domenica 20 agosto 2017

Le cose potrebbero andare peggio


Qualche giorno fa mi è capitato sotto gli occhi un articolo condiviso su Facebook tratto dalla famosa testata giornalistica “The Guardian”. 
Articolo lunghissimo, complicato ma ci poteva stare visto che analizzava in maniera oggettiva l’odierna situazione del pianeta. Analizzata dal punto di vista dell’opinione pubblica, dei mass media e di un piccolo, ma crescente gruppo di pensatori, accademici, commentatori etichettati come i Nuovi Ottimisti.

La maggior parte delle persone pensano che il momento che stiamo vivendo sia molto brutto, negativo da tutti i punti di vista e in futuro non potrà andare meglio. È giustificato tutto questo pessimismo? Stando a quanto viene dettagliatamente argomentato in questo articolo non proprio. 

Le notizie cupe fanno più proseliti di uno scaltro guru e funzionano perfettamente da cassa di risonanza per questo o quell’altro argomento, con indubbi vantaggi politici. E le cose strillate acquistano più valore e quindi maggior credibilità. Insomma, fatti brutti nel mondo accadono, ma il più delle volte si dà loro un’importanza eccessiva, molto più di quanto effettivamente hanno. 

Perlomeno non per la legge dei grandi numeri. Perché dobbiamo ragionare in termini di contesti planetari e non di piccole realtà. Facendo un esempio banale, un incidente aereo rappresenta una sciagura che scuote la tranquillità perché causa molti morti e il suo andamento è piuttosto violento. 

Un fatto terribile soprattutto per chi lo vive personalmente perdendo un familiare o una persona cara, ma questo non cambia la realtà oggettiva ossia che l’aereo rimane uno dei mezzi più sicuri per viaggiare. Stando alle cifre ufficiali è l’automobile il mezzo che dovremmo temere in assoluto. 

Facendo quest’esempio viene da riflettere sul fatto che molto spesso ci facciamo trascinare dai mass media in un’analisi dei fatti che fa molto leva sulle emozioni e ben poco sui numeri, incontrovertibili. Penserete che però è un po’ cinico ragionare valutando la realtà nel suo insieme, snobbando gli avvenimenti poco frequenti o che non incidono in modo significativo sull’umanità intera. In realtà questo è l’unico modo per rimanere oggettivi, per avvicinarsi il più possibile alla verità. 

Nel mese di Dicembre del 2016 un articolo del Times andò in controtendenza descrivendo uno scenario ben diverso da quello che la maggior parte dei giornali ci confeziona giornalmente. Il 2016 sarebbe stato un anno incredibilmente positivo anzi il migliore nella storia dell’umanità. I poveri sono sempre meno poveri, le malattie incurabili diminuiscono sensibilmente e aumenta invece l’accesso alle cure, nel mondo sempre meno persone sono in una soglia di estrema indigenza. 

E non è finita, le emissioni dal carbone utilizzato come combustibile sono diminuite per il terzo anno consecutivo, la pena di morte è considerata illegale in più della metà dei paesi al mondo e i panda giganti non sono più nella lista delle specie in via di estinzione. Sono indubbiamente fatti molto positivi ai quali la stampa non ha dato quella risonanza che, per contro, una brutta notizia avrebbe avuto di diritto. 

Comunque anche se la qualità di vita dell’umanità vista nel suo insieme sta progressivamente migliorando, vi è la consapevolezza che questo equilibrio potrebbe essere sconvolto improvvisamente, grazie all’innata capacità degli esseri umani di rovinare tutto. 

Dovremmo cominciare ad essere realisti, imparando a vedere ciò che ci circonda per quello che realmente è, senza farci influenzare. Ragionare in maniera autonoma è già un buon inizio. 
Lo è ancor di più valutare i fatti non solo per come appaiono, ma nei loro possibili risvolti in caso contrario. Se fosse andata diversamente non è detto che sarebbe stato meglio. 

L’elezione di Trump a presidente è un fatto che si considera, in linea di massima, negativo. Johan Norbert, storico svedese e dichiarato Nuovo Ottimista afferma che se ad essere eletta fosse stata la Clinton le cose potevano mettersi anche peggio. Alle prossime elezioni, dopo anni in cui l’avversario avrebbe costruito un vero impero mediatico contro il governo, si sarebbe candidato un vero esponente di destra, di quelli che fanno veramente sul serio, che sanno veramente influenzare. E avremmo rimpianto questo scenario, quello che sta realmente accadendo. 

Se la qualità di vita dell’umanità va di bene in meglio ogni secolo che passa, rimane una questione da risolvere: quella ambientale. Che incide sui grandi numeri e non si può sottovalutare. Visto che il pianeta si prepara ad un consumismo globale, per le migliorate condizioni di vita.

Per usare la filosofia dei Nuovi Ottimisti, direi che se non ci fossero tutte le persone che si impegnano giornalmente per proteggere la natura chissà dove saremmo ora. Motivo in più per continuare a farlo seriamente. Abbiamo le potenzialità per fare in modo che le cose vadano decisamente meglio. E non solo dal punto di vista ambientale.


domenica 6 agosto 2017

Salvare la natura costa la vita


Leggendo la cifra dell’attuale popolazione mondiale ossia 7,5 miliardi di persone mi sono chiesta se la Terra, già violentata senza pietà, potesse offrire a queste nuove vite, sufficienti risorse per la sopravvivenza. E soprattutto a quelle che verranno in un prossimo, vicinissimo futuro che andranno ad ingrossare questa cifra, visto che l’aumento è esponenziale. 

Non mi sembra passato così tanto tempo da quando lessi che gli occupanti del suolo terrestre erano “solo” 6 miliardi, e già avevo avuto il sospetto che questo pianeta stesse diventando sempre più piccolo. Ma se le risorse disponibili non saranno sufficienti a sfamare così tante bocche, qual è il futuro che ci aspetta?

Gli effetti di uno sfruttamento indiscriminato li stiamo già vedendo, sul clima, sulle porzioni di Terra ancora incontaminata che si stanno riducendo sempre di più fino a sparire. Cosa mangeranno 15 miliardi di persone quando la Terra non avrà più nulla da offrire? 

Diciamo che al momento si pensa a come affrontare il quotidiano e di quel domani non si preoccupa nessuno o quasi. In quel quasi sono compresi tutti coloro che cercano di salvare il salvabile, di evitare che altri alberi vengano abbattuti, che le acque oceaniche vengano depredate, che la purezza venga inquinata, che la deforestazione faccia spazio a terreni da adibire a pascoli. 

Chi legge penserà che forse non si può fare altrimenti visto che tutti devono pur sopravvivere, e lo sfruttamento è necessario affinché nessuno muoia di fame. Purtroppo mi duole dire che le cose non stanno in questi termini, e il sistema mondiale che l’uomo ha messo in piedi è a dir poco aberrante. 

Dietro la distruzione della Terra si celano interessi economici enormi, di persone che sono totalmente indifferenti rispetto alle conseguenze delle proprie azioni. L’unica cosa che conta è l’aumento degli introiti del loro business e se qualcuno si mette in mezzo per ostacolare questo obiettivo diventa un problema da eliminare. 

Sono in aumento i delitti di coloro che si potrebbe definire i “paladini della Terra”, chi pone come obiettivo della propria esistenza la difesa della natura, chi si espone in prima persona per dire no a quello sfruttamento indiscriminato che caccia gli ultimi aborigeni dalle loro terre. Nel 2016 è stata uccisa in Honduras Berta Càceres, attivista ambientale e leader dei movimenti indigeni. 

Si era battuta per frenare lo scempio del territorio da parte delle industrie minerarie e idroelettriche, che avrebbe tolto l’acqua a molti nativi della zona. Un gruppo armato è entrato nella sua abitazione sparandole ripetutamente, la sua morte doveva essere certissima. 

Il suo è un esempio eclatante ma nel 2017 già un centinaio di paladini sono stati ammazzati con motivazioni simili. Ma perché fanno tanta paura da arrivare addirittura alla loro eliminazione fisica? Quali sono gli interessi che si celano dietro queste brutali uccisioni? In Brasile l’industria del legname ha interesse che la foresta venga abbattuta albero dopo albero. 

In Africa l’obiettivo è di riuscire a  strappare l’ultima zanna ricca di avorio o una pelliccia che scaldi le giornate di un ricco, per il suo cuore non c’è più speranza. L’industria mineraria dal canto suo divora oro, cobalto e uranio per soddisfare i molteplici usi di una società consumistica senza freni. Comprare in maniera oculata può davvero salvare qualche vita. 

Quelle dei poveri che per qualche spiccio muoiono intossicati in una miniera e quella dell’attivista ambientale che cerca di conservare la bellezza. Non crediate che il povero veda questi paladini come salvatori, perché in una ben architettata lotta tra miserabili, loro sono quelli che tolgono il pane di bocca agli affamati, che senza quel misero lavoro non vivranno, che senza quelle briciole non possono pensare ad un domani.

In questo disegno perfetto, almeno per chi ci sguazza come zio Paperone, le uccisioni degli scomodi potrebbero essere legalizzate anche nei paesi cosiddetti “civili”. Nella super-avanzata America la costruzione di un oleodotto nel Nord Dakota venne strenuamente osteggiata da un gruppo di paladini che avevano a cuore le riserve indiane al centro dell’interesse economico. 

La protesta di Standing Rock , così denominata, diventò celebre e qualcuno si prese la briga di scrivere una legge che legalizzava l’apertura del fuoco nei loro confronti. Non è passata per poco, sono stati sgombrati da vivi. Almeno per questa volta. 

In Italia stiamo vivendo un’estate infuocata grazie ai vari incendi che devastano paesaggi meravigliosi, non c’è traccia di veri e propri paladini che ostacolino la bramosa ricerca di suolo da cementificare. 
Quando poi addirittura lo Stato mostra indifferenza di fronte a tali scempi, la speranza di sopravvivere è debole.

L’ennesimo anello che si lega agli altri, nel perfetto disegno di creare situazioni in cui il povero ci vede l’illusione di un riscatto dalla propria condizione e magari il ricco passa pure da benefattore. 
Intanto la Terra langue e il divario cresce. Per i dolci sogni di pochi. 




martedì 18 luglio 2017

100° post e un ringraziamento speciale


Se penso che sono passati più di due anni da quel giorno in cui decisi che non volevo continuare a scrivere senza far sapere nulla della mia passione, senza che gli altri venissero a sapere cosa ne penso di questo o quell'argomento. Con il tempo qualche insicurezza si è sciolta lasciando il posto alla convinzione che se riesco ad osservare bene la realtà che mi circonda, posso regalare agli altri riflessioni che si sono perse nella velocità del vivere quotidiano.

Ho pensato che ciò che ci manca è proprio deconcentrarci da noi stessi e lasciare una parte di neuroni dedicati ad elaborare cose che non ci riguardano personalmente. Né noi né nostri familiari, altre persone che neanche conosciamo ma che, per qualche motivo, incrociamo lungo il nostro cammino.

Cominciare a riflettere sul perché certe persone si comportano in un certo modo e se possiamo fare qualcosa per cambiare determinate situazioni. L'immobilismo dovuto all'eccessiva concentrazione sulle nostre esistenze é il peggior frutto della società moderna.

Non è stato facile parlare di alcuni argomenti, anche perché il rischio di rimanere fossilizzati sulle proprie convinzioni è sempre altissimo e aprirsi al punto di vista dell'altro é compito piuttosto impegnativo per un essere umano. La storia insegna. Non pensavo che sarei riuscita ad essere costante, ma ora che sto scrivendo con il treno in movimento mi fa pensare che la motivazione é stata sempre più forte, anche più della stanchezza.

Ecco perché continuo a pensare che le passioni vadano coltivate. Sono terapeutiche, perlomeno per me la scrittura lo è stata e renderla pubblica credo anche di più. Oggi che mi trovo a scrivere il 100° post posso dire che è stata un'avventura fantastica. Sentire persone che mi leggevano e poi sentivano il bisogno di condividere con me il loro punto di vista è stato gratificante, ancor di più sapere di aver suscitato una riflessione.

Oggi però questo post rappresenta soprattutto l'occasione per ringraziare di cuore le persone che hanno preso parte alla prima presentazione del mio libro "Quando le foglie scadono". É stata una serata appassionante, ricca di domande, interesse e curiosità. Hanno partecipato lettori attenti, seri e sinceramente coinvolti dal tema trattato. Né è nato un dibattito durato circa due ore che ha fatto scorrere il tempo più velocemente.

Sono arrivata alla fine, insieme al relatore nonché consulente scientifico dell'opera Daniele Bianchini, senza neanche rendermene conto, tanto era stato il coinvolgimento. Non sono abituata ad esposizioni in pubblico e ne ero intimorita, e invece non potevo avere platea migliore. Persone appassionate di fantascienza ed estremamente curiose che si sono dimostrate interlocutori vivaci e attenti.

La presentazione è durata più del previsto, ma alla fine ero veramente soddisfatta, anche perché penso di non averli annoiati e per uno scrittore/oratore non è mai una cosa scontata.
Spero che il libro non vi deluda e vi restituisca il dovuto ringraziamento.


mercoledì 12 luglio 2017

L'immensa soddisfazione di aver raggiunto un traguardo


Quando ho cominciato a ragionare che volevo davvero realizzare qualcosa di concreto per proteggere la natura, istintivamente il mio pensiero è andato a una delle cose che mi piace più fare ossia scrivere. Anche se avevo in mente i protagonisti e in linea generale la storia, la cosa che più mi ha aiutato a concretizzare il mondo di “Quando le foglie scadono” è stato scriverlo. 

Sembra un’ovvietà ma è andata proprio così. Man mano che fissavo le parole sulla pagina bianca, ciò che avrei dovuto scrivere dopo non era altro che una conseguenza. Come se la storia si scrivesse da sola. Ma scrivere un libro rappresenta un progetto veramente impegnativo e il traguardo non sembra mai raggiungibile. 

Soprattutto per il fatto che si svolge in un periodo di tempo molto lungo, anche anni e la vita non è mai così regolare da permettere un andamento lineare. Succedono tanti avvenimenti, a volte tristi, che fanno distogliere dall’obiettivo, che rendono più pessimisti e fanno pensare che forse è un’impresa impossibile. 

Però qualsiasi cosa accada, il pensiero, prima o poi, torna lì, dove tutto si è interrotto. E sapere di essere stati sconfitti ancor prima di provarci, fa sentire piuttosto scontenti di sé. Alla fine la motivazione fa sempre la differenza e non fa desistere, nonostante tutto. È passato qualche anno da quel proponimento di cui ho parlato all’inizio, e tante vicissitudini mi hanno forgiata, ma mai per un attimo ho voluto mollare. 

La tenacia ha dato il suo frutto e ora posso toccare con mano quell’incredibile storia che balenava tra i pensieri in fermento. “Quando le foglie scadono” non è solo il mio libro, ma è un traguardo raggiunto. La dimostrazione che quando si vuole fortemente una cosa la si può ottenere, e parlo soprattutto di qualcosa che dipende solo dalla nostra volontà perché se c’è di mezzo quella altrui allora le possibilità di successo non sono mai certe. 

Anche in questo caso bisogna comunque provarci perché vivere di rimpianti può essere piuttosto avvilente. Tornando a me, mentre la storia si scriveva da sola, io vedevo la sua naturale conclusione sempre più vicina. Avevo creato un mondo, dei personaggi e solo io avevo possibilità di fare in modo che le cose andassero in un certo modo. 

I capitoli però sono andati avanti e la storia si è svolta in quel mondo, esattamente così come avrebbe dovuto. Sembrerebbe quasi che lo scrittore non abbia potere su quanto lui stesso sta scrivendo e in verità quando si vuole che qualche idea brillante illumini, questo accade solo continuando a scrivere. Ho avuto l’impressione che la storia era lì, da qualche parte nell’etere, che attendeva qualche mano che la fissasse sul foglio. 

Potrebbe entrarci qualcosa Prodigiosa, uno dei personaggi più avvincenti del romanzo, e io mi rimetto umilmente al suo volere. Spero che anche il pubblico si senta attratto dai personaggi e vedendo la proiezione di un mondo sull’orlo del disastro ambientale, improbabile ma non impossibile, cominci a riflettere su quanto di più prezioso dobbiamo salvaguardare.

Presenterò a voi tutti questo mondo sabato 15 luglio alle 19.30 a Roma presso il locale Gente di San Lorenzo e mi auguro che anche voi ne rimaniate affascinati e spaventati, esattamente come è successo a me. Ancora prima di scriverlo. 


domenica 2 luglio 2017

Un esame di maturità può essere illuminante


“Non uccidete il mare
la libellula, il vento.
Non soffocate il lamento
(il canto!) del lamantino.
Il galagone, il pino:
anche di questo è fatto
l’uomo. E chi per profitto vile
fulmina un pesce, un fiume,
non fatelo cavaliere
del lavoro. L’amore
finisce dove finisce l’erba
e l’acqua muore. Dove
sparendo la foresta
e l’aria verde, chi resta
sospira nel sempre più vasto
paese guasto: “Come
potrebbe tornare a esser bella,
scomparso l’uomo, la terra”.

Questi versi di Giorgio Caproni hanno costituito una delle prove di italiano dell’esame di maturità di quest’anno e ispirano riflessioni profonde sul rapporto tra l’uomo e la natura. Non certo sereno, sempre di sfruttamento e mai rispettoso, continuamente orientato ad un profitto personale e noncurante dei terribili risvolti sull’esistenza. 

La società moderna si è mostrata disinteressata a chi deliberatamente ha creato un danno nell’ecosistema, anzi a volte chi si è macchiato di queste azioni è stato, magari in altri ambiti, premiato. La cruda verità è che la natura non ha bisogno dell’uomo e anzi senza la sua presenza tornerebbe ad una bellezza antica, ad uno splendore primordiale, una quiete ormai perduta per colpa di una convivenza forzata e ormai insostenibile.

Ma l’uomo sì, ne ha un disperato bisogno. E come pensa di poter continuare a vivere distruggendo la fonte della sua stessa sopravvivenza? 
Se un ragazzo si pone questa domanda, allora non siamo ancora perduti. C’è sempre la speranza che una riflessione profonda porti ad un cambiamento. Il fatto che sia la scuola a suscitarla, rincuora e può rivelarsi un evento non privo di conseguenze.

Esattamente come quando nell’ormai lontano 1992 mi trovai ad affrontare un esame di maturità che rivelava quanto fosse stata sbagliata la scelta degli studi superiori, ma si sa a quell’età non si è abbastanza lungimiranti. E tra conti matematici e prove di contabilità cercavo di riscattarmi, mettendomi alla prova su ciò che sapevo fare meglio, scrivere. E l’occasione si presentò, incredibilmente invitante. 

Un tema sul summit di Rio de Janeiro in svolgimento in quei giorni, la prima vera, grande conferenza sulla questione ambientale e lo sviluppo. Si è cominciato a parlare di sviluppo sostenibile quindi, argomento che sarebbe diventato di uso quotidiano quasi trent’anni dopo. 

Difficile spiegare il perché cominciai a pensarci qualche giorno prima, sì se ne parlava ma proprio perché troppo attuale fu scartato da tutti come possibile argomento. Io invece ho continuato a pensarci insistentemente e mi sono creata parecchie storie possibili in merito alle conseguenze di uno sfruttamento nefasto dell’uomo sulla natura. 

Ed è quanto ho scritto alla prova ufficiale. Ho ricevuto molti complimenti dalla commissione, ma la mia più grande soddisfazione è stata quella di cogliere un segnale. Per quanto, per molti anni ancora non avrei avuto il coraggio di seguirlo di nuovo. 

Perché se è vero che spesso la vita ci distoglie da quelle che sono le nostre predisposizioni, in realtà fa di tutto per riportarci esattamente lì dove il discorso si è interrotto. Ed è stato in momenti molto bui che ho voluto ricominciare da ciò che mi faceva sentire veramente bene, scrivere e impegnarmi concretamente per preservare la natura. Venticinque anni dopo di nuovo un esame che parla del rapporto tra uomo e natura, e questa volta  lo fa in termini più drammatici. 

Sono lontani i tempi di Rio in cui i paesi partecipanti potevano permettersi il lusso di impegnarsi solo a parole, ora abbiamo un immediato bisogno di azioni concrete. Io per prima, mi sono impegnata a fondo, ma questa volta non per una lettura destinata a pochi membri di una commissione d’esame ma un intero pubblico di lettori. 

È presuntuoso sperare che un libro porti un cambiamento? 
Potrebbe, in realtà spero che i ragazzi ai quali è anche rivolto, si sentano dei destinatari con un compito veramente arduo ma importantissimo. Essere in grado di costruire il futuro.  Un futuro diverso di “Quando le foglie scadono…”
Ne dovremo per forza riparlare.


domenica 11 giugno 2017

La giornata mondiale del (mio) benessere



Durante l’anno vengono spesso dedicate delle giornate a tematiche diverse che ci ricordano quanto sia importante questa o quella questione. Così magari non ci dimentichiamo l’importanza di parlare con gentilezza o di diventare consumatori equilibrati. 

Questa volta il Global Wellness Day celebrato ieri, ci rammenta che per stare bene, dobbiamo seguire uno stile di vita che preveda una quotidiana camminata, alimentazione basata su cibi sani, buone relazioni sociali soprattuto in famiglia. 

Insomma uno stile di vita sano che ci faccia stare bene con noi stessi, così che questo benessere si rifletta sugli altri. Niente di più vero, ci capita troppo spesso di subire il malessere di persone che scaricano i loro pesanti fardelli emotivi sul prossimo. Niente di più dannoso. 

Ad istituire questa giornata è stata Belgin Aksoy, a capo di un’agenzia che opera nel settore alberghiero di lusso. Tra una camminata e un’abbondante bevuta d’acqua magari ci scappa pure un massaggio extra-lusso e a quel punto siamo a pochi passi dal paradiso. Anche se questo passaggio ce lo immaginavamo a costo zero, di certo a buon mercato per tutti. 

Il motto è che se senti la bellezza in te stesso allora puoi fare qualcosa per le persone che ti circondano. Sempre che questo prendersi cura di sé non sia il solito atto di egoismo che nulla ha a che vedere con quella ricerca di armonia con l’ambiente che ci circonda di cui il pianeta e noi tutti abbiamo tanto bisogno. 

Se la giornata diventa solo un’occasione per offrire pacchetti che promettono benessere e intanto garantiscono un lauto guadagno a chi li propone li vedo poco utili per la collettività. Se impariamo yoga o pilates per sentirci bene è un ottimo inizio, ma se ciò non si accompagna ad un profondo cambiamento di mentalità non è utile a nessuno se non al personale benessere di chi lo pratica e forse a qualche suo stretto familiare. 

Sempre che sia veramente questo quanto si intende per benessere e allora sono io a pensarla diversamente. Sono d’accordo sulla camminata o sul bere più acqua, allora questo deve solo invogliarci a preservare l’ambiente, a non inquinarlo, a rispettarlo senza riserve. Una camminata immersi nel verde è terapeutica, una falda acquifera pura ci garantisce buona salute. 

Cominciando a pensare di non essere i soli abitanti di questo pianeta, cambia la nostra prospettiva. Se ognuno di noi pensasse di essere solo un ospite che deve lasciare meno tracce possibili del suo passaggio, cambierebbe tutto. Perché la Terra non ci appartiene. Se consideriamo gli altri come compagni di questo nostro passaggio sul pianeta, visitatori alla pari che come noi vogliono solo che questo sia un piacevole cammino, allora avverrebbe una vera e propria rivoluzione. 

Con un cambiamento così radicale si potrebbe veramente parlare di benessere. Un mondo dove i suoi abitanti si dimostrano ospiti rispettosi e gentili compagni di viaggio è un luogo dove chiunque vorrebbe vivere. Forse è il caso di cominciare a dedicare giornate a qualcosa di più rispondente ai bisogni del pianeta. 

Si potrebbe iniziare con una giornata dedicata alla semplicità, che ci trasformi da avidi consumatori a semplici fruitori di risorse. Quanto basta per un’esistenza improntata non sulla competizione, ma su un’armoniosa convivenza con la natura e gli altri uomini. 

La giornata della semplicità, per uno stile di vita basato sulla sobrietà, la vera chiave del benessere. Questa volta totalmente a costo zero.



domenica 4 giugno 2017

Mr President spero sia stato informato



Mentre il mondo lentamente si sveglia dal sogno di un benessere economico senza conseguenze e prende atto della necessità di inventarsi uno stile di vita compatibile con la sopravvivenza della specie umana, lui, l’uomo a capo della più potente e tra le più inquinanti nazioni del pianeta, sorprende tutti. Prende l’ardua decisione di ritirarsi dall’accordo di Parigi che prevedeva un limite nelle emissioni di anidride carbonica da parte dei molti paesi che lo hanno sottoscritto. 

Sarebbe troppo oneroso in termini di posti di lavoro, motivo per il quale gli Stati Uniti ne negozieranno uno nuovo che preveda altri termini eco-sostenibili, dove eco sta per economici e non ecologici. Come era prevedibile questa presa di posizione ha generato critiche e commenti negativi da parte degli altri paesi e una sollevazione di massa di improperi ed insulti vari. 

Mi potrei tranquillamente unire a questo coro, elencando i motivi per cui questa scelta potrebbe rivelarsi deleteria per la sopravvivenza prima che della specie umana della stessa presidenza Trump. Niente di più facile. 

La verità è che non delude le aspettative perché una persona che ha fondato un impero economico ha di certo altre priorità nella sua agenda che uniformarsi ad un accordo che, molto probabilmente, neanche avrebbe firmato la prima volta. Allora cosa c’è di così sconvolgente? Per quanto mi riguarda niente o quasi. 

L’unica cosa che non riesco a comprendere è come mai una persona che riveste un ruolo di tale importanza, non sia consigliato ed orientato da economisti dotati di un pizzico di lungimiranza che lo mettano in allerta sui risvolti drammatici di questa decisione. In primo luogo proprio sul piano economico, visto che non serve essere esperti per capire che investire in termini di eco-sostenibilità, dove eco sta per ecologica, rappresenta una ricchezza a lungo termine. 

Se la direzione che il pianeta deve prendere è necessariamente quella che preveda una qualità di vita ottimale per l’essere umano, la quale va di pari passo con quella dell’ambiente che lo circonda, non c’è molta scelta. Non prendere subito quella direzione obbligherà a farlo successivamente con costi molto più alti, anche per le nefaste ripercussioni che avrebbe sulle spese sanitarie del paese. 

A questo punto oltre che qualche lungimirante economista dovrebbero entrare in gioco i servizi segreti che mettano in allarme la sopravvivenza della presidenza al pari della minaccia di un attacco terroristico. Notizie scientifiche recenti hanno portato alla luce dati preoccupanti sulle morti dovute alla presenza di particolato nell’aria. Il quale provoca danni a lungo termine all’apparato respiratorio e circolatorio, infarto ed ictus in primis. 

La novità è che l’inquinamento è molto più avanti dei governi a capo dei paesi che lo provocano e per stare al passo con i tempi si globalizza, uscendo al di fuori dei confini delle regioni dove nasce. Trasportato dal vento del progresso, arriva in altri paesi generando morti premature, persone che in condizioni di non alterazioni ambientali non sarebbero morte. Un bene prodotto in Cina genera inquinamento che causerà morti negli Stati Uniti e viceversa, solo per fare un esempio. 

Un qualsiasi presidente alla guida di un governo più o meno importante dovrebbe essere oltre il problema, esattamente dove inizia la soluzione. Ed invece c’è chi si permette il lusso di ignorare addirittura il problema stesso. In ogni caso visto che il particolato è il prodotto della combustione dei veicoli, degli impianti di riscaldamento oltre che di quelli industriali, qui nessuno si può ergere sul piedistallo coprendo di insulti un presidente che si dimostra più cieco dei suoi stessi elettori. 

Non lo può fare perché vista la situazione a cui siamo giunti, è ovvio che ben pochi si sono impegnati per evitare le morti premature di cui sopra. Mi risulta che l’ecosostenibilità non sia tra le priorità né della gente comune né tanto meno dei politici. Sempre che sia i primi che i secondi sappiano cosa voglia dire e se non lo sanno abbiano voglia di informarsi. 

Se questo passo falso, ennesimo dopo svariati eccessi oltre una sana misura, potrebbe costare il governo al presidente, per noi uomini comuni il continuare a non voler modificare lo stile di vita può costarci la vita. 
È sempre e solo una questione di lungimiranza.