venerdì 27 maggio 2016

Buon compleanno blog!


È passato giusto un anno da quando ho cominciato quest’incredibile avventura. Un esperimento di cui ovviamente non potevo conoscere l’esito e quindi ancor più intrigante. Stavo per terminare la terza stesura del mio primo libro e mi sono detta che potevo tentare un’altra avventura: scrivere un blog. Certo i dubbi erano tanti, in primo luogo che contenuti offrire e soprattutto a che scopo. 

La prima cosa da capire riguardava proprio il blog, un mondo che non conoscevo. È così che funziona quando si dà vita ad un’impresa, di qualsivoglia entità: conoscere bene il campo nel quale si vuole agire, per non andare incontro a inevitabili delusioni. Ho trovato molto materiale a proposito, gente che dava consigli agli aspiranti blogger e molti blog di successo da studiare. 

Tutti dicevano di cimentarsi in una materia conosciuta bene e sfruttarla per fare in modo che fosse utile al pubblico. Dare consigli, suggerimenti o quant’altro invogli la gente a cliccare quell’indirizzo per saperne di più. 
Poi dando un’occhiata ai blog famosi, quelli con milioni di click, mi sono resa conto che in quei casi era solo una questione di nome altisonante, da spremere fino all’ultima goccia. Ed ecco lì la borsa di marca o la linea  autoprodotta da quel nome famoso e ovviamente la spinta pubblicitaria è enorme, le vendite altrettanto.  

In questo marasma di dollari e ambizione all’ennesima potenza, cosa potevo offrire io e quale doveva essere il mio obiettivo?
Mi piace scrivere ma questo non bastava. Perché volevo che le persone mi seguissero?  
L’affermazione personale non rappresentava una priorità, anche se come appartenente alla categoria degli umani, mi piace cimentarmi in un’impresa che abbia successo, altrui approvazione compresa. 

Dopo tanto ragionare ho avuto un’idea illuminante. Ho sempre voluto contribuire alla crescita della società, quindi perché non sfruttare la mia scrittura e la risonanza di una piattaforma come quella di Google?
Ho a cuore il futuro della Terra e quello di un’umanità che si sta perdendo. Mettere la mia competenza di scrittrice a favore di queste due cause, mi è sembrato un nobile scopo. 

Credo che tutti possiamo e dobbiamo cambiare il nostro modo di vivere su questo pianeta e purtroppo il tempo ci sta dimostrando che il nostro stile di vita è incompatibile con la buona salute dell’ecosistema ed è nostro dovere agire nelle nostre possibilità per invertire la rotta.
Stiamo distruggendo la natura nella quale viviamo e pian piano perdiamo quella umana, tra massacri e desiderio di affermazione individuale. 

Una società dove non prevalgono valori di solidarietà e rispetto reciproco rappresenta un fertilissimo substrato dove si innescano ulteriori tragedie, in un sanguinoso circolo vizioso. Insomma una società migliore cresce individui migliori ed anche in questo caso è nostro dovere renderla un bel posto dove vivere. Come?

Nel mio caso, dal momento che mi diletto a mettere nero su bianco, non mi rimaneva altro da fare che sfruttare quest’abilità per scrivere di alberi, mari e umane debolezze. Un pit stop nella rete dove fermarsi a riflettere, su quanto ogni nostra azione o omissione influenzi l’equilibrio di ciò che ci circonda.
Obiettivo ambizioso il mio, ma non ancora sufficiente per arrivare ad un prodotto di qualità. 

Per fare la differenza in una baraonda di notizie fasulle, giganti bufale e grandi menzogne passate per limpide verità, dovevo offrire un’informazione di qualità, seria, di pubblica utilità e non autoreferenziale. 

Ciò sarebbe stato possibile solo verificando la bontà delle notizie che intendo commentare, e accertare che le fonti dalle quali provengono siano attendibili, per esempio utilizzando solo siti autorevoli, di rinomato rigore scientifico. Sembra una banalità, in realtà è un vero lavoro che comporta un dispendio di tempo e fatica. Le cose più belle comportano un sacrificio e l’avevo messo in conto.

A questo punto dovrei essere soddisfatta di quanto realizzato ed invece sento che ancora non basta. Manca la classica ciliegina sulla torta.  
Cosa rimarrebbe di tante parole seriose, nobili intenti e caldi inviti alla gentilezza, senza la compagnia di un sorriso, radioso, ammaliante o ammiccante?
Quello che cercherò di strappare tra una profonda riflessione ed un attento ragionamento. 

Un invito ad affrontare la vita con serietà, senza prendersi troppo sul serio.
Se riuscirò in quest’ultimo intento, allora potrò aggiungere candeline sulla torta.

Per il momento posso solo essere soddisfatta di festeggiare un anno di vita di questo incredibile, affascinante, avventuroso viaggio senza mezzi di trasporto.


domenica 15 maggio 2016

L'italico mare? Una fogna a cielo aperto


Devo dire la verità: leggere certi dati mi intristisce, subito dopo avermi fatto venire i brividi. Successivamente alla tristezza subentra la riflessione con le conseguenti domande che mi pongo e che non possono trovare, purtroppo, una risposta logica. I dati a cui faccio riferimento sono quelli che riguardano gli scarichi fognari delle regioni italiane, che inquinano i fiumi che poi si gettano nei tanto decantati mari. 

Con il loro carico di sostante chimiche non trattate, metalli pesanti e germi patogeni che vanno ad inquinare e per essere più precisi, anche ad infettare il Mar Mediterraneo. Un terzo dell’Italia getta gli scarichi direttamente in mare, senza neanche una di parvenza di pudore, tanto che il report di Goletta Verde registra un 45% di acque costiere con cariche batteriche superiori ai limiti di legge. 

Sembrerebbe che una gran parte di italiani utilizzi una fognatura non allacciata ad un depuratore, o, quando questo esiste, non è funzionante; parrebbe che le autorità che dovrebbero controllare tali “anomalie” esistano solo sulla carta; potrebbe essere sconcertante pensare che una gran parte di italiani è rimasta ferma al Medioevo, minimamente raggiunta dal progresso tecnologico. Se fossero solo delle pericolose ipotesi si tratterebbe di un altro Stato ed invece, dal momento che è la realtà, parliamo della vituperata Italia. 

E questa nostra ennesima, poco onorevole, “particolarità”  ovviamente non è sfuggita alla Corte di Giustizia Europea con conseguenti, pesantissime sanzioni a carico delle singole regioni, con la sola Sicilia che si troverà a sborsare la modica cifra di 185 milioni di euro. 
Il paradosso riguarda proprio il flusso di soldi che usciranno per pagare tali “inadempienze”, contro un’ancor più consistente cascata monetaria che sarebbe dovuta entrare nelle casse delle regioni, in termini di fondi sia europei che nazionali, per mettere in atto la depurazione delle acque. 

In questo caso però la possibilità di smentire il vizio tipicamente italico di giocare al mago apprendista con i soldi pubblici, non viene colta e i soldi ritornano clamorosamente al mittente.
Le domande suscitate dalla lettura di questi dati sono molteplici. Nel mio caso, la prima riguarda il fatto che sia un giornalista, per quanto di prestigio, a doverci ragguagliare di tale situazione e non lo facciano le persone che amministrano la cosa pubblica. 

Già a proposito, in tutto questo parlare mi sono dimenticata di dire quanta parte hanno avuto coloro preposti a spenderli quei soldi, a metterlo quel depuratore, ed in molti casi a farlo funzionare. Mi duole dirlo ma sembrerebbe che tali amministratori abbiano preferito andare a farsi un bagno, ovviamente in mari stranieri, ben lontano dal loro malgoverno, anzi nongoverno. Anche se è solo una mia ipotesi e magari invece di andare al mare, sono rimasti sulla terra ferma, di certo in altre faccende affaccendati.

Comunque la prossima volta che si indirà un referendum che riguarda il mare, sarà opportuno usare i giusti termini. Il referendum sulle trivelle sarebbe diventato il referendum sulle trivelle nel mare di letame e magari l’attenzione si sposterebbe sui problemi seri, perché questo lo è, drammaticamente.

Intanto, appena si presenterà l’occasione di fare un bagno, ovunque mi trovi lungo le italiche costiere, ci rifletterò.
Non si sa mai, giusto per non prendere qualche seria infezione, anche perché ne conoscerei l’origine. 
Ed almeno io, ci tengo alla mia salute. 

Il politico che ho contribuito ad eleggere, invece, la attenta continuamente.



domenica 8 maggio 2016

L'estremismo... a due passi dalla dittatura


Qualche settimana fa ho pubblicato un post sulla tendenza del mondo della moda a fissare taglie impossibili alle modelle che vedono il loro giro-vita strozzarsi o allargarsi in deroga al più elementare principio di rispetto della persona. Allora ho pensato che l’unico antidoto fosse promuovere uno stile di vita sano e rispettoso dell’ambiente e delle aspettative, ed è stato a questo punto che una mia amica mi ha chiesto se per caso non fossi un’estremista vegana. 

Io ovviamente ho allontanato subito la possibilità di una tale etichetta, chiedendomi subito dopo il perché, anche solo l’idea di apparire come un’estremista mi spaventasse tanto.
Non avevo altra scelta che cercare il termine sul dizionario e la risposta era presto data: colui che segue e propugna idee, tendenze e metodi intransigenti ed estremi, specialmente nella politica. 

E visto che le tendenze ed i metodi dell’estremista sono intransigenti era opportuno cercare il significato anche di quest’altro termine: l’intransigente è quello che non transige, non indulge, non concede. Che è irremovibile nelle proprie idee, nei propri programmi ed è rigido nel farli osservare.
Quindi se è vero che il campo nel quale meglio si possono spendere questi termini può essere quello della politica, la realtà odierna ci insegna che la tendenza alla rigidità mentale è propria di persone comuni, insospettabili travestiti da innocui democratici. 

La mia amica aveva ragione a farmi questa domanda, potrei in effetti sembrare un’integralista del ravanello & C. ed ancora una volta mi trovo a che fare con un termine che non ispira niente di buono ed il dizionario mi dà ragione. Infatti l’integralismo è un esasperato rigore nell'applicare i princìpi di una dottrina nell'ambito sociale, culturale o religioso. 
Anche in questo caso l’apertura al prossimo ed ad eventuali conciliazioni con altre idee è un’utopia e non è certo un passo verso l’evoluzione della specie, obiettivo al quale dovremmo sempre tendere.

Insomma tante facce di un unico modo di vedere la realtà, o bianco o nero, senza sfumature, con un giudice interno, irragionevole ed irremovibile tanto con il prossimo ed ancor di più con sé stessi.
Il dittatore è quindi colui che meglio risponde a questo ritratto monocolore, ma che c’azzecca Hitler o Stalin con il rigido consumatore di fiori e raperonzoli? 

All’apparenza nulla, anche solo se ci si sofferma a pensare a quanta parte hanno avuto questi individui nella storia dell’essere umano, rispetto ad un “innocuo” consumatore di fibra vegetale. Innocuo fino a quando non deciderà anch’egli di imporre le sue idee alla collettività, considerandole le uniche accettabili. 

Il problema nasce quando un illogico pensiero, privo del minimo buonsenso o riscontro scientifico, emerge dalla propria sfera di circuiti neuronali con l’insana ed incontrollabile smania di violare le altrui menti e plasmarle fino a convincerle che la propria teoria è quella vincente. E la storia ci insegna che non è così difficile, se si possiedono le giuste caratteristiche di personalità. 

Ecco che allora il rigido vegano è un estremista per di più dittatore se impone la propria dottrina al figlio in crescita portandolo ad uno stato di carenza di nutrienti o il rigido boicottatore di vaccini comincia una campagna di denigrazione priva di un riscontro scientifico che avalli la sua teoria, provocando però gravi danni alla comunità intera.

L’antidoto migliore è quello di portare ogni individuo a ragionare autonomamente, attraverso l’uso di generose dosi di buonsenso, in modo da essere poco o per nulla influenzabile da bizzarre o ancor peggio folli idee. Ed ecco che il dittatore in erba verrebbe privato del suo primario nutrimento. Le altrui menti da modellare a proprio gusto.

Non mi sembra compito banale, ma bisogna approfondirlo. Come al solito in un prossimo spazio concessomi dalla rete.


lunedì 25 aprile 2016

La famiglia felice della pubblicità delle merendine: se esiste i figli sono obesi.


Correva l’anno 1969 e l’America assisteva ad uno dei peggiori disastri petroliferi della sua storia, quello di Santa Barbara. Fu così che un senatore del Wisconsin pensò che era il momento giusto per dedicare una giornata al pianeta che ci ospita, con l’intento di rafforzare valori come il rispetto per il suo ecosistema. Nacque l’Earth Day che si celebra, da allora, il 22 aprile di ogni anno.

Purtroppo, negli anni che ci separano da quel giorno, abbiamo dovuto assistere ad altri disastri petroliferi, ma non è l’unica minaccia che la natura di questo pianeta ha dovuto subire a causa della disperata voglia di profitto del suo abitante più intelligente (almeno sulla carta).

Mi fanno sorridere i comunicati stampa di alcuni colossi del settore alimentare che annunciano, alla stregua di un buon samaritano, che rinunciano all’utilizzo dell’olio di palma come ingrediente dei loro prodotti. Verrebbe da pensare che è davvero un eccezionale esempio di promulgazione di buoni principi di rispetto per l’ambiente e la salute della collettività. 

Peccato però che questi colossi fino a poco tempo prima, questi principi li hanno pesantemente calpestati, utilizzando l’olio da piantagioni che hanno preso il posto di floride foreste e inserendo questo grasso a basso costo in ogni possibile prodotto, anche quello destinato all’infanzia. Ecco così che, magicamente, nomi famosi svestono i panni dei cattivi e diventano virtuosi promotori di un’alimentazione palm oil - free, trasformandola paradossalmente in una fruttuosa campagna di marketing.

Come mai questo cambio di rotta? Forse perché più di qualche mente, tra i loro consumatori abituali, ha cominciato a farsi delle domande, spronata dalle campagne contro l’uso smodato di questo grasso. In parte motivati dalla causa ambientale, ma ancor di più per i possibili danni alla salute, hanno deciso di orientarsi verso i, pochi, prodotti che contengono oli di maggior qualità, tipo quello di girasole. Si sa, il denaro smuove anche i cuori più duri e un probabile trend negativo nelle vendite ha reso necessaria una buona azione, per non smentire il detto “necessità fa virtù”.

L’Indonesia è il paese che accoglie la maggior parte di piantagioni di olio di palma, posto in precedenza occupato da ricchissime foreste pluviali, habitat di numerose specie animali. Notizie recenti, descriverebbero retroscena criminosi, dietro alla concessione di queste terre, con il pagamento di tangenti e l’immancabile corruzione di figure pubbliche. Già questo basterebbe per definire un quadro piuttosto squallido, il fatto che rende tutto ancor meno limpido riguarda la qualità di quest’olio particolarmente ricco di grassi saturi (quasi il 50%). 

Non che pure il burro non lo sia, ma la sua diffusione in quasi la totalità dei prodotti presenti sui banchi dei supermercati fa sì che l’introduzione media giornaliera supera di gran lunga quella consigliata per un buon funzionamento dell’apparato cardiovascolare a lungo termine. Dato ancor più grave se pensiamo che i bambini possono facilmente superare la quota massima di grassi saturi già con il consumo di pochi prodotti.

A questo punto auspicherei che questi marchi famosi convincessero i loro consumatori che il dietro front sull’uso dell’olio di palma viene davvero dal cuore e si impegnassero economicamente per la riqualificazione delle zone della Terra depredate delle loro bellezze, in primo luogo Indonesia e Malesia. 

Un albero rimesso al suo posto ci farebbe credere che l’immagine di quelle famiglie felici nei loro spot pubblicitari non rappresenta solo un’immagine utopica a cui tutti o quasi vorrebbero tendere. 

Al momento invece è più facile pensare che quest’idillio di buoni sentimenti sia difficilmente riscontrabile nella realtà e considerando il fatto che i bambini della famiglia mangiano principalmente prodotti della casa che li sponsorizza, sarei orientata a pensare che consumano fin troppi grassi saturi e sono fondamentalmente infelici. 

Al pensiero di una Terra privata delle sue floride foreste, in cambio di gustose merendine necessarie a soddisfare i loro artefatti bisogni.





sabato 16 aprile 2016

Aspetto che il sole estivo baci i tuoi capelli


Durante una pausa dalla routine giornaliera, un incontro ha distolto i miei pensieri, intristendomi. Poi però ho cominciato a costruire nella mente il suo futuro ed allora mi è parso che il sole fosse più caldo e luminoso.

Stavo camminando nel parco,
la musica guidava il mio passo,
i pensieri fluttuavano leggeri,
e proprio mentre non pensavo a nulla,
sei apparsa tu.
Ti attribuisco un genere femminile,
ma mi potrei sbagliare.
Potrebbe ingannarmi la mascherina che ti copriva il viso,
o quella stoffa che nascondeva la capigliatura che non c’è più,
sei giovane, molto giovane, di questo ne sono sicura.
Accanto a te una donna che poteva essere tua madre,
ti guardava con premura,
chissà quali tormenti nei suoi pensieri, 
quali sofferenze per la tua giovane età.
Molta gente ti passava accanto,
correndo, passeggiando, immersa nel proprio mondo.
Ti regalerà un sorriso per la sua immensa fortuna?
Ad ogni giro che facevo pensavo che la vita è crudele,
me ne devo ricordare la prossima volta che sbuffo per una sciocchezza.
Ero felice di sfidare il vento andandogli incontro,
lo ero ancor di più perché avevi deciso di regalarci la tua compagnia,
aiutandoci a riconoscere la felicità intorno a noi.
Desidero vedere i tuoi capelli accarezzati dalla luce di un caldo sole d’estate,
mi piacerebbe porgere il mio sguardo delicato sul tuo viso scoperto,
vorrei prendere la tua mano per invitarti a passeggiare insieme.
E mi riempiresti il cuore di gioia se quel sorriso me lo facessi tu,
felice, raggiante per essere di nuovo in salute,
guardarci divertita mentre ci affatichiamo per star bene,
con l’immenso orgoglio di chi ha sconfitto un nemico potente,
con l’incredibile forza che rimane dopo una sofferenza quasi letale,
noi non potremmo mai capire, mai.




domenica 10 aprile 2016

XX SMALL


Chissà quali canoni ci saranno dietro le scelte della case di moda che impongono taglie impossibili alle modelle, bellissime vittime di un crudele ingranaggio. Forse i vestiti vengono pensati, disegnati e poi creati su determinate misure che finiscono per far dimenticare la donna che c’è sotto e la fanno assomigliare ad una stampella con le gambe e mi chiedo se lo scopo finale non fosse proprio questo. 

Quando poi, qualche anno fa, il mondo si è accorto che si stavano tollerando canoni al limite della compatibilità con la vita, allora sono iniziate campagne di sensibilizzazione che hanno portato le stesse modelle a denunciare un mondo spietato fatto di regole assurde ed invalicabili. Ed allora ecco che spuntano ragazze che con quei canoni non c’entrano nulla, ed anzi quei canoni li superano abbondantemente aggiudicandosi il titolo un po’ contraddittorio di modella “curvy”. 

Alla fine mi sembra che se non si arriva ad un eccesso non si fa notizia e di qualsiasi campo si tratti si deve tenere sempre alta l’attenzione, dei media in primo luogo. Ed una modella tutte curve che si contrappone al corpo tutto ossa imperante sulle passerelle fa decisamente notizia, anche se il buon senso avrebbe optato per un fisico con misure proporzionate, magro ma non scheletrico, in poche parole sano. 

Perché se proporre un modello di donna eccessivamente magra è un buon incentivo ad un patologico, conflittuale rapporto con il cibo, contrapporne uno in sovrappeso più o meno leggero, non è più salutare. Anche se l’anoressia può avere effetti drammatici sulla vita della persona, a differenza dei chili in più che rappresentano un fattore di rischio. E se la normalità non è sinonimo di successo, bisogna eccedere ignorando quanta influenza possa avere tutto ciò che giunge all’attenzione dell’opinione pubblica, nel bene e nel male.

Il cervello è sensibile agli stimoli esterni e anche molto influenzabile, soprattutto in particolari momenti della vita, come può essere l’adolescenza. Chiunque ha la fortuna di lavorare in un ambito che sforna prodotti che possono avere un impatto sul pubblico, dovrebbe tenere a mente le conseguenze del proprio lavoro. Perché quel pubblico è fatto di persone, prima ancora che di consumatori paganti. 

L’immagine di sé che lo specchio ci rimanda, quella reale, la dice lunga sullo stato di salute mentale. Ingrassiamo o dimagriamo non a caso, il rapporto con il cibo può deteriorarsi quando viviamo uno stato di sofferenza o insoddisfazione. E per le donne dei tempi moderni, l’eterna lotta con la bilancia determina una natura complicata, fragile e sempre in bilico tra sentimenti contrapposti. All’eterna ricerca di uno stato di felicità inarrivabile.

Dal momento che il mio scrivere è pubblico, allora devo tener fede a quanto detto sopra e propongo uno stile di vita sano che porti a mangiare in maniera equilibrata, rispettosa dell’ambiente e delle nostre aspettative. 

La dieta “ecologica” di cui parlerò in un prossimo post.


domenica 3 aprile 2016

Non nel mio giardino


È molto importante esprimere la propria volontà quando ci viene chiesto o offerta la possibilità. Il prossimo 17 aprile, quindi, sarà il caso che ognuno di noi si rechi alle urne per dire sì o no. Per una che si proclama ambientalista come me era importante sapere che effetti il mio voto potesse avere sull’ecosistema. Se dovesse vincere il Sì le piattaforme già esistenti, piazzate a meno di 12 miglia dalla costa smetteranno di estrarre il petrolio e soprattutto il metano rimasti, mentre per quelle situate oltre questa distanza non cambia nulla, continueranno a fare il loro lavoro. 

Una volta scaduta la concessione, quelle più vicine alla terraferma smetteranno di funzionare ed in ogni caso non ne possono essere posizionate altre ex novo perché è già vietato per legge. Mi sono detta che poteva essere una buona notizia, ma c’è sempre un ma, purtroppo… Lo so non riesco mai a gioire pienamente di quelle che sembrano all’apparenza belle notizie, forse perché non mi fido della natura ambigua dell’uomo. 

Frugando tra notizie e post vari sull’argomento sono riuscita a scovare qualcuno che forse si è posta la mia stessa domanda: “Se l’Italia non potrà più contare sugli idrocarburi estratti da quelle piattaforme, ci potrebbe essere la possibilità che quella stessa quantità venga importata da altri paesi?”. La risposta è sì, ma bisogna anche dire che questa quantità non è poi così rilevante e, probabilmente, alla fine dei giochi il risultato del referendum non farà una rivoluzione come sempre mi auspicherei. 

Quel qualcuno di cui parlavo prima, sul suo blog pubblicato da Le Scienze esplora, secondo me, un concetto molto interessante. Il fatto che, come sembra, l’Italia abbia preso accordi per trivellare il canale del Mozambico, magari per estrarre ben oltre quell’esigua quantità che oggi si vorrebbe impedire, è un fatto importante. 

Non solo in merito a questo referendum,  ma al fondamentale concetto che se un’azione che si vorrebbe impedire nel luogo in cui si vive, si accetta come “normale” se compiuta in altro luogo, magari in via di sviluppo, si pone un importante problema etico. Insomma concedo tutto, l’importante che non accada nei miei dintorni. Di certo lo esprime chi non si sente affatto un cittadino del mondo, di sicuro chi ha una visione della realtà a dir poco miope.

Il referendum del 1987 sul nucleare in Italia mi spiega bene questo pensiero. Si è vietata la costruzione di nuove centrali nucleari e quelle già esistenti hanno smesso di funzionare, ed allora vuol dire che non utilizziamo energia nucleare perché quella era la nostra volontà, giusto? Ed invece ancora una volta la risposta è no. Perché acquistiamo quantità considerevoli di energia nucleare dalla Francia, e l’unica cosa che riusciamo a rispettare è il principio di cui sopra: “non nel mio giardino”.

Mi voglio unire all’appello dell’autore del post, Carlo Cattaneo, che per smuovere un poco di coerenza, invogliava all’utilizzo morigerato di qualsiasi dispositivo che necessiti l’uso di energia o gas, così che da qualsiasi parte del mondo l’energia arrivi, quella parte l’avremo considerata come se fossimo noi a viverci.

In fondo se ci si munisce di striscioni, NO TAV, NO TRIV, NO a prescindere, e poi si va in giro con il Suv, si pone prepotentemente un altro concetto importante, quello del predicatore-free, come lo chiamo io, ossia di colui che sbandiera concetti importanti, sentendosi poi libero di agire anche in senso opposto. Chi può vantarsi di essere un predicatore irreprensibile? 

Forse è il caso di pulirlo bene quel giardino, dove quieta ed immobile risiede la nostra coscienza.