domenica 26 novembre 2017

Se l'orso diventa vegano, non per moda


In occasione del Black Friday mi sono ritrovata al centro della città di Roma in un famoso negozio a più piani nel pieno di un vortice di compulsione consumistica pre-natalizia.  Mentre le facce fameliche si aggiravano intorno alle occasioni da non farsi scappare, io cercavo di consigliare al meglio chi stavo accompagnando. 

Non sono la persona più adatta per questo genere di suggerimento, in primo luogo perché non seguo la moda ed in genere mi vesto come mi va senza seguire un canone o un orientamento generale. Ed infatti quando ci siamo addentrati nel reparto donna, la persona che era con me sapeva che non avrei comprato niente, ma non aveva idea che l’unica cosa che mi sarebbe venuta in mente davanti ad un elegantissimo e morbidissimo maglione sarebbe stata la sua inadeguatezza rispetto al momento storico. 

“Mi piace, ma a cosa serviranno più? Con il riscaldamento globale potrebbe diventare fuori moda.”
Lui si gira e, con un’espressione di chi la pensa esattamente come te anche se non lo ammetterebbe mai, mi sorride: “Eh si, infatti!”

Probabilmente dentro a quello scintillante negozio molti altri avrebbero detto la stessa cosa, pur continuando ad acquistare quanto programmato nell’illusoria convinzione che possiamo proseguire con il nostro stile di vita senza preoccuparci del contesto.

I cambiamenti sono sempre difficili da mettere in atto, perché si tratta di rivedere principi e comportamenti, il nostro agire, in pratica noi stessi. Insomma un bel lavoro di aggiustamento che non nasce spontaneamente a meno che non ci sia una forte motivazione a dare il via. La difesa dell’ambiente non è evidentemente così forte, perlomeno non per tutti. 

Capita però che anche quando non abbiamo voglia di modificare nulla che ci riguardi, veniamo messi con le spalle al muro dal resto del mondo, da chi ci circonda, dalla vita, da tutto quello che prosegue nonostante la nostra volontà. Alla fine faremo anche noi parte del cambiamento, che piaccia o meno. E questa trasformazione potrebbe non essere proprio indolore. 

Una conferma l’ho avuta stamane, successivamente all’ubriacatura di luci e specchietti attorno ai pesanti e caldi capi invernali in pre-saldo, scorrendo gli articoli del National Geographic.  L’articolo in questione riguarda il triste declino degli orsi polari in una città canadese che affaccia sulla Baia di Hudson ed esordisce con l’amara constatazione sull’aumento delle temperature che avrebbe fatto diminuire il periodo di congelamento della Baia e quindi la presenza degli orsi. 

Nel 2050 potrebbero scomparire del tutto, ma prima di arrivare a questa drammatica conclusione, già assistiamo ad un mutamento nelle loro abitudini, in primis alimentari. In questi ultimi tempi si è sentito spesso parlare del mangiare vegano, un’alimentazione che prevede il prevalente consumo di vegetali, come naturale messa in atto della filosofia secondo la quale deve essere abolito ogni atto di sfruttamento e crudeltà verso il mondo animale. 

Che prenda origine da un viscerale principio o da un insulso allineamento di pensiero per sentirsi più chic, per noi rappresenta comunque una scelta. Se l’animale stesso che vogliamo preservare, decide di fare la stessa cosa, vuol dire che qualcosa non va nel verso giusto. In ogni caso significa che quel cambiamento che vorremmo evitare, per il quale giriamo la faccia dall’altra parte, è già in atto.  

L’orso polare per sopravvivere si sta nutrendo di alghe, bacche e quanto ormai riesce a trovare nello spazio che lo circonda, non più immerso nella neve, non più bianco e ricco di foche o trichechi, suo naturale nutrimento. Scorro la galleria di foto e quel caldo maglione mi sembra sempre più inadeguato. Una in particolare immortala un momento ad un anno di distanza, la Baia a novembre 2015 con -20° e un anno dopo con una minima di + 3°. 

L’orso che si aggira lungo le coste è confuso, frastornato, costretto a mangiare cani e piccoli della sua specie e quando diventa troppo pericoloso verrà narcotizzato, messo in un centro di accoglienza e portato in Antartide. Fino a quando anche quel luogo lo potrà ospitare, fino a quando ci sarà il ghiaccio. 

Possiamo decidere di non essere travolti da un cambiamento di cui neanche la scienza conosce bene la portata, oppure si può scegliere di guidare il cambiamento verso un mondo di serena convivenza con la natura che ci circonda. 

La stessa coesistenza tra esseri umani ne gioverà fortemente. La storia ci insegna che chi non accetta i cambiamenti per rimanere ancorato ai propri assurdi principi, soccombe sotto il peso della sua irragionevolezza. 

La storia si deve sempre ripetere o prima o poi saremo in grado di fare un mea culpa? 

Prima che sia troppo tardi.


domenica 12 novembre 2017

Quando partono i cervelli


In questi giorni si parla di pensioni, l’ennesima volta, e del loro adeguamento all’aspettativa di vita che, buon per noi, si allunga. Quindi le persone che rappresentano la forza lavoro oggi in Italia, dovranno andare a riposo sempre un po’ più tardi, forse per fare posto alle generazioni future. Ma di quali menti parliamo? Chi saranno i prossimi lavoratori, coloro sui quali si fonderà la forza economica e si spera anche intellettuale del nostro paese? 

In realtà questa speranza è molto flebile, ad un punto tale che si sta spegnendo. In termini pratici, di intellettuale rimarranno probabilmente solo i circoli in cui qualche cervello benestante parlerà in maniera distaccata del declino culturale di cui soffriamo da anni e potranno lamentarsene solo loro perché gli altri avranno dovuto emigrare per potersi garantire una vita al di sopra della soglia della dignità. 

Lontano dagli affetti familiari e da una terra che nonostante tutto amano e nella quale avrebbero amorevolmente offerto grande parte del loro immenso sapere. Ma no, questa terra li caccia via senza pietà e al posto loro fa entrare braccia, forza lavoro che non ci farà competere per alcun premio o riconoscimento di eccellenza. Manovali, badanti, pizzaioli che appagheranno il palato ma non la voglia di sapere. 

In effetti se già abbiamo poca autostima di noi stessi, delle nostre potenzialità, perché mai dovremmo avvalerci di geni o anche solo di serie professionalità? 
Perché quando ci si riferisce ai cervelli il pensiero non deve andare automaticamente a ricercatori o studiosi alla ricerca di un nobel, stiamo perdendo anche altro, sempre di qualità. 

Persone che hanno una specializzazione in qualche campo, senza necessariamente essere laureate. Lavoratori qualificati che dovrebbero essere pagati di più perché valgono di più, e qui siamo ad un altro punto cruciale ossia il merito che non viene valorizzato. Seguendo logiche clientelari e che ben poco hanno a che fare con ciò che è giusto, chi rimane fuori sono coloro che per sfortuna o onestà intellettuale si dichiarano al di là di quanto è già deciso. 

Oltre le regole di una sana competizione, al di là dei confini di un paese che non ha nessuna voglia di modificare quest’andamento, forse perché quelli che non vogliono cambiare sono la maggioranza che in questo sistema di cose ne trae enorme beneficio.

E sono qui a domandarmi il perché nessuno si preoccupi di questa emorragia di intelletto che ogni giorno ci impoverisce sempre di più, tanto meno lo hanno mai fatto seriamente i politici di turno, non è una questione così importante da trattare con serietà intorno ad un tavolo?

Mentre prendo atto del fatto che più che evolverci, stiamo perdendo la nostra identità, passo ad un secondo articolo in cui si parla del dramma dei giovani laureati. I quali non solo non vengono adeguatamente orientati su quale sia il corso più adatto alle loro capacità o predisposizioni, da spendere poi sul mercato del lavoro con più facilità, il punto è che non vengono neanche considerati un patrimonio di cui avere cura. 

Insomma i ragazzi vengono abbandonati a loro stessi, come se non fossero una risorsa preziosissima, ma piuttosto carne da macello il cui futuro non ha alcun valore. 

Il risultato è facile da intuire, il numero di laureati si riduce nel corso degli anni, aumentano coloro che abbandonano e soprattutto si perdono numeri nell’alta specializzazione. In pratica si scoraggiano i ragazzi con grandi capacità, le grandi menti del futuro che non lo diventeranno mai, in quanto per adeguarsi al mercato sceglieranno altro per poi finire a fare un lavoro sottopagato che nulla ha a che vedere con il proprio titolo, anch’esso inadeguato. 

Per contro, quelli che seguiranno con caparbietà il loro istinto, per eccellere saranno costretti ad andare altrove, verso paesi che li attendono con ansia per vedere aumentare nel tempo il loro PIL. Stiamo contribuendo in maniera significativa all’involuzione del mondo intero, sì perché siamo bravi in molti campi ed altrettanto bravi a distruggere tanta eccellenza. 

Si dice che il talento di un bambino debbano essere i genitori i primi a riconoscerlo e coltivarlo, allora si può ben dire di quanto sia un pessimo genitore questo paese. Per colpa nostra potrebbe non esserci un altro Einstein, e invece il mondo ha maledettamente bisogno di una mente brillante. 

D’altronde perché preoccuparcene, non è una questione che ci riguarda se siamo fermi con gli occhi al nostro piccolo, insensato mondo. 



domenica 22 ottobre 2017

Se è un bene che ci sia il male


Nella escalation terroristica dell’Isis più di una persona si è domandata come mai l’Italia sia rimasta fuori dagli obiettivi prioritari di un’organizzazione che si prefigge di punire gli infedeli, tutti coloro che non accettano un’interpretazione rigida e piuttosto estrema dell’Islam. Secondo questa religione Allah è l’unico Dio e Maometto ne è il messaggero. 

Partendo da queste scarne e semplici considerazioni è piuttosto logico pensare che un paese simbolo della cristianità e sede di colui che è considerato il successore di Pietro, il capo della Chiesa di Roma, debba essere visto, da coloro che professano il rigido precetto islamico, come un luogo di perdizione. 

Al pari di ciò che la Santa Inquisizione cattolica metteva in atto contro gli eretici, i sovversivi, streghe e stregoni, accusati di essere servi del demonio, contrari ai dogmi dell’ortodossia. Ad ogni eretico bruciato vivo, la religione era messa in salvo, purificata dai tentativi di sacrilegio di chi non rispondeva ai rigorosi canoni cattolici.

I secoli passano e oggi tocca a noi che viviamo nei luoghi con professione di fede cristiana ad essere considerati degli infedeli. Una macchia nella religione altrui che va eliminata per permettere quella purificazione, sempre attuale. Il fatto che ciò non si stia verificando su territorio italiano, pone degli interrogativi. Si potrebbe pensare che i sistemi investigativi e di spionaggio siano talmente efficaci che ogni tentativo viene sventato ancor prima di essere realizzato. 

Poco probabile visto che in giro per il mondo di certo saranno stati evitati alcuni attentati, ma per altri non è stato possibile, data l’intrinseca imprevedibilità dei singoli componenti. Insomma in questi casi non si è in grado di anticipare tutto soprattutto se la rete di contatti dell’organizzazione sa come muoversi sul territorio dove vive abitualmente. Ovvietà a parte, allora qual’è il motivo per cui un paese così a rischio come l’Italia sembra essere stato volutamente lasciato fuori dall’azione globale contro gli infedeli?

Leggo una notizia sul Corriere e questo amletico dubbio si scioglie come i ghiacciai di alta montagna. L’ex procuratore antimafia Macrì ci rivela che l’Isis è scesa a patti con la mafia nazionale o sarebbe il caso di dire che quest’ultima ha fiutato un’alleanza plurimilionaria e non se l’è fatta scappare. Una come si rende utile all’altra? Presto detto, la mafia controlla il traffico dei migranti verso l’Europa, perlomeno di quelli che riescono a raggiungere la terraferma dopo aver pagato il loro passaggio a miglior vita. Le due si dividono i proventi. 

A questo punto ho la sensazione di essermi persa qualche passaggio, in primo luogo dove è finita la parte religiosa di tutta la faccenda? Anche in questo caso mi viene in mente di nuovo la Santa Inquisizione che confiscava i beni degli eretici, i quali possedimenti non venivano considerati inquinati o impuri, potenza del denaro che sconfigge tutte le diversità. 

Nello stesso articolo viene annunciato come Milano sia la nuova capitale della droga, dove si fa il prezzo e qui mi domando cosa ne è stato invece dell’evoluzione culturale di un paese, il nostro, dove persino l’Isis riesce a trovare motivo per frenare la sua azione. 

Alla fine di tutte le considerazioni possibili, l’unica che sfida ogni opinione contraria è quella per cui la sola in grado di stare al passo con i tempi è la mafia stessa. Evolve nel modo in cui non ci si aspetterebbe, infrange barriere politiche, religiose, di razza, rivede le sue strategie se necessario. 

Da rumorosa attentatrice di macchine, palazzi e vite di ligi uomini di legge, diventa sempre più insondabile, silenziosa e si eleva di livello. Gioca a poker sulle nostre teste senza che ce ne accorgiamo, e mentre il popolo si affanna a nascondere il suo velato razzismo, lei con i “diversi” ci fa affari da nababbi. 

Non avrei voluto mai dirlo, ma credo che dovremmo imparare questo vedere oltre, tutto e tutti. Questo opportunismo al servizio dell’illegalità si bea di un progresso culturale che stenta a decollare e dove regna l’ignoranza il più scaltro dei commercianti si arricchisce e molto. 

Mi chiedo tra qualche centinaio d’anni quando il denaro potrebbe non farla più da padrone, in una società alla Star Trek, come riuscirebbe a sopravvivere una realtà così camaleontica come la mafia. A quel punto potrebbe essere talmente cambiato il contesto che la circonda che non esisterebbe più alcun appiglio per la sua evoluzione. 

A meno che non sfrutti i viaggi spaziali verso pianeti diversi dalla Terra, ormai inabitabile. Ma non è così che va a finire in Star Trek. 


domenica 1 ottobre 2017

Là dove finisce il mare


Nel punto dove l’acqua marina interrompe il proprio rapporto con il resto della sua immensità, si mescola alla terra dando vita a luoghi meravigliosi quali sono le spiagge. Ed è qui che la maggior parte delle persone cerca un contatto con la vastità oceanica, con ciò che consente la vita. Siano esse mete turistiche frequentate o territori ancora inesplorati, conservano un fascino unico in grado di mettere l’essere umano in relazione con la parte più profonda di sé. 

In fondo è nell’acqua che prendiamo corpo ed è lei che ci introduce alla vita, se rimaniamo a contemplarla da quel luogo in cui sceglie di fermarsi, decidiamo di ripartire dalle origini. La spiaggia può diventare un territorio magico, di cambiamento, ma anche spietato quando non riesce a fermare l’inquietudine della corrente. 

È nostro compito proteggerla, salvaguardarla, è la parte di nostra competenza, quella affidata alla nostra cura. In giro per il mondo l’uomo ha messo in atto una serie di misure per cercare di preservarla, di tenere a bada la forza distruttrice della natura per quanto possibile. Un’energia che erode quotidianamente, che cerca di farsi strada oltre i propri confini privando l’uomo dell’ultima frontiera che lo divide dagli abissi marini.

A tutti noi che non siamo esperti degli interventi da poter mettere in atto in questi casi, avremmo pensato semplicemente ad aggiungere ciò che viene portato via dal mare. Prelevare la sabbia dove ce n’è di più per mantenere l’estensione dove rischierebbe di sparire per sempre lasciando solo i ricordi di un paesaggio irripetibile. In effetti è proprio quanto viene fatto in alcune spiagge in giro per il mondo, a quanto pare è un intervento meno costoso di altri ed è efficace. 

A Miami pare sia un processo ormai consolidato con lo spostamento programmato di diversi metri cubi di sabbia che andranno a rimpiazzare quella erosa, e la spiaggia è ancora lì a simboleggiare un intervento dell’uomo provvidenziale. Per una delle rare volte in cui non distruggiamo qualche ecosistema, ci sarebbe da andarne veramente fieri. 

Sembrerebbe quasi un finale da favola e invece tocca fare delle distinzioni che, guarda caso e purtroppo, riguardano il nostro paese. Il quale di patrimonio naturalistico ne ha da vendere, ma non pare averne altrettanta cura, anzi spesso lo maltratta o lo trascura al punto che il lavoro sporco di distruggerlo viene lasciato agli agenti atmosferici e al tempo che scorre. 

Anche nel caso delle spiagge che spariscono la storia non cambia e si deve assistere dolorosamente alla morte prematura di luoghi bellissimi divorati dalle acque che, invece, il loro compito lo compiono incessantemente ogni singolo giorno che il sole ci concede. Per dovere di cronaca va detto che alcuni interventi sono stati compiuti, peccato che non fossero quelli opportuni tanto che hanno finito per essere controproducenti. Diciamo che la fantasia non ci viene a mancare quando si tratta di gettare colate di cemento dove non si dovrebbe. 

A ridosso del mare non sarebbe il luogo più indicato per ergere palazzi e in verità dove si costruiscono barriere insormontabili siano esse case, muraglie o lungomare di asfalto l’acqua distrugge senza pietà e le spiagge anno dopo anno diventano sempre più un ricordo. Però è quello che si fa in Italia, con il tristissimo risultato di chilometri di sabbia divorati dal mare e luoghi incantevoli cancellati per sempre. 

Il clima cambia e i diversi paesi si devono adeguare se non vogliono perdere parte del loro territorio. Nel nostro paese si devono modificare, in primo luogo, le cattive abitudini che fanno sperperare denaro senza un vantaggio per la collettività. 

Ci piace vantarci di avere posti incantevoli e ne è la prova il turismo internazionale che sceglie l’Italia come meta. Bisognerebbe iniziare a dimostrare che ci teniamo davvero. Quando un pezzo di natura svanisce è una perdita pesantissima per la comunità internazionale, perderla per negligenza, incuria o peggio perché ha prevalso l’interesse personale, è inaccettabile. 
Si spera che per tutto questo siano gli italiani a sentirsi più indignati e non solo i turisti.



domenica 10 settembre 2017

Un anticipo di inferno, per chi non sa aspettare


Le agognate piogge dei recenti giorni hanno fatto tirare un respiro di sollievo dalla opprimente calura estiva e dai roghi che hanno deturpato zone naturalistiche di inestimabile bellezza. Lungo l’autostrada che mi riportava a casa dopo qualche giorno di ferie osservavo attonita uno scempio del paesaggio che mi circondava. 

Rigogliose aree boschive che dopo qualche chilometro lasciavano spazio a scenari post apocalittici caratterizzati da un dominante color carbone. Nero ovunque, sul terreno, sui pochi fusti rimasti, esili e senza vita, triste testimonianza di un’azione scellerata e che quasi sicuramente rimarrà impunita. 

Nero anche sulle nostre coscienze, perché ognuno di noi ha un’altissima responsabilità nella salvaguardia della natura, degli animali, di quanto in verità ci permette di respirare. Chi legge probabilmente si sentirà tirato in causa ingiustamente perché penserà che la maggior parte di questi incendi sono legati ad un arricchimento di altri, ad un lucro personale o organizzato. 

Tutte ragioni che riguardano solo i singoli individui che decidono di donare l’anima al diavolo il quale in cambio dona a tutti un anticipo di inferno, anche a chi magari sarebbe destinato a ben altri luoghi eterni. 

Insomma cosa c’entrano le brave persone con queste barbare uccisioni di animali innocenti e piante donatrici di ossigeno compiute in cambio di vile denaro, opportunità, piantagioni di fusti che tra qualche anno saranno di nuovo pronti per l’ennesimo scenario infernale?

In un contesto dove ogni appartenente alla società si sente fortemente responsabile della sorte di quanto fa parte non solo del proprio giardino ma della comunità intera è un muro molto più difficilmente penetrabile da chi vuole compiere azioni disoneste. 

Le cattive intenzioni si materializzano lì dove incontrano complicità e non resistenza, senso di appartenenza e non menefreghismo. Quando buttiamo un mozzicone di sigaretta per terra abbiamo contribuito ad appiccare un incendio anche quando viene gettato su una superficie non infiammabile. 

Così come i rifiuti lasciati indiscriminatamente in luoghi non propriamente adibiti al loro smaltimento, ben visibili agli occhi di un potenziale piromane che penserà di essere capitato proprio nel posto giusto, terra di chi non ha coscienza ambientale. 

Luogo perfetto per distruggere ciò che non sta nel cuore di nessuno, ma solo negli occhi di chi veste i panni del turista e si bea della vista di un bel panorama, lasciando ad altri l’incombenza della sua integrità.

E cosa ne è di chi dovrebbe trasmettere i valori in grado di cambiare le sorti di un paese intero, educare al rispetto e alla civile convivenza? 

Mentre percorrevo quei chilometri di lande desolate e brulle, avevo l’impressione di essere capitata nella terra del non governo. Come figli abbandonati da un padre distratto e poco presente, quei luoghi lasciati al libero arbitrio dei malfattori avevano l’aspetto di indelebili cicatrici che testimoniano l’assenza delle buone coscienze.

Lo Stato, come un buon padre di famiglia, dovrebbe instillare nei suoi figli l’educazione che consiste in regole da rispettare, ma non solo. Il suo è un buon esempio che vale più di tante parole, chi lo rappresenta ha l’obbligo morale prima che istituzionale, di mostrare quanto ci tiene all’immenso patrimonio naturalistico che si trova a gestire. 

I figli che siamo tutti noi, abbiamo il dovere di rispettare la natura che ci ospita, attraverso le azioni che compiamo tutti i giorni, giusto per non correre il rischio di diventare complici della cattiva prole. 

A quel punto nessuno potrà proclamarsi innocente, ma dovrà semplicemente accettare le brutte conseguenze di vivere nel luogo che ha contribuito a creare. Soprattutto quando ricadranno sulla sua stessa esistenza. 

domenica 20 agosto 2017

Le cose potrebbero andare peggio


Qualche giorno fa mi è capitato sotto gli occhi un articolo condiviso su Facebook tratto dalla famosa testata giornalistica “The Guardian”. 
Articolo lunghissimo, complicato ma ci poteva stare visto che analizzava in maniera oggettiva l’odierna situazione del pianeta. Analizzata dal punto di vista dell’opinione pubblica, dei mass media e di un piccolo, ma crescente gruppo di pensatori, accademici, commentatori etichettati come i Nuovi Ottimisti.

La maggior parte delle persone pensano che il momento che stiamo vivendo sia molto brutto, negativo da tutti i punti di vista e in futuro non potrà andare meglio. È giustificato tutto questo pessimismo? Stando a quanto viene dettagliatamente argomentato in questo articolo non proprio. 

Le notizie cupe fanno più proseliti di uno scaltro guru e funzionano perfettamente da cassa di risonanza per questo o quell’altro argomento, con indubbi vantaggi politici. E le cose strillate acquistano più valore e quindi maggior credibilità. Insomma, fatti brutti nel mondo accadono, ma il più delle volte si dà loro un’importanza eccessiva, molto più di quanto effettivamente hanno. 

Perlomeno non per la legge dei grandi numeri. Perché dobbiamo ragionare in termini di contesti planetari e non di piccole realtà. Facendo un esempio banale, un incidente aereo rappresenta una sciagura che scuote la tranquillità perché causa molti morti e il suo andamento è piuttosto violento. 

Un fatto terribile soprattutto per chi lo vive personalmente perdendo un familiare o una persona cara, ma questo non cambia la realtà oggettiva ossia che l’aereo rimane uno dei mezzi più sicuri per viaggiare. Stando alle cifre ufficiali è l’automobile il mezzo che dovremmo temere in assoluto. 

Facendo quest’esempio viene da riflettere sul fatto che molto spesso ci facciamo trascinare dai mass media in un’analisi dei fatti che fa molto leva sulle emozioni e ben poco sui numeri, incontrovertibili. Penserete che però è un po’ cinico ragionare valutando la realtà nel suo insieme, snobbando gli avvenimenti poco frequenti o che non incidono in modo significativo sull’umanità intera. In realtà questo è l’unico modo per rimanere oggettivi, per avvicinarsi il più possibile alla verità. 

Nel mese di Dicembre del 2016 un articolo del Times andò in controtendenza descrivendo uno scenario ben diverso da quello che la maggior parte dei giornali ci confeziona giornalmente. Il 2016 sarebbe stato un anno incredibilmente positivo anzi il migliore nella storia dell’umanità. I poveri sono sempre meno poveri, le malattie incurabili diminuiscono sensibilmente e aumenta invece l’accesso alle cure, nel mondo sempre meno persone sono in una soglia di estrema indigenza. 

E non è finita, le emissioni dal carbone utilizzato come combustibile sono diminuite per il terzo anno consecutivo, la pena di morte è considerata illegale in più della metà dei paesi al mondo e i panda giganti non sono più nella lista delle specie in via di estinzione. Sono indubbiamente fatti molto positivi ai quali la stampa non ha dato quella risonanza che, per contro, una brutta notizia avrebbe avuto di diritto. 

Comunque anche se la qualità di vita dell’umanità vista nel suo insieme sta progressivamente migliorando, vi è la consapevolezza che questo equilibrio potrebbe essere sconvolto improvvisamente, grazie all’innata capacità degli esseri umani di rovinare tutto. 

Dovremmo cominciare ad essere realisti, imparando a vedere ciò che ci circonda per quello che realmente è, senza farci influenzare. Ragionare in maniera autonoma è già un buon inizio. 
Lo è ancor di più valutare i fatti non solo per come appaiono, ma nei loro possibili risvolti in caso contrario. Se fosse andata diversamente non è detto che sarebbe stato meglio. 

L’elezione di Trump a presidente è un fatto che si considera, in linea di massima, negativo. Johan Norbert, storico svedese e dichiarato Nuovo Ottimista afferma che se ad essere eletta fosse stata la Clinton le cose potevano mettersi anche peggio. Alle prossime elezioni, dopo anni in cui l’avversario avrebbe costruito un vero impero mediatico contro il governo, si sarebbe candidato un vero esponente di destra, di quelli che fanno veramente sul serio, che sanno veramente influenzare. E avremmo rimpianto questo scenario, quello che sta realmente accadendo. 

Se la qualità di vita dell’umanità va di bene in meglio ogni secolo che passa, rimane una questione da risolvere: quella ambientale. Che incide sui grandi numeri e non si può sottovalutare. Visto che il pianeta si prepara ad un consumismo globale, per le migliorate condizioni di vita.

Per usare la filosofia dei Nuovi Ottimisti, direi che se non ci fossero tutte le persone che si impegnano giornalmente per proteggere la natura chissà dove saremmo ora. Motivo in più per continuare a farlo seriamente. Abbiamo le potenzialità per fare in modo che le cose vadano decisamente meglio. E non solo dal punto di vista ambientale.


domenica 6 agosto 2017

Salvare la natura costa la vita


Leggendo la cifra dell’attuale popolazione mondiale ossia 7,5 miliardi di persone mi sono chiesta se la Terra, già violentata senza pietà, potesse offrire a queste nuove vite, sufficienti risorse per la sopravvivenza. E soprattutto a quelle che verranno in un prossimo, vicinissimo futuro che andranno ad ingrossare questa cifra, visto che l’aumento è esponenziale. 

Non mi sembra passato così tanto tempo da quando lessi che gli occupanti del suolo terrestre erano “solo” 6 miliardi, e già avevo avuto il sospetto che questo pianeta stesse diventando sempre più piccolo. Ma se le risorse disponibili non saranno sufficienti a sfamare così tante bocche, qual è il futuro che ci aspetta?

Gli effetti di uno sfruttamento indiscriminato li stiamo già vedendo, sul clima, sulle porzioni di Terra ancora incontaminata che si stanno riducendo sempre di più fino a sparire. Cosa mangeranno 15 miliardi di persone quando la Terra non avrà più nulla da offrire? 

Diciamo che al momento si pensa a come affrontare il quotidiano e di quel domani non si preoccupa nessuno o quasi. In quel quasi sono compresi tutti coloro che cercano di salvare il salvabile, di evitare che altri alberi vengano abbattuti, che le acque oceaniche vengano depredate, che la purezza venga inquinata, che la deforestazione faccia spazio a terreni da adibire a pascoli. 

Chi legge penserà che forse non si può fare altrimenti visto che tutti devono pur sopravvivere, e lo sfruttamento è necessario affinché nessuno muoia di fame. Purtroppo mi duole dire che le cose non stanno in questi termini, e il sistema mondiale che l’uomo ha messo in piedi è a dir poco aberrante. 

Dietro la distruzione della Terra si celano interessi economici enormi, di persone che sono totalmente indifferenti rispetto alle conseguenze delle proprie azioni. L’unica cosa che conta è l’aumento degli introiti del loro business e se qualcuno si mette in mezzo per ostacolare questo obiettivo diventa un problema da eliminare. 

Sono in aumento i delitti di coloro che si potrebbe definire i “paladini della Terra”, chi pone come obiettivo della propria esistenza la difesa della natura, chi si espone in prima persona per dire no a quello sfruttamento indiscriminato che caccia gli ultimi aborigeni dalle loro terre. Nel 2016 è stata uccisa in Honduras Berta Càceres, attivista ambientale e leader dei movimenti indigeni. 

Si era battuta per frenare lo scempio del territorio da parte delle industrie minerarie e idroelettriche, che avrebbe tolto l’acqua a molti nativi della zona. Un gruppo armato è entrato nella sua abitazione sparandole ripetutamente, la sua morte doveva essere certissima. 

Il suo è un esempio eclatante ma nel 2017 già un centinaio di paladini sono stati ammazzati con motivazioni simili. Ma perché fanno tanta paura da arrivare addirittura alla loro eliminazione fisica? Quali sono gli interessi che si celano dietro queste brutali uccisioni? In Brasile l’industria del legname ha interesse che la foresta venga abbattuta albero dopo albero. 

In Africa l’obiettivo è di riuscire a  strappare l’ultima zanna ricca di avorio o una pelliccia che scaldi le giornate di un ricco, per il suo cuore non c’è più speranza. L’industria mineraria dal canto suo divora oro, cobalto e uranio per soddisfare i molteplici usi di una società consumistica senza freni. Comprare in maniera oculata può davvero salvare qualche vita. 

Quelle dei poveri che per qualche spiccio muoiono intossicati in una miniera e quella dell’attivista ambientale che cerca di conservare la bellezza. Non crediate che il povero veda questi paladini come salvatori, perché in una ben architettata lotta tra miserabili, loro sono quelli che tolgono il pane di bocca agli affamati, che senza quel misero lavoro non vivranno, che senza quelle briciole non possono pensare ad un domani.

In questo disegno perfetto, almeno per chi ci sguazza come zio Paperone, le uccisioni degli scomodi potrebbero essere legalizzate anche nei paesi cosiddetti “civili”. Nella super-avanzata America la costruzione di un oleodotto nel Nord Dakota venne strenuamente osteggiata da un gruppo di paladini che avevano a cuore le riserve indiane al centro dell’interesse economico. 

La protesta di Standing Rock , così denominata, diventò celebre e qualcuno si prese la briga di scrivere una legge che legalizzava l’apertura del fuoco nei loro confronti. Non è passata per poco, sono stati sgombrati da vivi. Almeno per questa volta. 

In Italia stiamo vivendo un’estate infuocata grazie ai vari incendi che devastano paesaggi meravigliosi, non c’è traccia di veri e propri paladini che ostacolino la bramosa ricerca di suolo da cementificare. 
Quando poi addirittura lo Stato mostra indifferenza di fronte a tali scempi, la speranza di sopravvivere è debole.

L’ennesimo anello che si lega agli altri, nel perfetto disegno di creare situazioni in cui il povero ci vede l’illusione di un riscatto dalla propria condizione e magari il ricco passa pure da benefattore. 
Intanto la Terra langue e il divario cresce. Per i dolci sogni di pochi.