martedì 2 gennaio 2018

L'immenso potere di un consumatore


Durante i giorni dedicati alle festività natalizie, in particolare ma non solo, si tende ad eccedere nel consumo di beni di qualsiasi tipo, sia materiale che alimentare. Proprio quando ci si lascia andare all’eccesso, ci si dovrebbe fermare a riflettere su quello che possiamo fare nella veste di consumatori. 

In verità moltissimo sia per il pianeta che per cambiare un sistema mondiale basato sullo scambio di beni, merci o servizi ai quali viene attribuito un valore in denaro che è quello che determina l’andamento di tutte le cose, post-rivoluzione industriale. Maggiori quantità di questi vengono scambiate, più banconote verranno prodotte, l’economia mondiale va avanti in base a flussi di denaro che regolano la supremazia di uno Stato sull’altro. 

Su questi immensi patrimoni che si accumulano si basa la forza di alcuni colossi industriali, dietro ai quali non ci sono molte persone che contano, considerando il numero di abitanti mondiale. Questi ultimi però hanno un inconsapevole potere di far andare le cose diversamente da quanto accade oggi. 

Dal momento in cui ci si alza la mattina, ci si mette a tavola per fare colazione (non tutti al momento godono di questo privilegio), ci si reca al lavoro, si consuma un altro pasto, per poi spostarsi in un altro luogo, fino ad arrivare alla sera dove ci aspetta altro cibo che terminerà la sua funzione nel nostro canale digerente, fino al volgere di una giornata che a noi sembra trascorsa come le altre, ma non è esattamente così. 

Ogni volta che abbiamo mangiato del cibo, abbiamo fatto una scelta ben precisa, un alimento piuttosto che un altro fa un’enorme differenza in termini di inquinamento che il produrlo e trasportarlo ha generato. Il luogo dove è stato prodotto e la quantità che compreremo e che alla fine consumeremo è maggiormente rilevante ai fini dell’impatto ambientale e lo è ancor di più il fatto che realmente mangeremo quanto abbiamo acquistato, senza sprecare nulla. 

E qui si va ancora un po’ più indietro nel tempo, al momento in cui ci troviamo dentro al supermercato, pronti a riempire il carrello di ogni possibile leccornia, tanto per soddisfare i sensi o le smanie di chi ci circonda, allettati dalle tante offerte speciali, ma non muniti di un’utilissima lista della spesa e concentrati su quanto veramente necessario. 

La grande industria ha già deciso che dobbiamo alimentarci in un certo modo, comprare determinate quantità, il più delle volte al di sopra dei nostri reali bisogni, ha scelto il gusto e il colore al posto nostro. Noi potremmo anche dissentire, e in effetti quando questo succede come è stato il caso dell’olio di palma, loro fanno un passo indietro e giusto in tempo per evitare di distruggere tutte le foreste di qualche povero paese, orientiamo noi la produzione in altro senso, in questo caso palm oil free. 

Questo accade difficilmente perché se non c’è qualcuno più attento che ci fa aprire gli occhi su un problema reale e non frutto di una paranoia, nessuno si prende la briga di mettere in atto uno spirito critico, fa quello che deve fare ossia silenziosamente consuma, in grosse quantità. 

La mattina mangia, si spera senza gettare via, a pranzo consuma e scarta, a cena consuma e scarta ancora, ancora e di più. Ha comprato troppo al supermercato, ha ordinato smisuratamente al ristorante, si è spostato continuamente con il mezzo privato quando avrebbe potuto più spesso usare il mezzo pubblico. 

Si è reso complice, ancora una volta, di questo sistema divora risorse che non continuerà per sempre, per via del fatto che viaggia a ritmi troppo sostenuti e perché le risorse non sono eterne. Se ognuno di noi mettesse in atto dei cambiamenti nella dieta che assume giornalmente, sarebbe un passo in avanti enorme nel far procedere un diverso modo di coesistere con la natura che ci circonda. 

Ci sono molti approcci in questo senso, chi predilige un cibo piuttosto che un altro, chi lo elimina del tutto e va sempre bene chi si nutre pensando. È proprio questo il punto, bisogna riflettere quando si compiono gesti che possono sembrare banali, a cominciare dagli articoli che si mettono in un carrello. 

Dobbiamo decidere di ridurre le quantità, dovremo riappropriarci dei gusti, dei colori, del rispetto per l’ambiente che molti colossi non hanno dimostrato disboscando senza pietà, ma in realtà hanno seguito solo il nostro volere, quello che abbiamo dimostrato con le preferenze accordate. 

La Terra non è proprietà di nessuno in particolare, ma di tutti quelli che la abitano e si spera di tutti quelli che la abiteranno in futuro. In quale pianeta vogliamo vivere? 

Non sarà un presidente a deciderlo, né tantomeno una multinazionale, saremo sempre di nuovo ancora noi, o per dirla più precisamente deciderà qualcuno che avrà raccolto il volere della maggioranza senza neanche averlo chiesto. 

In realtà lo ha fatto nel momento che ci ha proposto un prodotto, un’idea, un progetto, uno stile di vita. 
Ogni momento è buono per cominciare a decidere diversamente.



domenica 17 dicembre 2017

Fate di me ciò che io voglio


In un clima di euforia mista a commozione è stato accolto il testo di legge sul biotestamento che con decenni di ritardo regola il fine vita ossia quel lasso di tempo che separa un individuo dal termine della sua esistenza. Quando invece di essere bruscamente sollevato dal dubbio se continuare a vivere o meno grazie ad una morte improvvisa, la sua presenza su questa Terra viene prolungata fino a data da destinarsi attraverso il supporto di cure mediche. 

Insomma il fatto di essere sopravvissuto ad un incidente, ad una malattia invalidante o a qualsiasi altro grave accadimento sulla salute fisica peserà come un macigno sulla vita futura di questo essere. Il quale a volte o anche spesso può decidere che in quelle condizioni non vuole continuare a vivere e chiede il benestare della società che lo circonda, della comunità della quale fino a quel momento è stato un individuo attivo e magari anche prezioso. 

Sempre che le sue capacità mentali glielo permettano, sia in grado di intendere o di volere, altrimenti sarà un’altra persona a lui vicina a dover decidere cosa è giusto. Cosa tra l’altro già difficile in condizioni di maggior leggerezza, ancor più quando c’è da scegliere se qualcuno che non siamo noi debba annullare la sua presenza che in quel caso sarebbe solo fisica. 

In realtà quanto è stato legiferato riguarda il consenso o il rifiuto in merito a determinati trattamenti sanitari tra cui la nutrizione o idratazione artificiale il che equivale certamente ad andare incontro alla fine. Della buona morte, l’eutanasia che tanta divisione nel dibattito politico e pubblico ha creato, non si è parlato in maniera specifica. 

Il procurare intenzionalmente la morte ad una persona la cui qualità di vita è seriamente compromessa da una malattia o condizione psichica è un atto evidentemente troppo audace e prematuro in un paese che ci ha messo decenni per arrivare anche solo a parlare di scelta individuale sulle cure mediche. 

Influenze politiche e religiose non hanno permesso un libero dibattimento sul tema del fine vita, tanto che al momento in cui si sono verificati fatti privati che sono diventati pubblici come quello di Eluana Englaro o Piergiorgio Welby argomenti che prima erano dei tabù sono stati necessariamente sviscerati per cercare di capire quale fosse la decisione migliore. Che probabilmente non è scritta da nessuna parte, perché siamo tutti individui diversi con capacità di reagire alle situazioni del tutto differenti, potenzialità disuguali, ma non solo. 

Non tutti abbiamo una fede, ci sono individui che non hanno un credo religioso, quindi per loro non c’è un dio che ha donato loro la vita. Conseguentemente possono scegliere di non soffrire ulteriormente e tornare ad essere parte della terra senza dover subire alcuna punizione. Chi ha ragione? Tutti, sia il credente che l’ateo, ad ognuno la conclusione che reputa più idonea per la sua permanenza tra noi vivi. Sempre che questa possibilità di decidere gli o le venga concessa.

E come la mettiamo quando la capacità di intendere della persona è intatta e quindi si tratta di un individuo che potenzialmente potrebbe ancora dare molto alla comunità? Magari il loro grado di sofferenza è tale per cui non sono capaci di uscire fuori dalla terribile condizione di menomazione fisica in cui la malattia o l’evento traumatico li ha condotti, nonostante le cure psicologiche.

Anche in questo caso credo che nessun altro possa arrogarsi il diritto di decidere che quella persona debba continuare a vivere in quello stato di estrema sofferenza, è la nostra natura umana che ce lo vieta. 

Il mio pensiero va al grandissimo scienziato Stephen Hawking, il quale nonostante la malattia degenerativa neuronale che lo ha colpito in giovane età, ha enunciato teorie, insegnato modelli matematici e studiato moltissimo sui buchi neri, un’eredità preziosissima che lascia ad altri scienziati. 

Non ancora però, perché nonostante le gravi menomazioni fisiche che lo costringono su una sedia a rotelle ultrasofisticata sulla quale comunica attraverso un computer, continua ad essere un membro indispensabile alla comunità internazionale, riuscendo anche ad ironizzare sulla sua condizione. 

Sono seriamente onorata come appartante a questa comunità che non abbia mai pensato di interrompere la sua esistenza, ne avrebbe avuto motivo. Saremmo veramente diventati tutti più poveri. 

Capisco anche che un cervello come il suo è quasi fuori la norma, però lui ci riporta con i piedi per terra e ci ricorda una grande verità, forse se ci riflettiamo un po’ arriviamo alla conclusione che ci sono molti vivi e vegeti che hanno deciso di morire da tempo con il loro immobilismo culturale, di azione, di pensiero, in poche parole hanno scelto di non essere, ma solo di esistere.

« Ricordatevi di guardare le stelle e non i vostri piedi... Per quanto difficile possa essere la vita, c'è sempre qualcosa che è possibile fare, e in cui si può riuscire. » Stephen Hawking

domenica 10 dicembre 2017

Più libri, più liberi, più ricchi


La mia prima fiera del libro come autrice, dopo l’uscita di Quando le foglie scadono e l’esperienza è stata travolgente esattamente come la folla che invadeva La Nuvola. Il nuovo palazzo dei congressi di Roma architettato dalla star delle moderne costruzioni Massimiliano Fuksas ha aperto i suoi enormi ingressi ad una moltitudine di persone curiose disposte lungo una chilometrica fila. 

Per la prima volta non ero una semplice spettatrice alla ricerca di un titolo accattivante o di un classico da regalare a chi non ha voglia di sperimentare un nuovo autore, questa volta c’era anche la mia opera. Desiderosa di essere giudicata, criticata, messa alla prova da chi non ha la minima idea di chi tu sia. 

Ho incontrato molti altri autori, esordienti e veterani, che non attendevano altro che qualcuno si fermasse allo stand e desse anche un’occhiata furtiva al loro libro, per poter poi convincerli ad acquistare il prodotto. Perché alla fine un libro si riduce a questo e quanto ci può essere di affascinante ed emozionante nella sua stesura, si perde nelle strategie di marketing e nei conti dei numeri di copie vendute. 

In realtà l’autore ha sempre delle aspirazioni che spera di realizzare quando decide di scrivere una storia, diventare famoso può essere la più banale. Tutti gli scrittori che ho incontrato ne avevano almeno una, la voglia di dichiarare un proprio punto di vista su un determinato argomento, quella di affermare sé stessi, o semplicemente esprimere un’innata passione con tutti i vantaggi che comporta sulla salute psicofisica. 

Di certo la volontà comune è quella di riuscire a divulgare il più possibile il frutto di un lavoro magari di anni, la speranza è che il pubblico lo apprezzi. Se dietro questo bisogno di riscontro del pubblico, ci sia un inconfessato narcisismo è un dubbio lecito. 

Gli artisti mostrano sempre un qualcosa di sé stessi e si aspettano un giudizio positivo da parte della collettività che li giudica. In ogni caso nulla di più utile in una società in cui vi è così necessità di evolvere verso altri gradi di civiltà. 

Quella italiana in particolare ha bisogno che la cultura prenda il sopravvento rispetto ad uno stallo che ci fa stazionare nel limbo della barbarie intellettuale dal quale nessuno dimostra di  voler uscire. I numeri parlano chiaro, nel nostro paese si legge pochissimo e sembra che anche i pochi imperterriti rischiamo di perderli, relegati nella loro roccaforte di fede intellettuale in cui ancora si crede che la lettura abbia un fondamentale valore per la crescita della società. 

Se a qualche politico interessa saperlo, la crescita sarebbe anche economica, tanto per avere una motivazione a mandare ogni tanto uno spot istituzionale su quanto faccia bene leggere. Certo se il livello della politica raggiunge un grado di preparazione accettabile, allora il messaggio risulta certamente più credibile. E magari un giorno gli emarginati potrebbero essere quelli che oggi dedicano il tempo della lettura all’utilizzo di dispositivi informatici, anche se, è bene chiarirlo, l’uno non esclude l’altro. 

Infatti ci si dedica molto alla lettura in paesi come il Canada o in Norvegia dove la rivoluzione digitale è arrivata molto prima che dalle nostre parti, semplice volontà di non rimanere all’età della pietra o della ruota. 

A questo punto esaurite emozione e soddisfazione per il traguardo raggiunto, mentre osservo la copertina del libro nel mare magnum delle altre copertine, mi dò appuntamento con gli altri autori alla grande prova di Torino, un salone che non ho mai frequentato e dove c’è tutta l’editoria che conta. 

Spero di vedere altrettanta folla come quella che ha visitato la novità architettonica romana, realmente interessata ad immergersi nella generosa ed inebriante offerta editoriale piccola e grande. 
O forse erano tutti i lettori d’Italia messi insieme?

Nel dubbio non resta che augurare a tutti noi, autori artisti sognatori, che proviamo a scalfire con forza quest’immobilità culturale nella quale siamo impantanati, di riuscire a smuovere un granellino per uno. 

Può darsi che per la fine del secolo ce la faremo a risalire la china. 
Sempre che nel frattempo non siamo stati surclassati da tutti gli altri, ma proprio tutti.






domenica 26 novembre 2017

Se l'orso diventa vegano, non per moda


In occasione del Black Friday mi sono ritrovata al centro della città di Roma in un famoso negozio a più piani nel pieno di un vortice di compulsione consumistica pre-natalizia.  Mentre le facce fameliche si aggiravano intorno alle occasioni da non farsi scappare, io cercavo di consigliare al meglio chi stavo accompagnando. 

Non sono la persona più adatta per questo genere di suggerimento, in primo luogo perché non seguo la moda ed in genere mi vesto come mi va senza seguire un canone o un orientamento generale. Ed infatti quando ci siamo addentrati nel reparto donna, la persona che era con me sapeva che non avrei comprato niente, ma non aveva idea che l’unica cosa che mi sarebbe venuta in mente davanti ad un elegantissimo e morbidissimo maglione sarebbe stata la sua inadeguatezza rispetto al momento storico. 

“Mi piace, ma a cosa serviranno più? Con il riscaldamento globale potrebbe diventare fuori moda.”
Lui si gira e, con un’espressione di chi la pensa esattamente come te anche se non lo ammetterebbe mai, mi sorride: “Eh si, infatti!”

Probabilmente dentro a quello scintillante negozio molti altri avrebbero detto la stessa cosa, pur continuando ad acquistare quanto programmato nell’illusoria convinzione che possiamo proseguire con il nostro stile di vita senza preoccuparci del contesto.

I cambiamenti sono sempre difficili da mettere in atto, perché si tratta di rivedere principi e comportamenti, il nostro agire, in pratica noi stessi. Insomma un bel lavoro di aggiustamento che non nasce spontaneamente a meno che non ci sia una forte motivazione a dare il via. La difesa dell’ambiente non è evidentemente così forte, perlomeno non per tutti. 

Capita però che anche quando non abbiamo voglia di modificare nulla che ci riguardi, veniamo messi con le spalle al muro dal resto del mondo, da chi ci circonda, dalla vita, da tutto quello che prosegue nonostante la nostra volontà. Alla fine faremo anche noi parte del cambiamento, che piaccia o meno. E questa trasformazione potrebbe non essere proprio indolore. 

Una conferma l’ho avuta stamane, successivamente all’ubriacatura di luci e specchietti attorno ai pesanti e caldi capi invernali in pre-saldo, scorrendo gli articoli del National Geographic.  L’articolo in questione riguarda il triste declino degli orsi polari in una città canadese che affaccia sulla Baia di Hudson ed esordisce con l’amara constatazione sull’aumento delle temperature che avrebbe fatto diminuire il periodo di congelamento della Baia e quindi la presenza degli orsi. 

Nel 2050 potrebbero scomparire del tutto, ma prima di arrivare a questa drammatica conclusione, già assistiamo ad un mutamento nelle loro abitudini, in primis alimentari. In questi ultimi tempi si è sentito spesso parlare del mangiare vegano, un’alimentazione che prevede il prevalente consumo di vegetali, come naturale messa in atto della filosofia secondo la quale deve essere abolito ogni atto di sfruttamento e crudeltà verso il mondo animale. 

Che prenda origine da un viscerale principio o da un insulso allineamento di pensiero per sentirsi più chic, per noi rappresenta comunque una scelta. Se l’animale stesso che vogliamo preservare, decide di fare la stessa cosa, vuol dire che qualcosa non va nel verso giusto. In ogni caso significa che quel cambiamento che vorremmo evitare, per il quale giriamo la faccia dall’altra parte, è già in atto.  

L’orso polare per sopravvivere si sta nutrendo di alghe, bacche e quanto ormai riesce a trovare nello spazio che lo circonda, non più immerso nella neve, non più bianco e ricco di foche o trichechi, suo naturale nutrimento. Scorro la galleria di foto e quel caldo maglione mi sembra sempre più inadeguato. Una in particolare immortala un momento ad un anno di distanza, la Baia a novembre 2015 con -20° e un anno dopo con una minima di + 3°. 

L’orso che si aggira lungo le coste è confuso, frastornato, costretto a mangiare cani e piccoli della sua specie e quando diventa troppo pericoloso verrà narcotizzato, messo in un centro di accoglienza e portato in Antartide. Fino a quando anche quel luogo lo potrà ospitare, fino a quando ci sarà il ghiaccio. 

Possiamo decidere di non essere travolti da un cambiamento di cui neanche la scienza conosce bene la portata, oppure si può scegliere di guidare il cambiamento verso un mondo di serena convivenza con la natura che ci circonda. 

La stessa coesistenza tra esseri umani ne gioverà fortemente. La storia ci insegna che chi non accetta i cambiamenti per rimanere ancorato ai propri assurdi principi, soccombe sotto il peso della sua irragionevolezza. 

La storia si deve sempre ripetere o prima o poi saremo in grado di fare un mea culpa? 

Prima che sia troppo tardi.


domenica 12 novembre 2017

Quando partono i cervelli


In questi giorni si parla di pensioni, l’ennesima volta, e del loro adeguamento all’aspettativa di vita che, buon per noi, si allunga. Quindi le persone che rappresentano la forza lavoro oggi in Italia, dovranno andare a riposo sempre un po’ più tardi, forse per fare posto alle generazioni future. Ma di quali menti parliamo? Chi saranno i prossimi lavoratori, coloro sui quali si fonderà la forza economica e si spera anche intellettuale del nostro paese? 

In realtà questa speranza è molto flebile, ad un punto tale che si sta spegnendo. In termini pratici, di intellettuale rimarranno probabilmente solo i circoli in cui qualche cervello benestante parlerà in maniera distaccata del declino culturale di cui soffriamo da anni e potranno lamentarsene solo loro perché gli altri avranno dovuto emigrare per potersi garantire una vita al di sopra della soglia della dignità. 

Lontano dagli affetti familiari e da una terra che nonostante tutto amano e nella quale avrebbero amorevolmente offerto grande parte del loro immenso sapere. Ma no, questa terra li caccia via senza pietà e al posto loro fa entrare braccia, forza lavoro che non ci farà competere per alcun premio o riconoscimento di eccellenza. Manovali, badanti, pizzaioli che appagheranno il palato ma non la voglia di sapere. 

In effetti se già abbiamo poca autostima di noi stessi, delle nostre potenzialità, perché mai dovremmo avvalerci di geni o anche solo di serie professionalità? 
Perché quando ci si riferisce ai cervelli il pensiero non deve andare automaticamente a ricercatori o studiosi alla ricerca di un nobel, stiamo perdendo anche altro, sempre di qualità. 

Persone che hanno una specializzazione in qualche campo, senza necessariamente essere laureate. Lavoratori qualificati che dovrebbero essere pagati di più perché valgono di più, e qui siamo ad un altro punto cruciale ossia il merito che non viene valorizzato. Seguendo logiche clientelari e che ben poco hanno a che fare con ciò che è giusto, chi rimane fuori sono coloro che per sfortuna o onestà intellettuale si dichiarano al di là di quanto è già deciso. 

Oltre le regole di una sana competizione, al di là dei confini di un paese che non ha nessuna voglia di modificare quest’andamento, forse perché quelli che non vogliono cambiare sono la maggioranza che in questo sistema di cose ne trae enorme beneficio.

E sono qui a domandarmi il perché nessuno si preoccupi di questa emorragia di intelletto che ogni giorno ci impoverisce sempre di più, tanto meno lo hanno mai fatto seriamente i politici di turno, non è una questione così importante da trattare con serietà intorno ad un tavolo?

Mentre prendo atto del fatto che più che evolverci, stiamo perdendo la nostra identità, passo ad un secondo articolo in cui si parla del dramma dei giovani laureati. I quali non solo non vengono adeguatamente orientati su quale sia il corso più adatto alle loro capacità o predisposizioni, da spendere poi sul mercato del lavoro con più facilità, il punto è che non vengono neanche considerati un patrimonio di cui avere cura. 

Insomma i ragazzi vengono abbandonati a loro stessi, come se non fossero una risorsa preziosissima, ma piuttosto carne da macello il cui futuro non ha alcun valore. 

Il risultato è facile da intuire, il numero di laureati si riduce nel corso degli anni, aumentano coloro che abbandonano e soprattutto si perdono numeri nell’alta specializzazione. In pratica si scoraggiano i ragazzi con grandi capacità, le grandi menti del futuro che non lo diventeranno mai, in quanto per adeguarsi al mercato sceglieranno altro per poi finire a fare un lavoro sottopagato che nulla ha a che vedere con il proprio titolo, anch’esso inadeguato. 

Per contro, quelli che seguiranno con caparbietà il loro istinto, per eccellere saranno costretti ad andare altrove, verso paesi che li attendono con ansia per vedere aumentare nel tempo il loro PIL. Stiamo contribuendo in maniera significativa all’involuzione del mondo intero, sì perché siamo bravi in molti campi ed altrettanto bravi a distruggere tanta eccellenza. 

Si dice che il talento di un bambino debbano essere i genitori i primi a riconoscerlo e coltivarlo, allora si può ben dire di quanto sia un pessimo genitore questo paese. Per colpa nostra potrebbe non esserci un altro Einstein, e invece il mondo ha maledettamente bisogno di una mente brillante. 

D’altronde perché preoccuparcene, non è una questione che ci riguarda se siamo fermi con gli occhi al nostro piccolo, insensato mondo. 



domenica 22 ottobre 2017

Se è un bene che ci sia il male


Nella escalation terroristica dell’Isis più di una persona si è domandata come mai l’Italia sia rimasta fuori dagli obiettivi prioritari di un’organizzazione che si prefigge di punire gli infedeli, tutti coloro che non accettano un’interpretazione rigida e piuttosto estrema dell’Islam. Secondo questa religione Allah è l’unico Dio e Maometto ne è il messaggero. 

Partendo da queste scarne e semplici considerazioni è piuttosto logico pensare che un paese simbolo della cristianità e sede di colui che è considerato il successore di Pietro, il capo della Chiesa di Roma, debba essere visto, da coloro che professano il rigido precetto islamico, come un luogo di perdizione. 

Al pari di ciò che la Santa Inquisizione cattolica metteva in atto contro gli eretici, i sovversivi, streghe e stregoni, accusati di essere servi del demonio, contrari ai dogmi dell’ortodossia. Ad ogni eretico bruciato vivo, la religione era messa in salvo, purificata dai tentativi di sacrilegio di chi non rispondeva ai rigorosi canoni cattolici.

I secoli passano e oggi tocca a noi che viviamo nei luoghi con professione di fede cristiana ad essere considerati degli infedeli. Una macchia nella religione altrui che va eliminata per permettere quella purificazione, sempre attuale. Il fatto che ciò non si stia verificando su territorio italiano, pone degli interrogativi. Si potrebbe pensare che i sistemi investigativi e di spionaggio siano talmente efficaci che ogni tentativo viene sventato ancor prima di essere realizzato. 

Poco probabile visto che in giro per il mondo di certo saranno stati evitati alcuni attentati, ma per altri non è stato possibile, data l’intrinseca imprevedibilità dei singoli componenti. Insomma in questi casi non si è in grado di anticipare tutto soprattutto se la rete di contatti dell’organizzazione sa come muoversi sul territorio dove vive abitualmente. Ovvietà a parte, allora qual’è il motivo per cui un paese così a rischio come l’Italia sembra essere stato volutamente lasciato fuori dall’azione globale contro gli infedeli?

Leggo una notizia sul Corriere e questo amletico dubbio si scioglie come i ghiacciai di alta montagna. L’ex procuratore antimafia Macrì ci rivela che l’Isis è scesa a patti con la mafia nazionale o sarebbe il caso di dire che quest’ultima ha fiutato un’alleanza plurimilionaria e non se l’è fatta scappare. Una come si rende utile all’altra? Presto detto, la mafia controlla il traffico dei migranti verso l’Europa, perlomeno di quelli che riescono a raggiungere la terraferma dopo aver pagato il loro passaggio a miglior vita. Le due si dividono i proventi. 

A questo punto ho la sensazione di essermi persa qualche passaggio, in primo luogo dove è finita la parte religiosa di tutta la faccenda? Anche in questo caso mi viene in mente di nuovo la Santa Inquisizione che confiscava i beni degli eretici, i quali possedimenti non venivano considerati inquinati o impuri, potenza del denaro che sconfigge tutte le diversità. 

Nello stesso articolo viene annunciato come Milano sia la nuova capitale della droga, dove si fa il prezzo e qui mi domando cosa ne è stato invece dell’evoluzione culturale di un paese, il nostro, dove persino l’Isis riesce a trovare motivo per frenare la sua azione. 

Alla fine di tutte le considerazioni possibili, l’unica che sfida ogni opinione contraria è quella per cui la sola in grado di stare al passo con i tempi è la mafia stessa. Evolve nel modo in cui non ci si aspetterebbe, infrange barriere politiche, religiose, di razza, rivede le sue strategie se necessario. 

Da rumorosa attentatrice di macchine, palazzi e vite di ligi uomini di legge, diventa sempre più insondabile, silenziosa e si eleva di livello. Gioca a poker sulle nostre teste senza che ce ne accorgiamo, e mentre il popolo si affanna a nascondere il suo velato razzismo, lei con i “diversi” ci fa affari da nababbi. 

Non avrei voluto mai dirlo, ma credo che dovremmo imparare questo vedere oltre, tutto e tutti. Questo opportunismo al servizio dell’illegalità si bea di un progresso culturale che stenta a decollare e dove regna l’ignoranza il più scaltro dei commercianti si arricchisce e molto. 

Mi chiedo tra qualche centinaio d’anni quando il denaro potrebbe non farla più da padrone, in una società alla Star Trek, come riuscirebbe a sopravvivere una realtà così camaleontica come la mafia. A quel punto potrebbe essere talmente cambiato il contesto che la circonda che non esisterebbe più alcun appiglio per la sua evoluzione. 

A meno che non sfrutti i viaggi spaziali verso pianeti diversi dalla Terra, ormai inabitabile. Ma non è così che va a finire in Star Trek. 


domenica 1 ottobre 2017

Là dove finisce il mare


Nel punto dove l’acqua marina interrompe il proprio rapporto con il resto della sua immensità, si mescola alla terra dando vita a luoghi meravigliosi quali sono le spiagge. Ed è qui che la maggior parte delle persone cerca un contatto con la vastità oceanica, con ciò che consente la vita. Siano esse mete turistiche frequentate o territori ancora inesplorati, conservano un fascino unico in grado di mettere l’essere umano in relazione con la parte più profonda di sé. 

In fondo è nell’acqua che prendiamo corpo ed è lei che ci introduce alla vita, se rimaniamo a contemplarla da quel luogo in cui sceglie di fermarsi, decidiamo di ripartire dalle origini. La spiaggia può diventare un territorio magico, di cambiamento, ma anche spietato quando non riesce a fermare l’inquietudine della corrente. 

È nostro compito proteggerla, salvaguardarla, è la parte di nostra competenza, quella affidata alla nostra cura. In giro per il mondo l’uomo ha messo in atto una serie di misure per cercare di preservarla, di tenere a bada la forza distruttrice della natura per quanto possibile. Un’energia che erode quotidianamente, che cerca di farsi strada oltre i propri confini privando l’uomo dell’ultima frontiera che lo divide dagli abissi marini.

A tutti noi che non siamo esperti degli interventi da poter mettere in atto in questi casi, avremmo pensato semplicemente ad aggiungere ciò che viene portato via dal mare. Prelevare la sabbia dove ce n’è di più per mantenere l’estensione dove rischierebbe di sparire per sempre lasciando solo i ricordi di un paesaggio irripetibile. In effetti è proprio quanto viene fatto in alcune spiagge in giro per il mondo, a quanto pare è un intervento meno costoso di altri ed è efficace. 

A Miami pare sia un processo ormai consolidato con lo spostamento programmato di diversi metri cubi di sabbia che andranno a rimpiazzare quella erosa, e la spiaggia è ancora lì a simboleggiare un intervento dell’uomo provvidenziale. Per una delle rare volte in cui non distruggiamo qualche ecosistema, ci sarebbe da andarne veramente fieri. 

Sembrerebbe quasi un finale da favola e invece tocca fare delle distinzioni che, guarda caso e purtroppo, riguardano il nostro paese. Il quale di patrimonio naturalistico ne ha da vendere, ma non pare averne altrettanta cura, anzi spesso lo maltratta o lo trascura al punto che il lavoro sporco di distruggerlo viene lasciato agli agenti atmosferici e al tempo che scorre. 

Anche nel caso delle spiagge che spariscono la storia non cambia e si deve assistere dolorosamente alla morte prematura di luoghi bellissimi divorati dalle acque che, invece, il loro compito lo compiono incessantemente ogni singolo giorno che il sole ci concede. Per dovere di cronaca va detto che alcuni interventi sono stati compiuti, peccato che non fossero quelli opportuni tanto che hanno finito per essere controproducenti. Diciamo che la fantasia non ci viene a mancare quando si tratta di gettare colate di cemento dove non si dovrebbe. 

A ridosso del mare non sarebbe il luogo più indicato per ergere palazzi e in verità dove si costruiscono barriere insormontabili siano esse case, muraglie o lungomare di asfalto l’acqua distrugge senza pietà e le spiagge anno dopo anno diventano sempre più un ricordo. Però è quello che si fa in Italia, con il tristissimo risultato di chilometri di sabbia divorati dal mare e luoghi incantevoli cancellati per sempre. 

Il clima cambia e i diversi paesi si devono adeguare se non vogliono perdere parte del loro territorio. Nel nostro paese si devono modificare, in primo luogo, le cattive abitudini che fanno sperperare denaro senza un vantaggio per la collettività. 

Ci piace vantarci di avere posti incantevoli e ne è la prova il turismo internazionale che sceglie l’Italia come meta. Bisognerebbe iniziare a dimostrare che ci teniamo davvero. Quando un pezzo di natura svanisce è una perdita pesantissima per la comunità internazionale, perderla per negligenza, incuria o peggio perché ha prevalso l’interesse personale, è inaccettabile. 
Si spera che per tutto questo siano gli italiani a sentirsi più indignati e non solo i turisti.