avventura. Un esperimento di cui ovviamente non potevo conoscere l’esito e quindi ancor più intrigante. Stavo per terminare la terza stesura del mio primo libro e mi sono detta che potevo tentare un’altra avventura: scrivere un blog. Certo i dubbi erano tanti, in primo luogo che contenuti offrire e soprattutto a che scopo. 

La prima cosa da capire riguardava proprio il blog, un mondo che non conoscevo. È così che funziona quando si dà vita ad un’impresa, di qualsivoglia entità: conoscere bene il campo nel quale si vuole agire, per non andare incontro a inevitabili delusioni. Ho trovato molto materiale a proposito, gente che dava consigli agli aspiranti blogger e molti blog di successo da studiare. 

Tutti dicevano di cimentarsi in una materia conosciuta bene e sfruttarla per fare in modo che fosse utile al pubblico. Dare consigli, suggerimenti o quant’altro invogli la gente a cliccare quell’indirizzo per saperne di più. 
Poi dando un’occhiata ai blog famosi, quelli con milioni di click, mi sono resa conto che in quei casi era solo una questione di nome altisonante, da spremere fino all’ultima goccia. Ed ecco lì la borsa di marca o la linea  autoprodotta da quel nome famoso e ovviamente la spinta pubblicitaria è enorme, le vendite altrettanto.  

In questo marasma di dollari e ambizione all’ennesima potenza, cosa potevo offrire io e quale doveva essere il mio obiettivo?
Mi piace scrivere ma questo non bastava. Perché volevo che le persone mi seguissero?  
L’affermazione personale non rappresentava una priorità, anche se come appartenente alla categoria degli umani, mi piace cimentarmi in un’impresa che abbia successo, altrui approvazione compresa. 

Dopo tanto ragionare ho avuto un’idea illuminante. Ho sempre voluto contribuire alla crescita della società, quindi perché non sfruttare la mia scrittura e la risonanza di una piattaforma come quella di Google?
Ho a cuore il futuro della Terra e quello di un’umanità che si sta perdendo. Mettere la mia competenza di scrittrice a favore di queste due cause, mi è sembrato un nobile scopo. 

Credo che tutti possiamo e dobbiamo cambiare il nostro modo di vivere su questo pianeta e purtroppo il tempo ci sta dimostrando che il nostro stile di vita è incompatibile con la buona salute dell’ecosistema ed è nostro dovere agire nelle nostre possibilità per invertire la rotta.
Stiamo distruggendo la natura nella quale viviamo e pian piano perdiamo quella umana, tra massacri e desiderio di affermazione individuale. 

Una società dove non prevalgono valori di solidarietà e rispetto reciproco rappresenta un fertilissimo substrato dove si innescano ulteriori tragedie, in un sanguinoso circolo vizioso. Insomma una società migliore cresce individui migliori ed anche in questo caso è nostro dovere renderla un bel posto dove vivere. Come?

Nel mio caso, dal momento che mi diletto a mettere nero su bianco, non mi rimaneva altro da fare che sfruttare quest’abilità per scrivere di alberi, mari e umane debolezze. Un pit stop nella rete dove fermarsi a riflettere, su quanto ogni nostra azione o omissione influenzi l’equilibrio di ciò che ci circonda.
Obiettivo ambizioso il mio, ma non ancora sufficiente per arrivare ad un prodotto di qualità. 

Per fare la differenza in una baraonda di notizie fasulle, giganti bufale e grandi menzogne passate per limpide verità, dovevo offrire un’informazione di qualità, seria, di pubblica utilità e non autoreferenziale. 

Ciò sarebbe stato possibile solo verificando la bontà delle notizie che intendo commentare, e accertare che le fonti dalle quali provengono siano attendibili, per esempio utilizzando solo siti autorevoli, di rinomato rigore scientifico. Sembra una banalità, in realtà è un vero lavoro che comporta un dispendio di tempo e fatica. Le cose più belle comportano un sacrificio e l’avevo messo in conto.

A questo punto dovrei essere soddisfatta di quanto realizzato ed invece sento che ancora non basta. Manca la classica ciliegina sulla torta.  
Cosa rimarrebbe di tante parole seriose, nobili intenti e caldi inviti alla gentilezza, senza la compagnia di un sorriso, radioso, ammaliante o ammiccante?
Quello che cercherò di strappare tra una profonda riflessione ed un attento ragionamento. 

Un invito ad affrontare la vita con serietà, senza prendersi troppo sul serio.
Se riuscirò in quest’ultimo intento, allora potrò aggiungere candeline sulla torta.

Per il momento posso solo essere soddisfatta di festeggiare un anno di vita di questo incredibile, affascinante, avventuroso viaggio senza mezzi di trasporto.


domenica 15 maggio 2016

L'italico mare? Una fogna a cielo aperto


Devo dire la verità: leggere certi dati mi intristisce, subito dopo avermi fatto venire i brividi. Successivamente alla tristezza subentra la riflessione con le conseguenti domande che mi pongo e che non possono trovare, purtroppo, una risposta logica. I dati a cui faccio riferimento sono quelli che riguardano gli scarichi fognari delle regioni italiane, che inquinano i fiumi che poi si gettano nei tanto decantati mari. 

Con il loro carico di sostante chimiche non trattate, metalli pesanti e germi patogeni che vanno ad inquinare e per essere più precisi, anche ad infettare il Mar Mediterraneo. Un terzo dell’Italia getta gli scarichi direttamente in mare, senza neanche una di parvenza di pudore, tanto che il report di Goletta Verde registra un 45% di acque costiere con cariche batteriche superiori ai limiti di legge. 

Sembrerebbe che una gran parte di italiani utilizzi una fognatura non allacciata ad un depuratore, o, quando questo esiste, non è funzionante; parrebbe che le autorità che dovrebbero controllare tali “anomalie” esistano solo sulla carta; potrebbe essere sconcertante pensare che una gran parte di italiani è rimasta ferma al Medioevo, minimamente raggiunta dal progresso tecnologico. Se fossero solo delle pericolose ipotesi si tratterebbe di un altro Stato ed invece, dal momento che è la realtà, parliamo della vituperata Italia. 

E questa nostra ennesima, poco onorevole, “particolarità”  ovviamente non è sfuggita alla Corte di Giustizia Europea con conseguenti, pesantissime sanzioni a carico delle singole regioni, con la sola Sicilia che si troverà a sborsare la modica cifra di 185 milioni di euro. 
Il paradosso riguarda proprio il flusso di soldi che usciranno per pagare tali “inadempienze”, contro un’ancor più consistente cascata monetaria che sarebbe dovuta entrare nelle casse delle regioni, in termini di fondi sia europei che nazionali, per mettere in atto la depurazione delle acque. 

In questo caso però la possibilità di smentire il vizio tipicamente italico di giocare al mago apprendista con i soldi pubblici, non viene colta e i soldi ritornano clamorosamente al mittente.
Le domande suscitate dalla lettura di questi dati sono molteplici. Nel mio caso, la prima riguarda il fatto che sia un giornalista, per quanto di prestigio, a doverci ragguagliare di tale situazione e non lo facciano le persone che amministrano la cosa pubblica. 

Già a proposito, in tutto questo parlare mi sono dimenticata di dire quanta parte hanno avuto coloro preposti a spenderli quei soldi, a metterlo quel depuratore, ed in molti casi a farlo funzionare. Mi duole dirlo ma sembrerebbe che tali amministratori abbiano preferito andare a farsi un bagno, ovviamente in mari stranieri, ben lontano dal loro malgoverno, anzi nongoverno. Anche se è solo una mia ipotesi e magari invece di andare al mare, sono rimasti sulla terra ferma, di certo in altre faccende affaccendati.

Comunque la prossima volta che si indirà un referendum che riguarda il mare, sarà opportuno usare i giusti termini. Il referendum sulle trivelle sarebbe diventato il referendum sulle trivelle nel mare di letame e magari l’attenzione si sposterebbe sui problemi seri, perché questo lo è, drammaticamente.

Intanto, appena si presenterà l’occasione di fare un bagno, ovunque mi trovi lungo le italiche costiere, ci rifletterò.
Non si sa mai, giusto per non prendere qualche seria infezione, anche perché ne conoscerei l’origine. 
Ed almeno io, ci tengo alla mia salute. 

Il politico che ho contribuito ad eleggere, invece, la attenta continuamente.



domenica 8 maggio 2016

L'estremismo... a due passi dalla dittatura


Qualche settimana fa ho pubblicato un post sulla tendenza del mondo della moda a fissare taglie impossibili alle modelle che vedono il loro giro-vita strozzarsi o allargarsi in deroga al più elementare principio di rispetto della persona. Allora ho pensato che l’unico antidoto fosse promuovere uno stile di vita sano e rispettoso dell’ambiente e delle aspettative, ed è stato a questo punto che una mia amica mi ha chiesto se per caso non fossi un’estremista vegana. 

Io ovviamente ho allontanato subito la possibilità di una tale etichetta, chiedendomi subito dopo il perché, anche solo l’idea di apparire come un’estremista mi spaventasse tanto.
Non avevo altra scelta che cercare il termine sul dizionario e la risposta era presto data: colui che segue e propugna idee, tendenze e metodi intransigenti ed estremi, specialmente nella politica. 

E visto che le tendenze ed i metodi dell’estremista sono intransigenti era opportuno cercare il significato anche di quest’altro termine: l’intransigente è quello che non transige, non indulge, non concede. Che è irremovibile nelle proprie idee, nei propri programmi ed è rigido nel farli osservare.
Quindi se è vero che il campo nel quale meglio si possono spendere questi termini può essere quello della politica, la realtà odierna ci insegna che la tendenza alla rigidità mentale è propria di persone comuni, insospettabili travestiti da innocui democratici. 

La mia amica aveva ragione a farmi questa domanda, potrei in effetti sembrare un’integralista del ravanello & C. ed ancora una volta mi trovo a che fare con un termine che non ispira niente di buono ed il dizionario mi dà ragione. Infatti l’integralismo è un esasperato rigore nell'applicare i princìpi di una dottrina nell'ambito sociale, culturale o religioso. 
Anche in questo caso l’apertura al prossimo ed ad eventuali conciliazioni con altre idee è un’utopia e non è certo un passo verso l’evoluzione della specie, obiettivo al quale dovremmo sempre tendere.

Insomma tante facce di un unico modo di vedere la realtà, o bianco o nero, senza sfumature, con un giudice interno, irragionevole ed irremovibile tanto con il prossimo ed ancor di più con sé stessi.
Il dittatore è quindi colui che meglio risponde a questo ritratto monocolore, ma che c’azzecca Hitler o Stalin con il rigido consumatore di fiori e raperonzoli? 

All’apparenza nulla, anche solo se ci si sofferma a pensare a quanta parte hanno avuto questi individui nella storia dell’essere umano, rispetto ad un “innocuo” consumatore di fibra vegetale. Innocuo fino a quando non deciderà anch’egli di imporre le sue idee alla collettività, considerandole le uniche accettabili. 

Il problema nasce quando un illogico pensiero, privo del minimo buonsenso o riscontro scientifico, emerge dalla propria sfera di circuiti neuronali con l’insana ed incontrollabile smania di violare le altrui menti e plasmarle fino a convincerle che la propria teoria è quella vincente. E la storia ci insegna che non è così difficile, se si possiedono le giuste caratteristiche di personalità. 

Ecco che allora il rigido vegano è un estremista per di più dittatore se impone la propria dottrina al figlio in crescita portandolo ad uno stato di carenza di nutrienti o il rigido boicottatore di vaccini comincia una campagna di denigrazione priva di un riscontro scientifico che avalli la sua teoria, provocando però gravi danni alla comunità intera.

L’antidoto migliore è quello di portare ogni individuo a ragionare autonomamente, attraverso l’uso di generose dosi di buonsenso, in modo da essere poco o per nulla influenzabile da bizzarre o ancor peggio folli idee. Ed ecco che il dittatore in erba verrebbe privato del suo primario nutrimento. Le altrui menti da modellare a proprio gusto.

Non mi sembra compito banale, ma bisogna approfondirlo. Come al solito in un prossimo spazio concessomi dalla rete.


lunedì 25 aprile 2016

La famiglia felice della pubblicità delle merendine: se esiste i figli sono obesi.


Correva l’anno 1969 e l’America assisteva ad uno dei peggiori disastri petroliferi della sua storia, quello di Santa Barbara. Fu così che un senatore del Wisconsin pensò che era il momento giusto per dedicare una giornata al pianeta che ci ospita, con l’intento di rafforzare valori come il rispetto per il suo ecosistema. Nacque l’Earth Day che si celebra, da allora, il 22 aprile di ogni anno.

Purtroppo, negli anni che ci separano da quel giorno, abbiamo dovuto assistere ad altri disastri petroliferi, ma non è l’unica minaccia che la natura di questo pianeta ha dovuto subire a causa della disperata voglia di profitto del suo abitante più intelligente (almeno sulla carta).

Mi fanno sorridere i comunicati stampa di alcuni colossi del settore alimentare che annunciano, alla stregua di un buon samaritano, che rinunciano all’utilizzo dell’olio di palma come ingrediente dei loro prodotti. Verrebbe da pensare che è davvero un eccezionale esempio di promulgazione di buoni principi di rispetto per l’ambiente e la salute della collettività. 

Peccato però che questi colossi fino a poco tempo prima, questi principi li hanno pesantemente calpestati, utilizzando l’olio da piantagioni che hanno preso il posto di floride foreste e inserendo questo grasso a basso costo in ogni possibile prodotto, anche quello destinato all’infanzia. Ecco così che, magicamente, nomi famosi svestono i panni dei cattivi e diventano virtuosi promotori di un’alimentazione palm oil - free, trasformandola paradossalmente in una fruttuosa campagna di marketing.

Come mai questo cambio di rotta? Forse perché più di qualche mente, tra i loro consumatori abituali, ha cominciato a farsi delle domande, spronata dalle campagne contro l’uso smodato di questo grasso. In parte motivati dalla causa ambientale, ma ancor di più per i possibili danni alla salute, hanno deciso di orientarsi verso i, pochi, prodotti che contengono oli di maggior qualità, tipo quello di girasole. Si sa, il denaro smuove anche i cuori più duri e un probabile trend negativo nelle vendite ha reso necessaria una buona azione, per non smentire il detto “necessità fa virtù”.

L’Indonesia è il paese che accoglie la maggior parte di piantagioni di olio di palma, posto in precedenza occupato da ricchissime foreste pluviali, habitat di numerose specie animali. Notizie recenti, descriverebbero retroscena criminosi, dietro alla concessione di queste terre, con il pagamento di tangenti e l’immancabile corruzione di figure pubbliche. Già questo basterebbe per definire un quadro piuttosto squallido, il fatto che rende tutto ancor meno limpido riguarda la qualità di quest’olio particolarmente ricco di grassi saturi (quasi il 50%). 

Non che pure il burro non lo sia, ma la sua diffusione in quasi la totalità dei prodotti presenti sui banchi dei supermercati fa sì che l’introduzione media giornaliera supera di gran lunga quella consigliata per un buon funzionamento dell’apparato cardiovascolare a lungo termine. Dato ancor più grave se pensiamo che i bambini possono facilmente superare la quota massima di grassi saturi già con il consumo di pochi prodotti.

A questo punto auspicherei che questi marchi famosi convincessero i loro consumatori che il dietro front sull’uso dell’olio di palma viene davvero dal cuore e si impegnassero economicamente per la riqualificazione delle zone della Terra depredate delle loro bellezze, in primo luogo Indonesia e Malesia. 

Un albero rimesso al suo posto ci farebbe credere che l’immagine di quelle famiglie felici nei loro spot pubblicitari non rappresenta solo un’immagine utopica a cui tutti o quasi vorrebbero tendere. 

Al momento invece è più facile pensare che quest’idillio di buoni sentimenti sia difficilmente riscontrabile nella realtà e considerando il fatto che i bambini della famiglia mangiano principalmente prodotti della casa che li sponsorizza, sarei orientata a pensare che consumano fin troppi grassi saturi e sono fondamentalmente infelici. 

Al pensiero di una Terra privata delle sue floride foreste, in cambio di gustose merendine necessarie a soddisfare i loro artefatti bisogni.